Riccardo Nencini

Ricominciamo da tre  

Finito anche il turno delle amministrative, ora si possono fare bilanci ragionati e provare a immaginare un percorso per il futuro. Come qualcuno di voi avrà letto sul sito del Partito, nei documenti, nelle dichiarazioni, ho sempre messo in chiaro un punto: Sinistra e Libertà non muore perché non ha superato lo sbarramento del 4%. E non scompare neppure il Partito socialista. Con calma, tenacia, con la forza che ci viene da convinzioni profonde, continuiamo ad andare avanti. Ricominciamo da tre. Il tre per cento virgola qualcosa è la percentuale che SL ha raccolto alla europee. Alle amministrative i risultati sono stati ben più soddisfacenti, ma soprattutto ha preso davvero corpo un elettorato che senza il nostro progetto sarebbe rimasto senza voce. Quasi un milione di votanti. Inutile dire che il risultato elettorale non è stato quello che ci sarebbe piaciuto, ma – come si suol dire – ‘nelle condizioni date’ è stato un risultato tutt’altro che disprezzabile. Contro avevamo un simbolo nuovo, sconosciuto, un progetto appena abbozzato, un black out comunicativo pressoché impenetrabile, risorse economiche praticamente vicne allo zero, eppure siamo arrivati a superare il 3%. Non è una consolazione, è un’oggettiva e ragionevole presa d’atto di una situazione difficile. Difficile ma non disperata. Il seminario di SL di venerdì, è stato l’occasione per la prima verifica pubblica e collettiva di quanto abbiamo fatto e di quello che vogliamo e possiamo ancora fare, ma riprendo il senso di quello che ha scritto Andrea, mercoledì 24 giugno 2009, per tranquillizzare i più timorosi. SL continua, vive, si sta dando alcuni obbiettivi concreti, comprensibili e su questi cercherà di costruire il nuovo percorso. Dopo verranno le questioni organizzative, la forma partito, quella della leadership e delle alleanze. Dopo. Prima vorremmo spiegare agli elettori, cosa vogliamo fare. Prestissimo, forse già da domani, potremo parlare concretamente di tre o quattro progetti, di un’agenda della sinistra riformista, di 'cose' da fare. Affronteremo questioni come quella degli ammortizzatori sociali, della scuola, della centralità del Parlamento, di nuovi diritti di cittadinanza. Noi non faremo come il Pd. Dentro Sinistra e Libertà, non scoppierà nessuna guerra tra vecchio e nuovo, nessuna gara tra leader, reali o virtuali, di ieri o di avant’ieri, tra 'simpatiti' e 'antipatici'. Siamo stati l’unica novità di questa campagna elettorale e vogliamo continuare a esserlo anche nel modo di concepire l’attività politica. E perdonatemi se mi sono in questi giorni soltanto limitato a leggere quello che scrivevate senza intervenire oppure se ho lasciato con qualche minuto di anticipo una direzione per andare davanti all’ambasciata iraniana a manifestare la mia rabbia per lo scempio dei diritti umani che il regime teocratico sta compiendo giorno dopo giorno. Questo non significa distacco, o peggio assenza, ma solo un’oggettiva difficoltà a essere ‘onnipresente’ o una valutazione di priorità per quanto accade fuori dal nostro mondo socialista, certo importante ma piccolo, che non sempre deve necessariamente essere condivisa da tutti. Grazie comunque per quello che scrivete; per i consigli, gli apprezzamenti e le critiche. E’ un segno di grande vitalità che presto, ne sono certo, darà i risultati che desideriamo.

lunedì luglio 6 2009 03.16

Commenti
Inviato da DAVID BENITO GALLARDO.TORREJÓN DE LA CALZADA(MADRID)ESPAÑA/SPAGNA.giovedì 1 aprile 2010 - 10.54
Il P.S.I.(PARTITO SOCIALISTA ITALIANO)AL SOSTEGNO DEI SUOI CANDIDATI. Cari amici:Secondo me,il P.s.i.(Partito socialista italiano)dove allontanarsi de coallizioni di centro destra o centro sinistra.Dove dare sostegno soltanto ai suoi candidati.Soltanto sostegno ai socialisti per presidere il comune,la regione,la provincia o la regione,per essempio. Un abraccio e bona notte. David Benito Gallardo.Torrejón de la Calzada(Madrid).España (Spagna).
Inviato da DAVID BENITO GALLARDO.TORREJÓN DE LA CALZADA(MADRID)ESPAÑA(SPAGNA)giovedì 1 aprile 2010 - 8.35
Cari amici:Io creo di andare alle urne sempre da soli col nostro simbolo storico il garofono rosso,senza alleanze tra altri partiti o liste.Io creo in una unica lista socialista,quella qui representa il PS.I.(PARTITO SOCIALISTA ITALIANO).COL SUO SIMBOLO STORICO.CON I SOCIALISTI UNITI IN TUTTA LA ITALIA.IN TUTTA ELEZIONE. !!!!!!!AUGURI A TUTTI I SOCIALISTI ELETTI IN TUTTA LA ITALIA!!!!!! ESCUSATE GLI ERRORI NELLA MIA REDAZIONE IN ITALIANO!!!!!!!! DAVID BENITO GALLARDO.TORREJÓN DE LA CALZADA(MADRID).ESPAÑA(SPAGNA)
Inviato da DAVID BENITO GALLARDO. TORREJÓN DE LA CALZADA (MADRID),ESPAÑA,SPAGNA.giovedì 1 aprile 2010 - 8.20
Cari amici:Io creo di andare da soli sempre alle urne.Auguri a tutti i socialisti eletti,ma,io creo di andare sempre da soli,senza alleanze insieme a ex-coministi,ex-democristiani e altri partiti o liste. !!!!!! TUTTI I SOCIALISTI E SOCIALDEMOCRATICI COL P.S.I(PARTITO SOCIALISTA ITALIANO)TUTTI I SOCIALISTI E SOCIALDEMOCRATICI NELL P.S.I.(PARTITO SOCIALSITA ITALIANO) !!!!!!!AUGURI A TUTTI I SOCIALISTI ELETTI IN TUTA LA ITALIA!!!!!!!!! !!!!!!!!!BUON LAVORO PER LA SOCIETÀ ITALIANA E PER LA ITALIA!!!!!!! !!!!!!!ADESSO P.S.I.!!!!!!!!! DAVID BENITO GALLARDO.TORREJÓN DE LA CALZADA(MADRID).ESPAÑA(SPAGNA).
Inviato da Andreamartedì 27 ottobre 2009 - 7.15
Bridgman si è tolto la vita con un colpo di pistola; aveva da tempo un cancro metastatico. Nel suo biglietto di addio si legge: «In una società non è decente spingere un uomo a questo. Probabilmente questo è l'ultimo giorno in cui sono in grado di farlo.»
Inviato da Sinistra e Libertàmartedì 27 ottobre 2009 - 12.35
Non esiste nessuna adeguata difesa, eccetto la stupidità, contro l'impatto di una nuova idea. (P.W. Bridgman)
Inviato da Andrealunedì 26 ottobre 2009 - 6.51
Siamo felici, siamo contenti, Bersani ci caricherà in carrozza in compagnia di un branco di preti di ladri e anche di un po' puzzoni. Ma cchè c'e frega siamo contenti!
Inviato da rosso malpelodomenica 25 ottobre 2009 - 12.26
e che cosa dovrebbe scrivere? di quante copie ha venduto il suo libro? alemno avesse dato una parte degli incassi al PS, visto che il sito del pS è servito come vetrina per il libro.
Inviato da Paolovenerdì 23 ottobre 2009 - 6.43
Azzz ... dal 6 luglio nemmeno un contatto con i frequentatori del suo blog. Come mai ? Non sono gradite critiche ? Il PSI ? ... Ancora più in basso ..... Sparite non è cosi che si vincono le battaglie ....
Inviato da Andrea Costavenerdì 23 ottobre 2009 - 3.37
Giuliano, una brava persona.
Inviato da massimovenerdì 16 ottobre 2009 - 12.44
il BLOG di Nencini sembra essersi trasferito su www.iltorto.it
Inviato da Pierino Pierettivenerdì 9 ottobre 2009 - 4.36
Pierino ha iniziato il suo intervento così:"O si è concisi e magari caustici altrimenti ognuno scrive quel che gli pare" e ha continuato con 8 capitoli dei Promessi Sposi velocemente copiati/incollati. Questo a significare che sto blogghe non è un postaccio dove ognuno deve incollare cose scritte da altri, magari 150 anni fa; qui si scrive quello che si pensa magari con il recondito intento di fare custodia e vantaggio dei valori socialisti. Dalla via che i socialisti sono pandizzati sto blogghe si potrebbe pure chiudere perchè non solo inutile ma addirittura dannoso! Tu ha hapito Rihhardino?
Inviato da Mariovenerdì 9 ottobre 2009 - 9.55
penso che il concetto sia chiare e chiedo scusa per gli errori di battitura; ma sono incazzato!!!!
Inviato da mariovenerdì 9 ottobre 2009 - 9.51
Parafrasando ciò che ha detto "l'innobinabile" dico: "POVERA ITALIA" se questo é il livello di discussione che si svolge nel partito socialista italiano. Evidentemente la diaspora e le lotte interne non sono finite. Anzi. Inoltre tra coloro che hanno scritto su questo blog penso ci siano molti che che lavorano per i nemici del Socialismo. Io non invoco nessuna censura alla kliberas eepressione delle ideee; anzi benvengano critiche costruttive e proposte; ma a tutto c'é un limite. In questo tragico momento momento preferisco vedere conceti, anche discordanti e critici tra loro, espressi in poche righe (1.000 o 2.000 caratteri al massimo) e non assistere al boicotaggio di un mezzo di comunicazione (tra l'altro l'unico che possiampo permetterci) con sproloqui tipo quelli inviati da "da Pierino Pieretti, domenica 27 settembre 2009 - 7.15" e " basta ciaccole, facciamo cultura qua dentro! , domenica 27 settembre 2009 - 11.14 " Per questo mi permetto di dare un consigli al compagno Nencini di regolamentare il blog e riservarsi il diritto di non pubblicare ne insulti personali ne sproloqui dei tipi citati NON SERVONO ALLA CAUSA
Inviato da Dagostino Domenico - Val Susagiovedì 8 ottobre 2009 - 8.52
Se vogliamo "ricominciare da tre" cominciamo da CITTADINO,AMMINISTRATORE LOCALE e POLITICO. E non il contrario! Ascoltare la base,le sue esigenze e perplessità pagano sempre. Cordiali saluti
Inviato da Matteomartedì 6 ottobre 2009 - 4.01
Nencini, abbi il coraggio delle tue azioni, tira fuori le palle e scrivi su questo blog che te ne vuoi andare nel PD così la facciamo finita una volta per tutte con giochetti da politici di basso rango. Parlo da socialista che crede in s e L : perchè aderisci alle cose senza crederci? A questo punto nella sua ridicolezza meglio Bobo Craxi, che almeno pensa una cosa e agisce di conseguenza con convinzione! Nencini invece cosa fa? Ondeggia tra un'ipotesi e l'altra. Ci ha stancato. Di Lello Segretario subito!
Inviato da giovanni pugliesemartedì 6 ottobre 2009 - 3.20
perchè è sparito qualsiasi riferimento a Sinistra e Liberà dal sito del Partito Socialista?
Inviato da FRATERNAMENTElunedì 5 ottobre 2009 - 9.33
MENO MALE CHE CIUCCHI C'è...
Inviato da ed intanto in toscana.....lunedì 5 ottobre 2009 - 6.06
'Penso che il capogruppo del Partito socialista al Consiglio regionale toscano, Pieraldo Ciucchi, abbia fatto la cosa giusta sostenendo che, se le opinioni prevalenti di Sinistra e liberta' toscana sono quelle rappresentate dai Verdi in Consiglio regionale, allora SeL in Toscana ha evidentissimi problemi a decollare''. Lo ha detto il segretario nazionale del Ps e presidente del Consiglio regionale Riccardo Nencini all'indomani della rottura tra Socialisti e Sinistra e Liberta' in Toscana, annunciata ieri in Consiglio regionale da Ciucchi dopo un alterco in aula con il verde Fabio Roggiolani. Secondo il segretario nazionale Ps ''chi ha vissuto la storia politica in questi anni, le minacce del consigliere dei Verdi Roggiolani le prende di tacco, ma sono comunque minacce, tanto piu' gravi perche' avvengono in luoghi istituzionali''. Roggiolani durante il Consiglio di ieri si sarebbe rivolto a Ciucchi, che aveva interrotto il suo intervento, affermando, tra l'altro, che 'finche' ci saranno seggiole ci saranno socialisti'.
Inviato da puzzailsignorvincenzo lunedì 5 ottobre 2009 - 12.33
la tragedia di un uomo ridicolo
Inviato da basta ciaccole, facciamo cultura qua dentro! domenica 27 settembre 2009 - 11.14
'Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l'etterno dolore, per me si va tra la perduta gente. Giustizia mosse il mio alto fattore; fecemi la divina podestate, la somma sapïenza e 'l primo amore. Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro. Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate'. Queste parole di colore oscuro vid' ïo scritte al sommo d'una porta; per ch'io: «Maestro, il senso lor m'è duro». Ed elli a me, come persona accorta: «Qui si convien lasciare ogne sospetto; ogne viltà convien che qui sia morta. Noi siam venuti al loco ov' i' t'ho detto che tu vedrai le genti dolorose c'hanno perduto il ben de l'intelletto». E poi che la sua mano a la mia puose con lieto volto, ond' io mi confortai, mi mise dentro a le segrete cose. Quivi sospiri, pianti e alti guai risonavan per l'aere sanza stelle, per ch'io al cominciar ne lagrimai. Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d'ira, voci alte e fioche, e suon di man con elle facevano un tumulto, il qual s'aggira sempre in quell' aura sanza tempo tinta, come la rena quando turbo spira. E io ch'avea d'error la testa cinta, dissi: «Maestro, che è quel ch'i' odo? e che gent' è che par nel duol sì vinta?». Ed elli a me: «Questo misero modo tegnon l'anime triste di coloro che visser sanza 'nfamia e sanza lodo. Mischiate sono a quel cattivo coro de li angeli che non furon ribelli né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro. Caccianli i ciel per non esser men belli, né lo profondo inferno li riceve, ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli». E io: «Maestro, che è tanto greve a lor che lamentar li fa sì forte?». Rispuose: «Dicerolti molto breve. Questi non hanno speranza di morte, e la lor cieca vita è tanto bassa, che 'nvidïosi son d'ogne altra sorte. Fama di loro il mondo esser non lassa; misericordia e giustizia li sdegna: non ragioniam di lor, ma guarda e passa». E io, che riguardai, vidi una 'nsegna che girando correva tanto ratta, che d'ogne posa mi parea indegna; e dietro le venìa sì lunga tratta di gente, ch'i' non averei creduto che morte tanta n'avesse disfatta. Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto, vidi e conobbi l'ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto. Incontanente intesi e certo fui che questa era la setta d'i cattivi, a Dio spiacenti e a' nemici sui. Questi sciaurati, che mai non fur vivi, erano ignudi e stimolati molto da mosconi e da vespe ch'eran ivi. Elle rigavan lor di sangue il volto, che, mischiato di lagrime, a' lor piedi da fastidiosi vermi era ricolto. E poi ch'a riguardar oltre mi diedi, vidi genti a la riva d'un gran fiume; per ch'io dissi: «Maestro, or mi concedi ch'i' sappia quali sono, e qual costume le fa di trapassar parer sì pronte, com' i' discerno per lo fioco lume». Ed elli a me: «Le cose ti fier conte quando noi fermerem li nostri passi su la trista riviera d'Acheronte». Allor con li occhi vergognosi e bassi, temendo no 'l mio dir li fosse grave, infino al fiume del parlar mi trassi. Ed ecco verso noi venir per nave un vecchio, bianco per antico pelo, gridando: «Guai a voi, anime prave! Non isperate mai veder lo cielo: i' vegno per menarvi a l'altra riva ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo. E tu che se' costì, anima viva, pàrtiti da cotesti che son morti». Ma poi che vide ch'io non mi partiva, disse: «Per altra via, per altri porti verrai a piaggia, non qui, per passare: più lieve legno convien che ti porti». E 'l duca lui: «Caron, non ti crucciare: vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare». Quinci fuor quete le lanose gote al nocchier de la livida palude, che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote. Ma quell' anime, ch'eran lasse e nude, cangiar colore e dibattero i denti, ratto che 'nteser le parole crude. Bestemmiavano Dio e lor parenti, l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme di lor semenza e di lor nascimenti. Poi si ritrasser tutte quante insieme, forte piangendo, a la riva malvagia ch'attende ciascun uom che Dio non teme. Caron dimonio, con occhi di bragia loro accennando, tutte le raccoglie; batte col remo qualunque s'adagia. Come d'autunno si levan le foglie l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo vede a la terra tutte le sue spoglie, similemente il mal seme d'Adamo gittansi di quel lito ad una ad una, per cenni come augel per suo richiamo. Così sen vanno su per l'onda bruna, e avanti che sien di là discese, anche di qua nuova schiera s'auna. «Figliuol mio», disse 'l maestro cortese, «quelli che muoion ne l'ira di Dio tutti convegnon qui d'ogne paese; e pronti sono a trapassar lo rio, ché la divina giustizia li sprona, sì che la tema si volve in disio. Quinci non passa mai anima buona; e però, se Caron di te si lagna, ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona». Finito questo, la buia campagna tremò sì forte, che de lo spavento la mente di sudore ancor mi bagna. La terra lagrimosa diede vento, che balenò una luce vermiglia la qual mi vinse ciascun sentimento; e caddi come l'uom cui sonno piglia.
Inviato da Pierino Pierettidomenica 27 settembre 2009 - 7.15
O si è concisi e magari caustici altrimenti ognuno scrive quel che gli pare; Nencini siamo seri! Ad esempio : "L'Historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perché togliendoli di mano gl'anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia. Ma gl'illustri Campioni che in tal Arringo fanno messe di Palme e d'Allori, rapiscono solo che le sole spoglie più sfarzose e brillanti, imbalsamando co' loro inchiostri le Imprese de Prencipi e Potentati, e qualificati Personaggj, e trapontando coll'ago finissimo dell'ingegno i fili d'oro e di seta, che formano un perpetuo ricamo di Attioni gloriose. Però alla mia debolezza non è lecito solleuarsi a tal'argomenti, e sublimità pericolose, con aggirarsi tra Labirinti de' Politici maneggj, et il rimbombo de' bellici Oricalchi: solo che hauendo hauuto notitia di fatti memorabili, se ben capitorno a gente meccaniche, e di piccol affare, mi accingo di lasciarne memoria a Posteri, con far di tutto schietta e genuinamente il Racconto, ouuero sia Relatione. Nella quale si vedrà in angusto Teatro luttuose Traggedie d'horrori, e Scene di malvaggità grandiosa, con intermezi d'Imprese virtuose e buontà angeliche, opposte alle operationi diaboliche. E veramente, considerando che questi nostri climi sijno sotto l'amparo del Re Cattolico nostro Signore, che è quel Sole che mai tramonta, e che sopra di essi, con riflesso Lume, qual Luna giamai calante, risplenda l'Heroe di nobil Prosapia che pro tempore ne tiene le sue parti, e gl'Amplissimi Senatori quali Stelle fisse, e gl'altri Spettabili Magistrati qual'erranti Pianeti spandino la luce per ogni doue, venendo così a formare un nobilissimo Cielo, altra causale trouar non si può del vederlo tramutato in inferno d'atti tenebrosi, malvaggità e sevitie che dagl'huomini temerarij si vanno moltiplicando, se non se arte e fattura diabolica, attesoché l'humana malitia per sé sola bastar non dourebbe a resistere a tanti Heroi, che con occhij d'Argo e braccj di Briareo, si vanno trafficando per li pubblici emolumenti. Per locché descriuendo questo Racconto auuenuto ne' tempi di mia verde staggione, abbenché la più parte delle persone che vi rappresentano le loro parti, sijno sparite dalla Scena del Mondo, con rendersi tributarij delle Parche, pure per degni rispetti, si tacerà li loro nomi, cioè la parentela, et il medesmo si farà de' luochi, solo indicando li Territorij generaliter. Né alcuno dirà questa sij imperfettione del Racconto, e defformità di questo mio rozzo Parto, a meno questo tale Critico non sij persona affatto diggiuna della Filosofia: che quanto agl'huomini in essa versati, ben vederanno nulla mancare alla sostanza di detta Narratione. Imperciocché, essendo cosa evidente, e da verun negata non essere i nomi se non puri purissimi accidenti..." "Ma, quando io avrò durata l'eroica fatica di trascriver questa storia da questo dilavato e graffiato autografo, e l'avrò data, come si suol dire, alla luce, si troverà poi chi duri la fatica di leggerla?" Questa riflessione dubitativa, nata nel travaglio del decifrare uno scarabocchio che veniva dopo accidenti, mi fece sospender la copia, e pensar più seriamente a quello che convenisse di fare. "Ben è vero, dicevo tra me, scartabellando il manoscritto, ben è vero che quella grandine di concettini e di figure non continua così alla distesa per tutta l'opera. Il buon secentista ha voluto sul principio mettere in mostra la sua virtù; ma poi, nel corso della narrazione, e talvolta per lunghi tratti, lo stile cammina ben più naturale e più piano. Sì; ma com'è dozzinale! com'è sguaiato! com'è scorretto! Idiotismi lombardi a iosa, frasi della lingua adoperate a sproposito, grammatica arbitraria, periodi sgangherati. E poi, qualche eleganza spagnola seminata qua e là; e poi, ch'è peggio, ne' luoghi più terribili o più pietosi della storia, a ogni occasione d'eccitar maraviglia, o di far pensare, a tutti que' passi insomma che richiedono bensì un po' di rettorica, ma rettorica discreta, fine, di buon gusto, costui non manca mai di metterci di quella sua così fatta del proemio. E allora, accozzando, con un'abilità mirabile, le qualità più opposte, trova la maniera di riuscir rozzo insieme e affettato, nella stessa pagina, nello stesso periodo, nello stesso vocabolo. Ecco qui: declamazioni ampollose, composte a forza di solecismi pedestri, e da per tutto quella goffaggine ambiziosa, ch'è il proprio carattere degli scritti di quel secolo, in questo paese. In vero, non è cosa da presentare a lettori d'oggigiorno: son troppo ammaliziati, troppo disgustati di questo genere di stravaganze. Meno male, che il buon pensiero m'è venuto sul principio di questo sciagurato lavoro: e me ne lavo le mani". Nell'atto però di chiudere lo scartafaccio, per riporlo, mi sapeva male che una storia così bella dovesse rimanersi tuttavia sconosciuta; perché, in quanto storia, può essere che al lettore ne paia altrimenti, ma a me era parsa bella, come dico; molto bella. "Perché non si potrebbe, pensai, prender la serie de' fatti da questo manoscritto, e rifarne la dicitura?" Non essendosi presentato alcuna obiezion ragionevole, il partito fu subito abbracciato. Ed ecco l'origine del presente libro, esposta con un'ingenuità pari all'importanza del libro medesimo. Taluni però di que' fatti, certi costumi descritti dal nostro autore, c'eran sembrati così nuovi, così strani, per non dir peggio, che, prima di prestargli fede, abbiam voluto interrogare altri testimoni; e ci siam messi a frugar nelle memorie di quel tempo, per chiarirci se veramente il mondo camminasse allora a quel modo. Una tale indagine dissipò tutti i nostri dubbi: a ogni passo ci abbattevamo in cose consimili, e in cose più forti: e, quello che ci parve più decisivo, abbiam perfino ritrovati alcuni personaggi, de' quali non avendo mai avuto notizia fuor che dal nostro manoscritto, eravamo in dubbio se fossero realmente esistiti. E, all'occorrenza, citeremo alcuna di quelle testimonianze, per procacciar fede alle cose, alle quali, per la loro stranezza, il lettore sarebbe più tentato di negarla. Ma, rifiutando come intollerabile la dicitura del nostro autore, che dicitura vi abbiam noi sostituita? Qui sta il punto. Chiunque, senza esser pregato, s'intromette a rifar l'opera altrui, s'espone a rendere uno stretto conto della sua, e ne contrae in certo modo l'obbligazione: è questa una regola di fatto e di diritto, alla quale non pretendiam punto di sottrarci. Anzi, per conformarci ad essa di buon grado, avevam proposto di dar qui minutamente ragione del modo di scrivere da noi tenuto; e, a questo fine, siamo andati, per tutto il tempo del lavoro, cercando d'indovinare le critiche possibili e contingenti, con intenzione di ribatterle tutte anticipatamente. Né in questo sarebbe stata la difficoltà; giacché (dobbiam dirlo a onor del vero) non ci si presentò alla mente una critica, che non le venisse insieme una risposta trionfante, di quelle risposte che, non dico risolvon le questioni, ma le mutano. Spesso anche, mettendo due critiche alle mani tra loro, le facevam battere l'una dall'altra; o, esaminandole ben a fondo, riscontrandole attentamente, riuscivamo a scoprire e a mostrare che, così opposte in apparenza, eran però d'uno stesso genere, nascevan tutt'e due dal non badare ai fatti e ai principi su cui il giudizio doveva esser fondato; e, messele, con loro gran sorpresa, insieme, le mandavamo insieme a spasso. Non ci sarebbe mai stato autore che provasse così ad evidenza d'aver fatto bene. Ma che? quando siamo stati al punto di raccapezzar tutte le dette obiezioni e risposte, per disporle con qualche ordine, misericordia! venivano a fare un libro. Veduta la qual cosa, abbiam messo da parte il pensiero, per due ragioni che il lettore troverà certamente buone: la prima, che un libro impiegato a giustificarne un altro, anzi lo stile d'un altro, potrebbe parer cosa ridicola: la seconda, che di libri basta uno per volta, quando non è d'avanzo. Capitolo I Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un'ampia costiera dall'altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all'occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l'Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l'acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l'uno detto di san Martino, l'altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. Per un buon pezzo, la costa sale con un pendìo lento e continuo; poi si rompe in poggi e in valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l'ossatura de' due monti, e il lavoro dell'acque. Il lembo estremo, tagliato dalle foci de' torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville, di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna. Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio, giace poco discosto dal ponte, alla riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando questo ingrossa: un gran borgo al giorno d'oggi, e che s'incammina a diventar città. Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare, quel borgo, già considerabile, era anche un castello, e aveva perciò l'onore d'alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell'estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l'uve, e alleggerire a' contadini le fatiche della vendemmia. Dall'una all'altra di quelle terre, dall'alture alla riva, da un poggio all'altro, correvano, e corrono tuttavia, strade e stradette, più o men ripide, o piane; ogni tanto affondate, sepolte tra due muri, donde, alzando lo sguardo, non iscoprite che un pezzo di cielo e qualche vetta di monte; ogni tanto elevate su terrapieni aperti: e da qui la vista spazia per prospetti più o meno estesi, ma ricchi sempre e sempre qualcosa nuovi, secondo che i diversi punti piglian più o meno della vasta scena circostante, e secondo che questa o quella parte campeggia o si scorcia, spunta o sparisce a vicenda. Dove un pezzo, dove un altro, dove una lunga distesa di quel vasto e variato specchio dell'acqua; di qua lago, chiuso all'estremità o piùttosto smarrito in un gruppo, in un andirivieni di montagne, e di mano in mano più allargato tra altri monti che si spiegano, a uno a uno, allo sguardo, e che l'acqua riflette capovolti, co' paesetti posti sulle rive; di là braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora, che va a perdersi in lucido serpeggiamento pur tra' monti che l'accompagnano, degradando via via, e perdendosi quasi anch'essi nell'orizzonte. Il luogo stesso da dove contemplate que' vari spettacoli, vi fa spettacolo da ogni parte: il monte di cui passeggiate le falde, vi svolge, al di sopra, d'intorno, le sue cime e le balze, distinte, rilevate, mutabili quasi a ogni passo, aprendosi e contornandosi in gioghi ciò che v'era sembrato prima un sol giogo, e comparendo in vetta ciò che poco innanzi vi si rappresentava sulla costa: e l'ameno, il domestico di quelle falde tempera gradevolmente il selvaggio, e orna vie più il magnifico dell'altre vedute. Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell'anno 1628, don Abbondio, curato d'una delle terre accennate di sopra: il nome di questa, né il casato del personaggio, non si trovan nel manoscritto, né a questo luogo né altrove. Diceva tranquillamente il suo ufizio, e talvolta, tra un salmo e l'altro, chiudeva il breviario, tenendovi dentro, per segno, l'indice della mano destra, e, messa poi questa nell'altra dietro la schiena, proseguiva il suo cammino, guardando a terra, e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano inciampo nel sentiero: poi alzava il viso, e, girati oziosamente gli occhi all'intorno, li fissava alla parte d'un monte, dove la luce del sole già scomparso, scappando per i fessi del monte opposto, si dipingeva qua e là sui massi sporgenti, come a larghe e inuguali pezze di porpora. Aperto poi di nuovo il breviario, e recitato un altro squarcio, giunse a una voltata della stradetta, dov'era solito d'alzar sempre gli occhi dal libro, e di guardarsi dinanzi: e così fece anche quel giorno. Dopo la voltata, la strada correva diritta, forse un sessanta passi, e poi si divideva in due viottole, a foggia d'un ipsilon: quella a destra saliva verso il monte, e menava alla cura: l'altra scendeva nella valle fino a un torrente; e da questa parte il muro non arrivava che all'anche del passeggiero. I muri interni delle due viottole, in vece di riunirsi ad angolo, terminavano in un tabernacolo, sul quale eran dipinte certe figure lunghe, serpeggianti, che finivano in punta, e che, nell'intenzion dell'artista, e agli occhi degli abitanti del vicinato, volevan dir fiamme; e, alternate con le fiamme, cert'altre figure da non potersi descrivere, che volevan dire anime del purgatorio: anime e fiamme a color di mattone, sur un fondo bigiognolo, con qualche scalcinatura qua e là. Il curato, voltata la stradetta, e dirizzando, com'era solito, lo sguardo al tabernacolo, vide una cosa che non s'aspettava, e che non avrebbe voluto vedere. Due uomini stavano, l'uno dirimpetto all'altro, al confluente, per dir così, delle due viottole: un di costoro, a cavalcioni sul muricciolo basso, con una gamba spenzolata al di fuori, e l'altro piede posato sul terreno della strada; il compagno, in piedi, appoggiato al muro, con le braccia incrociate sul petto. L'abito, il portamento, e quello che, dal luogo ov'era giunto il curato, si poteva distinguer dell'aspetto, non lasciavan dubbio intorno alla lor condizione. Avevano entrambi intorno al capo una reticella verde, che cadeva sull'omero sinistro, terminata in una gran nappa, e dalla quale usciva sulla fronte un enorme ciuffo: due lunghi mustacchi arricciati in punta: una cintura lucida di cuoio, e a quella attaccate due pistole: un piccol corno ripieno di polvere, cascante sul petto, come una collana: un manico di coltellaccio che spuntava fuori d'un taschino degli ampi e gonfi calzoni: uno spadone, con una gran guardia traforata a lamine d'ottone, congegnate come in cifra, forbite e lucenti: a prima vista si davano a conoscere per individui della specie de' bravi. Questa specie, ora del tutto perduta, era allora floridissima in Lombardia, e già molto antica. Chi non ne avesse idea, ecco alcuni squarci autentici, che potranno darne una bastante de' suoi caratteri principali, degli sforzi fatti per ispegnerla, e della sua dura e rigogliosa vitalità. Fino dall'otto aprile dell'anno 1583, l'Illustrissimo ed Eccellentissimo signor don Carlo d'Aragon, Principe di Castelvetrano, Duca di Terranuova, Marchese d'Avola, Conte di Burgeto, grande Ammiraglio, e gran Contestabile di Sicilia, Governatore di Milano e Capitan Generale di Sua Maestà Cattolica in Italia, pienamente informato della intollerabile miseria in che è vivuta e vive questa città di Milano, per cagione dei bravi e vagabondi, pubblica un bando contro di essi. Dichiara e diffinisce tutti coloro essere compresi in questo bando, e doversi ritenere bravi e vagabondi... i quali, essendo forestieri o del paese, non hanno esercizio alcuno, od avendolo, non lo fanno... ma, senza salario, o pur con esso, s'appoggiano a qualche cavaliere o gentiluomo, officiale o mercante... per fargli spalle e favore, o veramente, come si può presumere, per tendere insidie ad altri... A tutti costoro ordina che, nel termine di giorni sei, abbiano a sgomberare il paese, intima la galera a' renitenti, e dà a tutti gli ufiziali della giustizia le più stranamente ampie e indefinite facoltà, per l'esecuzione dell'ordine. Ma, nell'anno seguente, il 12 aprile, scorgendo il detto signore, che questa Città è tuttavia piena di detti bravi... tornati a vivere come prima vivevano, non punto mutato il costume loro, né scemato il numero, dà fuori un'altra grida, ancor più vigorosa e notabile, nella quale, tra l'altre ordinazioni, prescrive: Che qualsivoglia persona, così di questa Città, come forestiera, che per due testimonj consterà esser tenuto, e comunemente riputato per bravo, et aver tal nome, ancorché non si verifichi aver fatto delitto alcuno... per questa sola riputazione di bravo, senza altri indizj, possa dai detti giudici e da ognuno di loro esser posto alla corda et al tormento, per processo informativo... et ancorché non confessi delitto alcuno, tuttavia sia mandato alla galea, per detto triennio, per la sola opinione e nome di bravo, come di sopra. Tutto ciò, e il di più che si tralascia, perché Sua Eccellenza è risoluta di voler essere obbedita da ognuno. All'udir parole d'un tanto signore, così gagliarde e sicure, e accompagnate da tali ordini, viene una gran voglia di credere che, al solo rimbombo di esse, tutti i bravi siano scomparsi per sempre. Ma la testimonianza d'un signore non meno autorevole, né meno dotato di nomi, ci obbliga a credere tutto il contrario. È questi l'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signor Juan Fernandez de Velasco, Contestabile di Castiglia, Cameriero maggiore di Sua Maestà, Duca della Città di Frias, Conte di Haro e Castelnovo, Signore della Casa di Velasco, e di quella delli sette Infanti di Lara, Governatore dello Stato di Milano, etc. Il 5 giugno dell'anno 1593, pienamente informato anche lui di quanto danno e rovine sieno... i bravi e vagabondi, e del pessimo effetto che tal sorta di gente, fa contra il ben pubblico, et in delusione della giustizia, intima loro di nuovo che, nel termine di giorni sei, abbiano a sbrattare il paese, ripetendo a un dipresso le prescrizioni e le minacce medesime del suo predecessore. Il 23 maggio poi dell'anno 1598, informato, con non poco dispiacere dell'animo suo, che... ogni dì più in questa Città e Stato va crescendo il numero di questi tali(bravi e vagabondi), né di loro, giorno e notte, altro si sente che ferite appostatamente date, omicidii e ruberie et ogni altra qualità di delitti, ai quali si rendono più facili, confidati essi bravi d'essere aiutati dai capi e fautori loro... prescrive di nuovo gli stessi rimedi, accrescendo la dose, come s'usa nelle malattie ostinate. Ognuno dunque, conchiude poi, onninamente si guardi di contravvenire in parte alcuna alla grida presente, perché, in luogo di provare la clemenza di Sua Eccellenza, proverà il rigore, e l'ira sua... essendo risoluta e determinata che questa sia l'ultima e perentoria monizione. Non fu però di questo parere l'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Don Pietro Enriquez de Acevedo, Conte di Fuentes, Capitano, e Governatore dello Stato di Milano; non fu di questo parere, e per buone ragioni. Pienamente informato della miseria in che vive questa Città e Stato per cagione del gran numero di bravi che in esso abbonda... e risoluto di totalmente estirpare seme tanto pernizioso, dà fuori, il 5 decembre 1600, una nuova grida piena anch'essa di severissime comminazioni, con fermo proponimento che, con ogni rigore, e senza speranza di remissione, siano onninamente eseguite. Convien credere però che non ci si mettesse con tutta quella buona voglia che sapeva impiegare nell'ordir cabale, e nel suscitar nemici al suo gran nemico Enrico IV; giacché, per questa parte, la storia attesta come riuscisse ad armare contro quel re il duca di Savoia, a cui fece perder più d'una città; come riuscisse a far congiurare il duca di Biron, a cui fece perder la testa; ma, per ciò che riguarda quel seme tanto pernizioso de' bravi, certo è che esso continuava a germogliare, il 22 settembre dell'anno 1612. In quel giorno l'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Don Giovanni de Mendozza, Marchese de la Hynojosa, Gentiluomo etc., Governatore etc., pensò seriamente ad estirparlo. A quest'effetto, spedì a Pandolfo e Marco Tullio Malatesti, stampatori regii camerali, la solita grida, corretta ed accresciuta, perché la stampassero ad esterminio de' bravi. Ma questi vissero ancora per ricevere, il 24 decembre dell'anno 1618, gli stessi e più forti colpi dall'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Don Gomez Suarez de Figueroa, Duca di Feria, etc., Governatore etc. Però, non essendo essi morti neppur di quelli, l'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Gonzalo Fernandez di Cordova, sotto il cui governo accadde la passeggiata di don Abbondio, s'era trovato costretto a ricorreggere e ripubblicare la solita grida contro i bravi, il giorno 5 ottobre del 1627, cioè un anno, un mese e due giorni prima di quel memorabile avvenimento. Né fu questa l'ultima pubblicazione; ma noi delle posteriori non crediamo dover far menzione, come di cosa che esce dal periodo della nostra storia. Ne accenneremo soltanto una del 13 febbraio dell'anno 1632, nella quale l'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, el Duque de Feria, per la seconda volta governatore, ci avvisa che le maggiori sceleraggini procedono da quelli che chiamano bravi. Questo basta ad assicurarci che, nel tempo di cui noi trattiamo, c'era de' bravi tuttavia. Che i due descritti di sopra stessero ivi ad aspettar qualcheduno, era cosa troppo evidente; ma quel che più dispiacque a don Abbondio fu il dover accorgersi, per certi atti, che l'aspettato era lui. Perché, al suo apparire, coloro s'eran guardati in viso, alzando la testa, con un movimento dal quale si scorgeva che tutt'e due a un tratto avevan detto: è lui; quello che stava a cavalcioni s'era alzato, tirando la sua gamba sulla strada; l'altro s'era staccato dal muro; e tutt'e due gli s'avviavano incontro. Egli, tenendosi sempre il breviario aperto dinanzi, come se leggesse, spingeva lo sguardo in su, per ispiar le mosse di coloro; e, vedendoseli venir proprio incontro, fu assalito a un tratto da mille pensieri. Domandò subito in fretta a se stesso, se, tra i bravi e lui, ci fosse qualche uscita di strada, a destra o a sinistra; e gli sovvenne subito di no. Fece un rapido esame, se avesse peccato contro qualche potente, contro qualche vendicativo; ma, anche in quel turbamento, il testimonio consolante della coscienza lo rassicurava alquanto: i bravi però s'avvicinavano, guardandolo fisso. Mise l'indice e il medio della mano sinistra nel collare, come per raccomodarlo; e, girando le due dita intorno al collo, volgeva intanto la faccia all'indietro, torcendo insieme la bocca, e guardando con la coda dell'occhio, fin dove poteva, se qualcheduno arrivasse; ma non vide nessuno. Diede un'occhiata, al di sopra del muricciolo, ne' campi: nessuno; un'altra più modesta sulla strada dinanzi; nessuno, fuorché i bravi. Che fare? tornare indietro, non era a tempo: darla a gambe, era lo stesso che dire, inseguitemi, o peggio. Non potendo schivare il pericolo, vi corse incontro, perché i momenti di quell'incertezza erano allora così penosi per lui, che non desiderava altro che d'abbreviarli. Affrettò il passo, recitò un versetto a voce più alta, compose la faccia a tutta quella quiete e ilarità che poté, fece ogni sforzo per preparare un sorriso; quando si trovò a fronte dei due galantuomini, disse mentalmente: ci siamo; e si fermò su due piedi. - Signor curato, - disse un di que' due, piantandogli gli occhi in faccia. - Cosa comanda? - rispose subito don Abbondio, alzando i suoi dal libro, che gli restò spalancato nelle mani, come sur un leggìo. - Lei ha intenzione, - proseguì l'altro, con l'atto minaccioso e iracondo di chi coglie un suo inferiore sull'intraprendere una ribalderia, - lei ha intenzione di maritar domani Renzo Tramaglino e Lucia Mondella! - Cioè... - rispose, con voce tremolante, don Abbondio: - cioè. Lor signori son uomini di mondo, e sanno benissimo come vanno queste faccende. Il povero curato non c'entra: fanno i loro pasticci tra loro, e poi... e poi, vengon da noi, come s'anderebbe a un banco a riscotere; e noi... noi siamo i servitori del comune. - Or bene, - gli disse il bravo, all'orecchio, ma in tono solenne di comando, - questo matrimonio non s'ha da fare, né domani, né mai. - Ma, signori miei, - replicò don Abbondio, con la voce mansueta e gentile di chi vuol persuadere un impaziente, - ma, signori miei, si degnino di mettersi ne' miei panni. Se la cosa dipendesse da me,... vedon bene che a me non me ne vien nulla in tasca... - Orsù, - interruppe il bravo, - se la cosa avesse a decidersi a ciarle, lei ci metterebbe in sacco. Noi non ne sappiamo, né vogliam saperne di più. Uomo avvertito... lei c'intende. - Ma lor signori son troppo giusti, troppo ragionevoli... - Ma, - interruppe questa volta l'altro compagnone, che non aveva parlato fin allora, - ma il matrimonio non si farà, o... - e qui una buona bestemmia, - o chi lo farà non se ne pentirà, perché non ne avrà tempo, e... - un'altra bestemmia. - Zitto, zitto, - riprese il primo oratore: - il signor curato è un uomo che sa il viver del mondo; e noi siam galantuomini, che non vogliam fargli del male, purché abbia giudizio. Signor curato, l'illustrissimo signor don Rodrigo nostro padrone la riverisce caramente. Questo nome fu, nella mente di don Abbondio, come, nel forte d'un temporale notturno, un lampo che illumina momentaneamente e in confuso gli oggetti, e accresce il terrore. Fece, come per istinto, un grand'inchino, e disse: - se mi sapessero suggerire... - Oh! suggerire a lei che sa di latino! - interruppe ancora il bravo, con un riso tra lo sguaiato e il feroce. - A lei tocca. E sopra tutto, non si lasci uscir parola su questo avviso che le abbiam dato per suo bene; altrimenti... ehm... sarebbe lo stesso che fare quel tal matrimonio. Via, che vuol che si dica in suo nome all'illustrissimo signor don Rodrigo? - Il mio rispetto... - Si spieghi meglio! -... Disposto... disposto sempre all'ubbidienza -. E, proferendo queste parole, non sapeva nemmen lui se faceva una promessa, o un complimento. I bravi le presero, o mostraron di prenderle nel significato più serio. - Benissimo, e buona notte, messere, - disse l'un d'essi, in atto di partir col compagno. Don Abbondio, che, pochi momenti prima, avrebbe dato un occhio per iscansarli, allora avrebbe voluto prolungar la conversazione e le trattative. - Signori... - cominciò, chiudendo il libro con le due mani; ma quelli, senza più dargli udienza, presero la strada dond'era lui venuto, e s'allontanarono, cantando una canzonaccia che non voglio trascrivere. Il povero don Abbondio rimase un momento a bocca aperta, come incantato; poi prese quella delle due stradette che conduceva a casa sua, mettendo innanzi a stento una gamba dopo l'altra, che parevano aggranchiate. Come stesse di dentro, s'intenderà meglio, quando avrem detto qualche cosa del suo naturale, e de' tempi in cui gli era toccato di vivere. Don Abbondio (il lettore se n'è già avveduto) non era nato con un cuor di leone. Ma, fin da' primi suoi anni, aveva dovuto comprendere che la peggior condizione, a que' tempi, era quella d'un animale senza artigli e senza zanne, e che pure non si sentisse inclinazione d'esser divorato. La forza legale non proteggeva in alcun conto l'uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi di far paura altrui. Non già che mancassero leggi e pene contro le violenze private. Le leggi anzi diluviavano; i delitti erano enumerati, e particolareggiati, con minuta prolissità; le pene, pazzamente esorbitanti e, se non basta, aumentabili, quasi per ogni caso, ad arbitrio del legislatore stesso e di cento esecutori; le procedure, studiate soltanto a liberare il giudice da ogni cosa che potesse essergli d'impedimento a proferire una condanna: gli squarci che abbiam riportati delle gride contro i bravi, ne sono un piccolo, ma fedel saggio. Con tutto ciò, anzi in gran parte a cagion di ciò, quelle gride, ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non servivano ad altro che ad attestare ampollosamente l'impotenza de' loro autori; o, se producevan qualche effetto immediato, era principalmente d'aggiunger molte vessazioni a quelle che i pacifici e i deboli già soffrivano da' perturbatori, e d'accrescer le violenze e l'astuzia di questi. L'impunità era organizzata, e aveva radici che le gride non toccavano, o non potevano smovere. Tali eran gli asili, tali i privilegi d'alcune classi, in parte riconosciuti dalla forza legale, in parte tollerati con astioso silenzio, o impugnati con vane proteste, ma sostenuti in fatto e difesi da quelle classi, con attività d'interesse, e con gelosia di puntiglio. Ora, quest'impunità minacciata e insultata, ma non distrutta dalle gride, doveva naturalmente, a ogni minaccia, e a ogni insulto, adoperar nuovi sforzi e nuove invenzioni, per conservarsi. Così accadeva in effetto; e, all'apparire delle gride dirette a comprimere i violenti, questi cercavano nella loro forza reale i nuovi mezzi più opportuni, per continuare a far ciò che le gride venivano a proibire. Potevan ben esse inceppare a ogni passo, e molestare l'uomo bonario, che fosse senza forza propria e senza protezione; perché, col fine d'aver sotto la mano ogni uomo, per prevenire o per punire ogni delitto, assoggettavano ogni mossa del privato al volere arbitrario d'esecutori d'ogni genere. Ma chi, prima di commettere il delitto, aveva prese le sue misure per ricoverarsi a tempo in un convento, in un palazzo, dove i birri non avrebber mai osato metter piede; chi, senz'altre precauzioni, portava una livrea che impegnasse a difenderlo la vanità e l'interesse d'una famiglia potente, di tutto un ceto, era libero nelle sue operazioni, e poteva ridersi di tutto quel fracasso delle gride. Di quegli stessi ch'eran deputati a farle eseguire, alcuni appartenevano per nascita alla parte privilegiata, alcuni ne dipendevano per clientela; gli uni e gli altri, per educazione, per interesse, per consuetudine, per imitazione, ne avevano abbracciate le massime, e si sarebbero ben guardati dall'offenderle, per amor d'un pezzo di carta attaccato sulle cantonate. Gli uomini poi incaricati dell'esecuzione immediata, quando fossero stati intraprendenti come eroi, ubbidienti come monaci, e pronti a sacrificarsi come martiri, non avrebber però potuto venirne alla fine, inferiori com'eran di numero a quelli che si trattava di sottomettere, e con una gran probabilità d'essere abbandonati da chi, in astratto e, per così dire, in teoria, imponeva loro di operare. Ma, oltre di ciò, costoro eran generalmente de' più abbietti e ribaldi soggetti del loro tempo; l'incarico loro era tenuto a vile anche da quelli che potevano averne terrore, e il loro titolo un improperio. Era quindi ben naturale che costoro, in vece d'arrischiare, anzi di gettar la vita in un'impresa disperata, vendessero la loro inazione, o anche la loro connivenza ai potenti, e si riservassero a esercitare la loro esecrata autorità e la forza che pure avevano, in quelle occasioni dove non c'era pericolo; nell'opprimer cioè, e nel vessare gli uomini pacifici e senza difesa. L'uomo che vuole offendere, o che teme, ogni momento, d'essere offeso, cerca naturalmente alleati e compagni. Quindi era, in que' tempi, portata al massimo punto la tendenza degl'individui a tenersi collegati in classi, a formarne delle nuove, e a procurare ognuno la maggior potenza di quella a cui apparteneva. Il clero vegliava a sostenere e ad estendere le sue immunità, la nobiltà i suoi privilegi, il militare le sue esenzioni. I mercanti, gli artigiani erano arrolati in maestranze e in confraternite, i giurisperiti formavano una lega, i medici stessi una corporazione. Ognuna di queste piccole oligarchie aveva una sua forza speciale e propria; in ognuna l'individuo trovava il vantaggio d'impiegar per sé, a proporzione della sua autorità e della sua destrezza, le forze riunite di molti. I più onesti si valevan di questo vantaggio a difesa soltanto; gli astuti e i facinorosi ne approfittavano, per condurre a termine ribalderie, alle quali i loro mezzi personali non sarebber bastati, e per assicurarsene l'impunità. Le forze però di queste varie leghe eran molto disuguali; e, nelle campagne principalmente, il nobile dovizioso e violento, con intorno uno stuolo di bravi, e una popolazione di contadini avvezzi, per tradizione famigliare, e interessati o forzati a riguardarsi quasi come sudditi e soldati del padrone, esercitava un potere, a cui difficilmente nessun'altra frazione di lega avrebbe ivi potuto resistere. Il nostro Abbondio non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s'era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d'essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete. Per dir la verità, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli eran sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta. Ma una classe qualunque non protegge un individuo, non lo assicura, che fino a un certo segno: nessuna lo dispensa dal farsi un suo sistema particolare. Don Abbondio, assorbito continuamente ne' pensieri della propria quiete, non si curava di que' vantaggi, per ottenere i quali facesse bisogno d'adoperarsi molto, o d'arrischiarsi un poco. Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare. Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui, dalle contese, allora frequentissime, tra il clero e le podestà laiche, tra il militare e il civile, tra nobili e nobili, fino alle questioni tra due contadini, nate da una parola, e decise coi pugni, o con le coltellate. Se si trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti, stava col più forte, sempre però alla retroguardia, e procurando di far vedere all'altro ch'egli non gli era volontariamente nemico: pareva che gli dicesse: ma perché non avete saputo esser voi il più forte? ch'io mi sarei messo dalla vostra parte. Stando alla larga da' prepotenti, dissimulando le loro soverchierie passeggiere e capricciose, corrispondendo con sommissioni a quelle che venissero da un'intenzione più seria e più meditata, costringendo, a forza d'inchini e di rispetto gioviale, anche i più burberi e sdegnosi, a fargli un sorriso, quando gl'incontrava per la strada, il pover'uomo era riuscito a passare i sessant'anni, senza gran burrasche. Non è però che non avesse anche lui il suo po' di fiele in corpo; e quel continuo esercitar la pazienza, quel dar così spesso ragione agli altri, que' tanti bocconi amari inghiottiti in silenzio, glielo avevano esacerbato a segno che, se non avesse, di tanto in tanto, potuto dargli un po' di sfogo, la sua salute n'avrebbe certamente sofferto. Ma siccome v'eran poi finalmente al mondo, e vicino a lui, persone ch'egli conosceva ben bene per incapaci di far male, così poteva con quelle sfogare qualche volta il mal umore lungamente represso, e cavarsi anche lui la voglia d'essere un po' fantastico, e di gridare a torto. Era poi un rigido censore degli uomini che non si regolavan come lui, quando però la censura potesse esercitarsi senza alcuno, anche lontano, pericolo. Il battuto era almeno un imprudente; l'ammazzato era sempre stato un uomo torbido. A chi, messosi a sostener le sue ragioni contro un potente, rimaneva col capo rotto, don Abbondio sapeva trovar sempre qualche torto; cosa non difficile, perché la ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell'una o dell'altro. Sopra tutto poi, declamava contro que' suoi confratelli che, a loro rischio, prendevan le parti d'un debole oppresso, contro un soverchiatore potente. Questo chiamava un comprarsi gl'impicci a contanti, un voler raddirizzar le gambe ai cani; diceva anche severamente, ch'era un mischiarsi nelle cose profane, a danno della dignità del sacro ministero. E contro questi predicava, sempre però a quattr'occhi, o in un piccolissimo crocchio, con tanto più di veemenza, quanto più essi eran conosciuti per alieni dal risentirsi, in cosa che li toccasse personalmente. Aveva poi una sua sentenza prediletta, con la quale sigillava sempre i discorsi su queste materie: che a un galantuomo, il qual badi a sé, e stia ne' suoi panni, non accadon mai brutti incontri. Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare sull'animo del poveretto, quello che s'è raccontato. Lo spavento di que' visacci e di quelle parolacce, la minaccia d'un signore noto per non minacciare invano, un sistema di quieto vivere, ch'era costato tant'anni di studio e di pazienza, sconcertato in un punto, e un passo dal quale non si poteva veder come uscirne: tutti questi pensieri ronzavano tumultuariamente nel capo basso di don Abbondio. "Se Renzo si potesse mandare in pace con un bel no, via; ma vorrà delle ragioni; e cosa ho da rispondergli, per amor del cielo? E, e, e, anche costui è una testa: un agnello se nessun lo tocca, ma se uno vuol contraddirgli... ih! E poi, e poi, perduto dietro a quella Lucia, innamorato come... Ragazzacci, che, per non saper che fare, s'innamorano, voglion maritarsi, e non pensano ad altro; non si fanno carico de' travagli in che mettono un povero galantuomo. Oh povero me! vedete se quelle due figuracce dovevan proprio piantarsi sulla mia strada, e prenderla con me! Che c'entro io? Son io che voglio maritarmi? Perché non son andati piuttosto a parlare... Oh vedete un poco: gran destino è il mio, che le cose a proposito mi vengan sempre in mente un momento dopo l'occasione. Se avessi pensato di suggerir loro che andassero a portar la loro imbasciata..." Ma, a questo punto, s'accorse che il pentirsi di non essere stato consigliere e cooperatore dell'iniquità era cosa troppo iniqua; e rivolse tutta la stizza de' suoi pensieri contro quell'altro che veniva così a togliergli la sua pace. Non conosceva don Rodrigo che di vista e di fama, né aveva mai avuto che far con lui, altro che di toccare il petto col mento, e la terra con la punta del suo cappello, quelle poche volte che l'aveva incontrato per la strada. Gli era occorso di difendere, in più d'un'occasione, la riputazione di quel signore, contro coloro che, a bassa voce, sospirando, e alzando gli occhi al cielo, maledicevano qualche suo fatto: aveva detto cento volte ch'era un rispettabile cavaliere. Ma, in quel momento gli diede in cuor suo tutti que' titoli che non aveva mai udito applicargli da altri, senza interrompere in fretta con un oibò. Giunto, tra il tumulto di questi pensieri, alla porta di casa sua, ch'era in fondo del paesello, mise in fretta nella toppa la chiave, che già teneva in mano; aprì, entrò, richiuse diligentemente; e, ansioso di trovarsi in una compagnia fidata, chiamò subito: - Perpetua! Perpetua! -, avviandosi pure verso il salotto, dove questa doveva esser certamente ad apparecchiar la tavola per la cena. Era Perpetua, come ognun se n'avvede, la serva di don Abbondio: serva affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e comandare, secondo l'occasione, tollerare a tempo il brontolìo e le fantasticaggini del padrone, e fargli a tempo tollerar le proprie, che divenivan di giorno in giorno più frequenti, da che aveva passata l'età sinodale dei quaranta, rimanendo celibe, per aver rifiutati tutti i partiti che le si erano offerti, come diceva lei, o per non aver mai trovato un cane che la volesse, come dicevan le sue amiche. - Vengo, - rispose, mettendo sul tavolino, al luogo solito, il fiaschetto del vino prediletto di don Abbondio, e si mosse lentamente; ma non aveva ancor toccata la soglia del salotto, ch'egli v'entrò, con un passo così legato, con uno sguardo così adombrato, con un viso così stravolto, che non ci sarebbero nemmen bisognati gli occhi esperti di Perpetua, per iscoprire a prima vista che gli era accaduto qualche cosa di straordinario davvero. - Misericordia! cos'ha, signor padrone? - Niente, niente, - rispose don Abbondio, lasciandosi andar tutto ansante sul suo seggiolone. - Come, niente? La vuol dare ad intendere a me? così brutto com'è? Qualche gran caso è avvenuto. - Oh, per amor del cielo! Quando dico niente, o è niente, o è cosa che non posso dire. - Che non può dir neppure a me? Chi si prenderà cura della sua salute? Chi le darà un parere?... - Ohimè! tacete, e non apparecchiate altro: datemi un bicchiere del mio vino. - E lei mi vorrà sostenere che non ha niente! - disse Perpetua, empiendo il bicchiere, e tenendolo poi in mano, come se non volesse darlo che in premio della confidenza che si faceva tanto aspettare. - Date qui, date qui, - disse don Abbondio, prendendole il bicchiere, con la mano non ben ferma, e votandolo poi in fretta, come se fosse una medicina. - Vuol dunque ch'io sia costretta di domandar qua e là cosa sia accaduto al mio padrone? - disse Perpetua, ritta dinanzi a lui, con le mani arrovesciate sui fianchi, e le gomita appuntate davanti, guardandolo fisso, quasi volesse succhiargli dagli occhi il segreto. - Per amor del cielo! non fate pettegolezzi, non fate schiamazzi: ne va... ne va la vita! - La vita! - La vita. - Lei sa bene che, ogni volta che m'ha detto qualche cosa sinceramente, in confidenza, io non ho mai... - Brava! come quando... Perpetua s'avvide d'aver toccato un tasto falso; onde, cambiando subito il tono, - signor padrone, - disse, con voce commossa e da commovere, - io le sono sempre stata affezionata; e, se ora voglio sapere, è per premura, perché vorrei poterla soccorrere, darle un buon parere, sollevarle l'animo... Il fatto sta che don Abbondio aveva forse tanta voglia di scaricarsi del suo doloroso segreto, quanta ne avesse Perpetua di conoscerlo; onde, dopo aver respinti sempre più debolmente i nuovi e più incalzanti assalti di lei, dopo averle fatto più d'una volta giurare che non fiaterebbe, finalmente, con molte sospensioni, con molti ohimè, le raccontò il miserabile caso. Quando si venne al nome terribile del mandante, bisognò che Perpetua proferisse un nuovo e più solenne giuramento; e don Abbondio, pronunziato quel nome, si rovesciò sulla spalliera della seggiola, con un gran sospiro, alzando le mani, in atto insieme di comando e di supplica, e dicendo: - per amor del cielo! - Delle sue! - esclamò Perpetua. - Oh che birbone! oh che soverchiatore! oh che uomo senza timor di Dio! - Volete tacere? o volete rovinarmi del tutto? - Oh! siam qui soli che nessun ci sente. Ma come farà, povero signor padrone? - Oh vedete, - disse don Abbondio, con voce stizzosa: - vedete che bei pareri mi sa dar costei! Viene a domandarmi come farò, come farò; quasi fosse lei nell'impiccio, e toccasse a me di levarnela. - Ma! io l'avrei bene il mio povero parere da darle; ma poi... - Ma poi, sentiamo. - Il mio parere sarebbe che, siccome tutti dicono che il nostro arcivescovo è un sant'uomo, e un uomo di polso, e che non ha paura di nessuno, e, quando può fare star a dovere un di questi prepotenti, per sostenere un curato, ci gongola; io direi, e dico che lei gli scrivesse una bella lettera, per informarlo come qualmente... - Volete tacere? volete tacere? Son pareri codesti da dare a un pover'uomo? Quando mi fosse toccata una schioppettata nella schiena, Dio liberi! l'arcivescovo me la leverebbe? - Eh! le schioppettate non si dànno via come confetti: e guai se questi cani dovessero mordere tutte le volte che abbaiano! E io ho sempre veduto che a chi sa mostrare i denti, e farsi stimare, gli si porta rispetto; e, appunto perché lei non vuol mai dir la sua ragione, siam ridotti a segno che tutti vengono, con licenza, a... - Volete tacere? - Io taccio subito; ma è però certo che, quando il mondo s'accorge che uno, sempre, in ogni incontro, è pronto a calar le... - Volete tacere? È tempo ora di dir codeste baggianate? - Basta: ci penserà questa notte; ma intanto non cominci a farsi male da sé, a rovinarsi la salute; mangi un boccone. - Ci penserò io, - rispose, brontolando, don Abbondio: - sicuro; io ci penserò, io ci ho da pensare - E s'alzò, continuando: - non voglio prender niente; niente: ho altra voglia: lo so anch'io che tocca a pensarci a me. Ma! la doveva accader per l'appunto a me. - Mandi almen giù quest'altro gocciolo, - disse Perpetua, mescendo. - Lei sa che questo le rimette sempre lo stomaco. - Eh! ci vuol altro, ci vuol altro, ci vuol altro. Così dicendo prese il lume, e, brontolando sempre: - una piccola bagattella! a un galantuomo par mio! e domani com'andrà? - e altre simili lamentazioni, s'avviò per salire in camera. Giunto su la soglia, si voltò indietro verso Perpetua, mise il dito sulla bocca, disse, con tono lento e solenne : - per amor del cielo! -, e disparve. Capitolo II Si racconta che il principe di Condé dormì profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi: ma, in primo luogo, era molto affaticato; secondariamente aveva già date tutte le disposizioni necessarie, e stabilito ciò che dovesse fare, la mattina. Don Abbondio in vece non sapeva altro ancora se non che l'indomani sarebbe giorno di battaglia; quindi una gran parte della notte fu spesa in consulte angosciose. Non far caso dell'intimazione ribalda, né delle minacce, e fare il matrimonio, era un partito, che non volle neppur mettere in deliberazione. Confidare a Renzo l'occorrente, e cercar con lui qualche mezzo... Dio liberi! - Non si lasci scappar parola... altrimenti... ehm! - aveva detto un di que' bravi; e, al sentirsi rimbombar quell'ehm! nella mente, don Abbondio, non che pensare a trasgredire una tal legge, si pentiva anche dell'aver ciarlato con Perpetua. Fuggire? Dove? E poi! Quant'impicci, e quanti conti da rendere! A ogni partito che rifiutava, il pover'uomo si rivoltava nel letto. Quello che, per ogni verso, gli parve il meglio o il men male, fu di guadagnar tempo, menando Renzo per le lunghe. Si rammentò a proposito, che mancavan pochi giorni al tempo proibito per le nozze; "e, se posso tenere a bada, per questi pochi giorni, quel ragazzone, ho poi due mesi di respiro; e, in due mesi, può nascer di gran cose". Ruminò pretesti da metter in campo; e, benché gli paressero un po' leggieri, pur s'andava rassicurando col pensiero che la sua autorità gli avrebbe fatti parer di giusto peso, e che la sua antica esperienza gli darebbe gran vantaggio sur un giovanetto ignorante. "Vedremo, - diceva tra sé: - egli pensa alla morosa; ma io penso alla pelle: il più interessato son io, lasciando stare che sono il più accorto. Figliuol caro, se tu ti senti il bruciore addosso, non so che dire; ma io non voglio andarne di mezzo". Fermato così un poco l'animo a una deliberazione, poté finalmente chiuder occhio: ma che sonno! che sogni! Bravi, don Rodrigo, Renzo, viottole, rupi, fughe, inseguimenti, grida, schioppettate. Il primo svegliarsi, dopo una sciagura, e in un impiccio, è un momento molto amaro. La mente, appena risentita, ricorre all'idee abituali della vita tranquilla antecedente; ma il pensiero del nuovo stato di cose le si affaccia subito sgarbatamente; e il dispiacere ne è più vivo in quel paragone istantaneo. Assaporato dolorosamente questo momento, don Abbondio ricapitolò subito i suoi disegni della notte, si confermò in essi, gli ordinò meglio, s'alzò, e stette aspettando Renzo con timore e, ad un tempo, con impazienza. Lorenzo o, come dicevan tutti, Renzo non si fece molto aspettare. Appena gli parve ora di poter, senza indiscrezione, presentarsi al curato, v'andò, con la lieta furia d'un uomo di vent'anni, che deve in quel giorno sposare quella che ama. Era, fin dall'adolescenza, rimasto privo de' parenti, ed esercitava la professione di filatore di seta, ereditaria, per dir così, nella sua famiglia; professione, negli anni indietro, assai lucrosa; allora già in decadenza, ma non però a segno che un abile operaio non potesse cavarne di che vivere onestamente. Il lavoro andava di giorno in giorno scemando; ma l'emigrazione continua de' lavoranti, attirati negli stati vicini da promesse, da privilegi e da grosse paghe, faceva sì che non ne mancasse ancora a quelli che rimanevano in paese. Oltre di questo, possedeva Renzo un poderetto che faceva lavorare e lavorava egli stesso, quando il filatoio stava fermo; di modo che, per la sua condizione, poteva dirsi agiato. E quantunque quell'annata fosse ancor più scarsa delle antecedenti, e già si cominciasse a provare una vera carestia, pure il nostro giovine, che, da quando aveva messi gli occhi addosso a Lucia, era divenuto massaio, si trovava provvisto bastantemente, e non aveva a contrastar con la fame. Comparve davanti a don Abbondio, in gran gala, con penne di vario colore al cappello, col suo pugnale del manico bello, nel taschino de' calzoni, con una cert'aria di festa e nello stesso tempo di braverìa, comune allora anche agli uomini più quieti. L'accoglimento incerto e misterioso di don Abbondio fece un contrapposto singolare ai modi gioviali e risoluti del giovinotto. "Che abbia qualche pensiero per la testa", argomentò Renzo tra sé; poi disse: - son venuto, signor curato, per sapere a che ora le comoda che ci troviamo in chiesa. - Di che giorno volete parlare? - Come, di che giorno? non si ricorda che s'è fissato per oggi? - Oggi? - replicò don Abbondio, come se ne sentisse parlare per la prima volta. - Oggi, oggi... abbiate pazienza, ma oggi non posso. - Oggi non può! Cos'è nato? - Prima di tutto, non mi sento bene, vedete. - Mi dispiace; ma quello che ha da fare è cosa di così poco tempo, e di così poca fatica... - E poi, e poi, e poi... - E poi che cosa? - E poi c'è degli imbrogli. - Degl'imbrogli? Che imbrogli ci può essere? - Bisognerebbe trovarsi nei nostri piedi, per conoscer quanti impicci nascono in queste materie, quanti conti s'ha da rendere. Io son troppo dolce di cuore, non penso che a levar di mezzo gli ostacoli, a facilitar tutto, a far le cose secondo il piacere altrui, e trascuro il mio dovere; e poi mi toccan de' rimproveri, e peggio. - Ma, col nome del cielo, non mi tenga così sulla corda, e mi dica chiaro e netto cosa c'è. - Sapete voi quante e quante formalità ci vogliono per fare un matrimonio in regola? - Bisogna ben ch'io ne sappia qualche cosa, - disse Renzo, cominciando ad alterarsi, - poiché me ne ha già rotta bastantemente la testa, questi giorni addietro. Ma ora non s'è sbrigato ogni cosa? non s'è fatto tutto ciò che s'aveva a fare? - Tutto, tutto, pare a voi: perché, abbiate pazienza, la bestia son io, che trascuro il mio dovere, per non far penare la gente. Ma ora... basta, so quel che dico. Noi poveri curati siamo tra l'ancudine e il martello: voi impaziente; vi compatisco, povero giovane; e i superiori... basta, non si può dir tutto. E noi siam quelli che ne andiam di mezzo. - Ma mi spieghi una volta cos'è quest'altra formalità che s'ha a fare, come dice; e sarà subito fatta. - Sapete voi quanti siano gl'impedimenti dirimenti? - Che vuol ch'io sappia d'impedimenti? - Error, conditio, votum, cognatio, crimen, Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas, Si sis affinis,... - cominciava don Abbondio, contando sulla punta delle dita. - Si piglia gioco di me? - interruppe il giovine. - Che vuol ch'io faccia del suo latinorum? - Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza, e rimettetevi a chi le sa. - Orsù!... - Via, caro Renzo, non andate in collera, che son pronto a fare... tutto quello che dipende da me. Io, io vorrei vedervi contento; vi voglio bene io. Eh!... quando penso che stavate così bene; cosa vi mancava? V'è saltato il grillo di maritarvi... - Che discorsi son questi, signor mio? - proruppe Renzo, con un volto tra l'attonito e l'adirato. - Dico per dire, abbiate pazienza, dico per dire. Vorrei vedervi contento. - In somma... - In somma, figliuol caro, io non ci ho colpa; la legge non l'ho fatta io. E, prima di conchiudere un matrimonio, noi siam proprio obbligati a far molte e molte ricerche, per assicurarci che non ci siano impedimenti. - Ma via, mi dica una volta che impedimento è sopravvenuto? - Abbiate pazienza, non son cose da potersi decifrare così su due piedi. Non ci sarà niente, così spero; ma, non ostante, queste ricerche noi le dobbiam fare. Il testo è chiaro e lampante: antequam matrimonium denunciet... - Le ho detto che non voglio latino. - Ma bisogna pur che vi spieghi... - Ma non le ha già fatte queste ricerche? - Non le ho fatte tutte, come avrei dovuto, vi dico. - Perché non le ha fatte a tempo? perché dirmi che tutto era finito? perché aspettare... - Ecco! mi rimproverate la mia troppa bontà. Ho facilitato ogni cosa per servirvi più presto: ma... ma ora mi son venute... basta, so io. - E che vorrebbe ch'io facessi? - Che aveste pazienza per qualche giorno. Figliuol caro, qualche giorno non è poi l'eternità: abbiate pazienza. - Per quanto? "Siamo a buon porto", pensò fra sé don Abbondio; e, con un fare più manieroso che mai, - via, - disse: - in quindici giorni cercherò,... procurerò... - Quindici giorni! oh questa sì ch'è nuova! S'è fatto tutto ciò che ha voluto lei; s'è fissato il giorno; il giorno arriva; e ora lei mi viene a dire che aspetti quindici giorni! Quindici... - riprese poi, con voce più alta e stizzosa, stendendo il braccio, e battendo il pugno nell'aria; e chi sa qual diavoleria avrebbe attaccata a quel numero, se don Abbondio non l'avesse interrotto, prendendogli l'altra mano, con un'amorevolezza timida e premurosa: - via, via, non v'alterate, per amor del cielo. Vedrò, cercherò se, in una settimana... - E a Lucia che devo dire? - Ch'è stato un mio sbaglio. - E i discorsi del mondo? - Dite pure a tutti, che ho sbagliato io, per troppa furia, per troppo buon cuore: gettate tutta la colpa addosso a me. Posso parlar meglio? via, per una settimana. - E poi, non ci sarà più altri impedimenti? - Quando vi dico... - Ebbene: avrò pazienza per una settimana; ma ritenga bene che, passata questa, non m'appagherò più di chiacchiere. Intanto la riverisco -. E così detto, se n'andò, facendo a don Abbondio un inchino men profondo del solito, e dandogli un'occhiata più espressiva che riverente. Uscito poi, e camminando di mala voglia, per la prima volta, verso la casa della sua promessa, in mezzo alla stizza, tornava con la mente su quel colloquio; e sempre più lo trovava strano. L'accoglienza fredda e impicciata di don Abbondio, quel suo parlare stentato insieme e impaziente, que' due occhi grigi che, mentre parlava, eran sempre andati scappando qua e là, come se avesser avuto paura d'incontrarsi con le parole che gli uscivan di bocca, quel farsi quasi nuovo del matrimonio così espressamente concertato, e sopra tutto quell'accennar sempre qualche gran cosa, non dicendo mai nulla di chiaro; tutte queste circostanze messe insieme facevan pensare a Renzo che ci fosse sotto un mistero diverso da quello che don Abbondio aveva voluto far credere. Stette il giovine in forse un momento di tornare indietro, per metterlo alle strette, e farlo parlar più chiaro; ma, alzando gli occhi, vide Perpetua che camminava dinanzi a lui, ed entrava in un orticello pochi passi distante dalla casa. Le diede una voce, mentre essa apriva l'uscio; studiò il passo, la raggiunse, la ritenne sulla soglia, e, col disegno di scovar qualche cosa di più positivo, si fermò ad attaccar discorso con essa. - Buon giorno, Perpetua: io speravo che oggi si sarebbe stati allegri insieme. - Ma! quel che Dio vuole, il mio povero Renzo. - Fatemi un piacere: quel benedett'uomo del signor curato m'ha impastocchiate certe ragioni che non ho potuto ben capire: spiegatemi voi meglio perché non può o non vuole maritarci oggi. - Oh! vi par egli ch'io sappia i segreti del mio padrone? "L'ho detto io, che c'era mistero sotto", pensò Renzo; e, per tirarlo in luce, continuò: - via, Perpetua; siamo amici; ditemi quel che sapete, aiutate un povero figliuolo. - Mala cosa nascer povero, il mio caro Renzo. - È vero, - riprese questo, sempre più confermandosi ne' suoi sospetti; e, cercando d'accostarsi più alla questione, - è vero, - soggiunse, - ma tocca ai preti a trattar male co' poveri? - Sentite, Renzo; io non posso dir niente, perché... non so niente; ma quello che vi posso assicurare è che il mio padrone non vuol far torto, né a voi né a nessuno; e lui non ci ha colpa. - Chi è dunque che ci ha colpa? - domandò Renzo, con un cert'atto trascurato, ma col cuor sospeso, e con l'orecchio all'erta. - Quando vi dico che non so niente... In difesa del mio padrone, posso parlare; perché mi fa male sentire che gli si dia carico di voler far dispiacere a qualcheduno. Pover'uomo! se pecca, è per troppa bontà. C'è bene a questo mondo de' birboni, de' prepotenti, degli uomini senza timor di Dio... "Prepotenti! birboni! - pensò Renzo: - questi non sono i superiori". - Via, - disse poi, nascondendo a stento l'agitazione crescente, - via, ditemi chi è. - Ah! voi vorreste farmi parlare; e io non posso parlare, perché... non so niente: quando non so niente, è come se avessi giurato di tacere. Potreste darmi la corda, che non mi cavereste nulla di bocca. Addio; è tempo perduto per tutt'e due -. Così dicendo, entrò in fretta nell'orto, e chiuse l'uscio. Renzo, rispostole con un saluto, tornò indietro pian piano, per non farla accorgere del cammino che prendeva; ma, quando fu fuor del tiro dell'orecchio della buona donna, allungò il passo; in un momento fu all'uscio di don Abbondio; entrò, andò diviato al salotto dove l'aveva lasciato, ve lo trovò, e corse verso lui, con un fare ardito, e con gli occhi stralunati. - Eh! eh! che novità è questa? - disse don Abbondio. - Chi è quel prepotente, - disse Renzo, con la voce d'un uomo ch'è risoluto d'ottenere una risposta precisa, - chi è quel prepotente che non vuol ch'io sposi Lucia? - Che? che? che? - balbettò il povero sorpreso, con un volto fatto in un istante bianco e floscio, come un cencio che esca del bucato. E, pur brontolando, spiccò un salto dal suo seggiolone, per lanciarsi all'uscio. Ma Renzo, che doveva aspettarsi quella mossa, e stava all'erta, vi balzò prima di lui, girò la chiave, e se la mise in tasca. - Ah! ah! parlerà ora, signor curato? Tutti sanno i fatti miei, fuori di me. Voglio saperli, per bacco, anch'io. Come si chiama colui? - Renzo! Renzo! per carità, badate a quel che fate; pensate all'anima vostra. - Penso che lo voglio saper subito, sul momento -. E, così dicendo, mise, forse senza avvedersene, la mano sul manico del coltello che gli usciva dal taschino. - Misericordia! - esclamò con voce fioca don Abbondio. - Lo voglio sapere. - Chi v'ha detto... - No, no; non più fandonie. Parli chiaro e subito. - Mi volete morto? - Voglio sapere ciò che ho ragion di sapere. - Ma se parlo, son morto. Non m'ha da premere la mia vita? - Dunque parli. Quel "dunque" fu proferito con una tale energia, l'aspetto di Renzo divenne così minaccioso, che don Abbondio non poté più nemmen supporre la possibilità di disubbidire. - Mi promettete, mi giurate, - disse - di non parlarne con nessuno, di non dir mai...? - Le prometto che fo uno sproposito, se lei non mi dice subito subito il nome di colui. A quel nuovo scongiuro, don Abbondio, col volto, e con lo sguardo di chi ha in bocca le tanaglie del cavadenti, proferì: - don... - Don? - ripeté Renzo, come per aiutare il paziente a buttar fuori il resto; e stava curvo, con l'orecchio chino sulla bocca di lui, con le braccia tese, e i pugni stretti all'indietro. - Don Rodrigo! - pronunziò in fretta il forzato, precipitando quelle poche sillabe, e strisciando le consonanti, parte per il turbamento, parte perché, rivolgendo pure quella poca attenzione che gli rimaneva libera, a fare una transazione tra le due paure, pareva che volesse sottrarre e fare scomparir la parola, nel punto stesso ch'era costretto a metterla fuori. - Ah cane! - urlò Renzo. - E come ha fatto? Cosa le ha detto per...? - Come eh? come? - rispose, con voce quasi sdegnosa, don Abbondio, il quale, dopo un così gran sagrifizio, si sentiva in certo modo divenuto creditore. - Come eh? Vorrei che la fosse toccata a voi, come è toccata a me, che non c'entro per nulla; che certamente non vi sarebber rimasti tanti grilli in capo -. E qui si fece a dipinger con colori terribili il brutto incontro; e, nel discorrere, accorgendosi sempre più d'una gran collera che aveva in corpo, e che fin allora era stata nascosta e involta nella paura, e vedendo nello stesso tempo che Renzo, tra la rabbia e la confusione, stava immobile, col capo basso, continuò allegramente: - avete fatta una bella azione! M'avete reso un bel servizio! Un tiro di questa sorte a un galantuomo, al vostro curato! in casa sua! in luogo sacro! Avete fatta una bella prodezza! Per cavarmi di bocca il mio malanno, il vostro malanno! ciò ch'io vi nascondevo per prudenza, per vostro bene! E ora che lo sapete? Vorrei vedere che mi faceste...! Per amor del cielo! Non si scherza. Non si tratta di torto o di ragione; si tratta di forza. E quando, questa mattina, vi davo un buon parere... eh! subito nelle furie. Io avevo giudizio per me e per voi; ma come si fa? Aprite almeno; datemi la mia chiave. - Posso aver fallato, - rispose Renzo, con voce raddolcita verso don Abbondio, ma nella quale si sentiva il furore contro il nemico scoperto: - posso aver fallato; ma si metta la mano al petto, e pensi se nel mio caso... Così dicendo, s'era levata la chiave di tasca, e andava ad aprire. Don Abbondio gli andò dietro, e, mentre quegli girava la chiave nella toppa, se gli accostò, e, con volto serio e ansioso, alzandogli davanti agli occhi le tre prime dita della destra, come per aiutarlo anche lui dal canto suo, - giurate almeno... - gli disse. - Posso aver fallato; e mi scusi, - rispose Renzo, aprendo, e disponendosi ad uscire. - Giurate... - replicò don Abbondio, afferrandogli il braccio con la mano tremante. - Posso aver fallato, - ripeté Renzo, sprigionandosi da lui; e partì in furia, troncando così la questione, che, al pari d'una questione di letteratura o di filosofia o d'altro, avrebbe potuto durar dei secoli, giacché ognuna delle parti non faceva che replicare il suo proprio argomento. - Perpetua! Perpetua! - gridò don Abbondio, dopo avere invano richiamato il fuggitivo. Perpetua non risponde: don Abbondio non sapeva più in che mondo si fosse. È accaduto più d'una volta a personaggi di ben più alto affare che don Abbondio, di trovarsi in frangenti così fastidiosi, in tanta incertezza di partiti, che parve loro un ottimo ripiego mettersi a letto con la febbre. Questo ripiego, egli non lo dovette andare a cercare, perché gli si offerse da sé. La paura del giorno avanti, la veglia angosciosa della notte, la paura avuta in quel momento, l'ansietà dell'avvenire, fecero l'effetto. Affannato e balordo, si ripose sul suo seggiolone, cominciò a sentirsi qualche brivido nell'ossa, si guardava le unghie sospirando, e chiamava di tempo in tempo, con voce tremolante e stizzosa: - Perpetua! - La venne finalmente, con un gran cavolo sotto il braccio, e con la faccia tosta, come se nulla fosse stato. Risparmio al lettore i lamenti, le condoglianze, le accuse, le difese, i "voi sola potete aver parlato", e i "non ho parlato", tutti i pasticci in somma di quel colloquio. Basti dire che don Abbondio ordinò a Perpetua di metter la stanga all'uscio, di non aprir più per nessuna cagione, e, se alcun bussasse, risponder dalla finestra che il curato era andato a letto con la febbre. Salì poi lentamente le scale, dicendo, ogni tre scalini, - son servito -; e si mise davvero a letto, dove lo lasceremo. Renzo intanto camminava a passi infuriati verso casa, senza aver determinato quel che dovesse fare, ma con una smania addosso di far qualcosa di strano e di terribile. I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi. Renzo era un giovine pacifico e alieno dal sangue, un giovine schietto e nemico d'ogni insidia; ma, in que' momenti, il suo cuore non batteva che per l'omicidio, la sua mente non era occupata che a fantasticare un tradimento. Avrebbe voluto correre alla casa di don Rodrigo, afferrarlo per il collo, e... ma gli veniva in mente ch'era come una fortezza, guarnita di bravi al di dentro, e guardata al di fuori; che i soli amici e servitori ben conosciuti v'entravan liberamente, senza essere squadrati da capo a piedi; che un artigianello sconosciuto non vi potrebb'entrare senza un esame, e ch'egli sopra tutto... egli vi sarebbe forse troppo conosciuto. Si figurava allora di prendere il suo schioppo, d'appiattarsi dietro una siepe, aspettando se mai, se mai colui venisse a passar solo; e, internandosi, con feroce compiacenza, in quell'immaginazione, si figurava di sentire una pedata, quella pedata, d'alzar chetamente la testa; riconosceva lo scellerato, spianava lo schioppo, prendeva la mira, sparava, lo vedeva cadere e dare i tratti, gli lanciava una maledizione, e correva sulla strada del confine a mettersi in salvo. "E Lucia?" Appena questa parola si fu gettata a traverso di quelle bieche fantasie, i migliori pensieri a cui era avvezza la mente di Renzo, v'entrarono in folla. Si rammentò degli ultimi ricordi de' suoi parenti, si rammentò di Dio, della Madonna e de' santi, pensò alla consolazione che aveva tante volte provata di trovarsi senza delitti, all'orrore che aveva tante volte provato al racconto d'un omicidio; e si risvegliò da quel sogno di sangue, con ispavento, con rimorso, e insieme con una specie di gioia di non aver fatto altro che immaginare. Ma il pensiero di Lucia, quanti pensieri tirava seco! Tante speranze, tante promesse, un avvenire così vagheggiato, e così tenuto sicuro, e quel giorno così sospirato! E come, con che parole annunziarle una tal nuova? E poi, che partito prendere? Come farla sua, a dispetto della forza di quell'iniquo potente? E insieme a tutto questo, non un sospetto formato, ma un'ombra tormentosa gli passava per la mente. Quella soverchieria di don Rodrigo non poteva esser mossa che da una brutale passione per Lucia. E Lucia? Che avesse data a colui la più piccola occasione, la più leggiera lusinga, non era un pensiero che potesse fermarsi un momento nella testa di Renzo. Ma n'era informata? Poteva colui aver concepita quell'infame passione, senza che lei se n'avvedesse? Avrebbe spinte le cose tanto in là, prima d'averla tentata in qualche modo? E Lucia non ne aveva mai detta una parola a lui! al suo promesso! Dominato da questi pensieri, passò davanti a casa sua, ch'era nel mezzo del villaggio, e, attraversatolo, s'avviò a quella di Lucia, ch'era in fondo, anzi un po' fuori. Aveva quella casetta un piccolo cortile dinanzi, che la separava dalla strada, ed era cinto da un murettino. Renzo entrò nel cortile, e sentì un misto e continuo ronzìo che veniva da una stanza di sopra. S'immaginò che sarebbero amiche e comari, venute a far corteggio a Lucia; e non si volle mostrare a quel mercato, con quella nuova in corpo e sul volto. Una fanciulletta che si trovava nel cortile, gli corse incontro gridando: - lo sposo! lo sposo! - Zitta, Bettina, zitta! - disse Renzo. - Vien qua; va' su da Lucia, tirala in disparte, e dille all'orecchio... ma che nessun senta, né sospetti di nulla, ve'... dille che ho da parlarle, che l'aspetto nella stanza terrena, e che venga subito -. La fanciulletta salì in fretta le scale, lieta e superba d'avere una commission segreta da eseguire. Lucia usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre. Le amiche si rubavano la sposa, e le facevan forza perché si lasciasse vedere; e lei s'andava schermendo, con quella modestia un po' guerriera delle contadine, facendosi scudo alla faccia col gomito, chinandola sul busto, e aggrottando i lunghi e neri sopraccigli, mentre però la bocca s'apriva al sorriso. I neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile dirizzatura, si ravvolgevan, dietro il capo, in cerchi moltiplici di trecce, trapassate da lunghi spilli d'argento, che si dividevano all'intorno, quasi a guisa de' raggi d'un'aureola, come ancora usano le contadine nel Milanese. Intorno al collo aveva un vezzo di granati alternati con bottoni d'oro a filigrana: portava un bel busto di broccato a fiori, con le maniche separate e allacciate da bei nastri: una corta gonnella di filaticcio di seta, a pieghe fitte e minute, due calze vermiglie, due pianelle, di seta anch'esse, a ricami. Oltre a questo, ch'era l'ornamento particolare del giorno delle nozze, Lucia aveva quello quotidiano d'una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta dalle varie affezioni che le si dipingevan sul viso: una gioia temperata da un turbamento leggiero, quel placido accoramento che si mostra di quand'in quando sul volto delle spose, e, senza scompor la bellezza, le dà un carattere particolare. La piccola Bettina si cacciò nel crocchio, s'accostò a Lucia, le fece intendere accortamente che aveva qualcosa da comunicarle, e le disse la sua parolina all'orecchio. - Vo un momento, e torno, - disse Lucia alle donne; e scese in fretta. Al veder la faccia mutata, e il portamento inquieto di Renzo, - cosa c'è? - disse, non senza un presentimento di terrore. - Lucia! - rispose Renzo, - per oggi, tutto è a monte; e Dio sa quando potremo esser marito e moglie. - Che? - disse Lucia tutta smarrita. Renzo le raccontò brevemente la storia di quella mattina: ella ascoltava con angoscia: e quando udì il nome di don Rodrigo, - ah! - esclamò, arrossendo e tremando, - fino a questo segno! - Dunque voi sapevate...? - disse Renzo. - Pur troppo! - rispose Lucia; - ma a questo segno! - Che cosa sapevate? - Non mi fate ora parlare, non mi fate piangere. Corro a chiamar mia madre, e a licenziar le donne: bisogna che siam soli. Mentre ella partiva, Renzo sussurrò: - non m'avete mai detto niente. - Ah, Renzo! - rispose Lucia, rivolgendosi un momento, senza fermarsi. Renzo intese benissimo che il suo nome pronunziato in quel momento, con quel tono, da Lucia, voleva dire: potete voi dubitare ch'io abbia taciuto se non per motivi giusti e puri? Intanto la buona Agnese (così si chiamava la madre di Lucia), messa in sospetto e in curiosità dalla parolina all'orecchio, e dallo sparir della figlia, era discesa a veder cosa c'era di nuovo. La figlia la lasciò con Renzo, tornò alle donne radunate, e, accomodando l'aspetto e la voce, come poté meglio, disse: - il signor curato è ammalato; e oggi non si fa nulla -. Ciò detto, le salutò tutte in fretta, e scese di nuovo. Le donne sfilarono, e si sparsero a raccontar l'accaduto. Due o tre andaron fin all'uscio del curato, per verificar se era ammalato davvero. - Un febbrone, - rispose Perpetua dalla finestra; e la trista parola, riportata all'altre, troncò le congetture che già cominciavano a brulicar ne' loro cervelli, e ad annunziarsi tronche e misteriose ne' loro discorsi. Capitolo III Lucia entrò nella stanza terrena, mentre Renzo stava angosciosamente informando Agnese, la quale angosciosamente lo ascoltava. Tutt'e due si volsero a chi ne sapeva più di loro, e da cui aspettavano uno schiarimento, il quale non poteva essere che doloroso: tutt'e due, lasciando travedere, in mezzo al dolore, e con l'amore diverso che ognun d'essi portava a Lucia, un cruccio pur diverso perché avesse taciuto loro qualche cosa, e una tal cosa. Agnese, benché ansiosa di sentir parlare la figlia, non poté tenersi di non farle un rimprovero. - A tua madre non dir niente d'una cosa simile! - Ora vi dirò tutto, - rispose Lucia, asciugandosi gli occhi col grembiule. - Parla, parla! - Parlate, parlate! - gridarono a un tratto la madre e lo sposo. - Santissima Vergine! - esclamò Lucia: - chi avrebbe creduto che le cose potessero arrivare a questo segno! - E, con voce rotta dal pianto, raccontò come, pochi giorni prima, mentre tornava dalla filanda, ed era rimasta indietro dalle sue compagne, le era passato innanzi don Rodrigo, in compagnia d'un altro signore; che il primo aveva cercato di trattenerla con chiacchiere, com'ella diceva, non punto belle; ma essa, senza dargli retta, aveva affrettato il passo, e raggiunte le compagne; e intanto aveva sentito quell'altro signore rider forte, e don Rodrigo dire: scommettiamo. Il giorno dopo, coloro s'eran trovati ancora sulla strada; ma Lucia era nel mezzo delle compagne, con gli occhi bassi; e l'altro signore sghignazzava, e don Rodrigo diceva: vedremo, vedremo. - Per grazia del cielo, - continuò Lucia, - quel giorno era l'ultimo della filanda. Io raccontai subito... - A chi hai raccontato? - domandò Agnese, andando incontro, non senza un po' di sdegno, al nome del confidente preferito. - Al padre Cristoforo, in confessione, mamma, - rispose Lucia, con un accento soave di scusa. - Gli raccontai tutto, l'ultima volta che siamo andate insieme alla chiesa del convento: e, se vi ricordate, quella mattina, io andava mettendo mano ora a una cosa, ora a un'altra, per indugiare, tanto che passasse altra gente del paese avviata a quella volta, e far la strada in compagnia con loro; perché, dopo quell'incontro, le strade mi facevan tanta paura... Al nome riverito del padre Cristoforo, lo sdegno d'Agnese si raddolcì. - Hai fatto bene, - disse, - ma perché non raccontar tutto anche a tua madre? Lucia aveva avute due buone ragioni: l'una, di non contristare né spaventare la buona donna, per cosa alla quale essa non avrebbe potuto trovar rimedio; l'altra, di non metter a rischio di viaggiar per molte bocche una storia che voleva essere gelosamente sepolta: tanto più che Lucia sperava che le sue nozze avrebber troncata, sul principiare, quell'abbominata persecuzione. Di queste due ragioni però, non allegò che la prima. - E a voi, - disse poi, rivolgendosi a Renzo, con quella voce che vuol far riconoscere a un amico che ha avuto torto: - e a voi doveva io parlar di questo? Pur troppo lo sapete ora! - E che t'ha detto il padre? - domandò Agnese. - M'ha detto che cercassi d'affrettar le nozze il più che potessi, e intanto stessi rinchiusa; che pregassi bene il Signore; e che sperava che colui, non vedendomi, non si curerebbe più di me. E fu allora che mi sforzai, - proseguì, rivolgendosi di nuovo a Renzo, senza alzargli però gli occhi in viso, e arrossendo tutta, - fu allora che feci la sfacciata, e che vi pregai io che procuraste di far presto, e di concludere prima del tempo che s'era stabilito. Chi sa cosa avrete pensato di me! Ma io facevo per bene, ed ero stata consigliata, e tenevo per certo... e questa mattina, ero tanto lontana da pensare... - Qui le parole furon troncate da un violento scoppio di pianto. - Ah birbone! ah dannato! ah assassino! - gridava Renzo, correndo innanzi e indietro per la stanza, e stringendo di tanto in tanto il manico del suo coltello. - Oh che imbroglio, per amor di Dio! - esclamava Agnese. Il giovine si fermò d'improvviso davanti a Lucia che piangeva; la guardò con un atto di tenerezza mesta e rabbiosa, e disse: - questa è l'ultima che fa quell'assassino. - Ah! no, Renzo, per amor del cielo! - gridò Lucia. - No, no, per amor del cielo! Il Signore c'è anche per i poveri; e come volete che ci aiuti, se facciam del male? - No, no, per amor del cielo! - ripeteva Agnese. - Renzo, - disse Lucia, con un'aria di speranza e di risoluzione più tranquilla: - voi avete un mestiere, e io so lavorare: andiamo tanto lontano, che colui non senta più parlar di noi. - Ah Lucia! e poi? Non siamo ancora marito e moglie! Il curato vorrà farci la fede di stato libero? Un uomo come quello? Se fossimo maritati, oh allora...! Lucia si rimise a piangere; e tutt'e tre rimasero in silenzio, e in un abbattimento che faceva un tristo contrapposto alla pompa festiva de' loro abiti. - Sentite, figliuoli; date retta a me, - disse, dopo qualche momento, Agnese. - Io son venuta al mondo prima di voi; e il mondo lo conosco un poco. Non bisogna poi spaventarsi tanto: il diavolo non è brutto quanto si dipinge. A noi poverelli le matasse paion più imbrogliate, perché non sappiam trovarne il bandolo; ma alle volte un parere, una parolina d'un uomo che abbia studiato... so ben io quel che voglio dire. Fate a mio modo, Renzo; andate a Lecco; cercate del dottor Azzecca-garbugli, raccontategli... Ma non lo chiamate così, per amor del cielo: è un soprannome. Bisogna dire il signor dottor... Come si chiama, ora? Oh to'! non lo so il nome vero: lo chiaman tutti a quel modo. Basta, cercate di quel dottore alto, asciutto, pelato, col naso rosso, e una voglia di lampone sulla guancia. - Lo conosco di vista, - disse Renzo. - Bene, - continuò Agnese: - quello è una cima d'uomo! Ho visto io più d'uno ch'era più impicciato che un pulcin nella stoppa, e non sapeva dove batter la testa, e, dopo essere stato un'ora a quattr'occhi col dottor Azzecca-garbugli (badate bene di non chiamarlo così!), l'ho visto, dico, ridersene. Pigliate quei quattro capponi, poveretti! a cui dovevo tirare il collo, per il banchetto di domenica, e portateglieli; perché non bisogna mai andar con le mani vote da que' signori. Raccontategli tutto l'accaduto; e vedrete che vi dirà, su due piedi, di quelle cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un anno. Renzo abbracciò molto volentieri questo parere; Lucia l'approvò; e Agnese, superba d'averlo dato, levò, a una a una, le povere bestie dalla stìa, riunì le loro otto gambe, come se facesse un mazzetto di fiori, le avvolse e le strinse con uno spago, e le consegnò in mano a Renzo; il quale, date e ricevute parole di speranza, uscì dalla parte dell'orto, per non esser veduto da' ragazzi, che gli correrebber dietro, gridando: lo sposo! lo sposo! Così, attraversando i campi o, come dicon colà, i luoghi, se n'andò per viottole, fremendo, ripensando alla sua disgrazia, e ruminando il discorso da fare al dottor Azzecca-garbugli. Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all'in giù, nella mano d'un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l'alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s'ingegnavano a beccarsi l'una con l'altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura. Giunto al borgo, domandò dell'abitazione del dottore; gli fu indicata, e v'andò. All'entrare, si sentì preso da quella suggezione che i poverelli illetterati provano in vicinanza d'un signore e d'un dotto, e dimenticò tutti i discorsi che aveva preparati; ma diede un'occhiata ai capponi, e si rincorò. Entrato in cucina, domandò alla serva se si poteva parlare al signor dottore. Adocchiò essa le bestie, e, come avvezza a somiglianti doni, mise loro le mani addosso, quantunque Renzo andasse tirando indietro, perché voleva che il dottore vedesse e sapesse ch'egli portava qualche cosa. Capitò appunto mentre la donna diceva: - date qui, e andate innanzi -. Renzo fece un grande inchino: il dottore l'accolse umanamente, con un - venite, figliuolo, - e lo fece entrar con sé nello studio. Era questo uno stanzone, su tre pareti del quale eran distribuiti i ritratti de' dodici Cesari; la quarta, coperta da un grande scaffale di libri vecchi e polverosi: nel mezzo, una tavola gremita d'allegazioni, di suppliche, di libelli, di gride, con tre o quattro seggiole all'intorno, e da una parte un seggiolone a braccioli, con una spalliera alta e quadrata, terminata agli angoli da due ornamenti di legno, che s'alzavano a foggia di corna, coperta di vacchetta, con grosse borchie, alcune delle quali, cadute da gran tempo, lasciavano in libertà gli angoli della copertura, che s'accartocciava qua e là. Il dottore era in veste da camera, cioè coperto d'una toga ormai consunta, che gli aveva servito, molt'anni addietro, per perorare, ne' giorni d'apparato, quando andava a Milano, per qualche causa d'importanza. Chiuse l'uscio, e fece animo al giovine, con queste parole: - figliuolo, ditemi il vostro caso. - Vorrei dirle una parola in confidenza. - Son qui, - rispose il dottore: - parlate -. E s'accomodò sul seggiolone. Renzo, ritto davanti alla tavola, con una mano nel cocuzzolo del cappello, che faceva girar con l'altra, ricominciò: - vorrei sapere da lei che ha studiato... - Ditemi il fatto come sta, - interruppe il dottore. - Lei m'ha da scusare: noi altri poveri non sappiamo parlar bene. Vorrei dunque sapere... - Benedetta gente! siete tutti così: in vece di raccontar il fatto, volete interrogare, perché avete già i vostri disegni in testa. - Mi scusi, signor dottore. Vorrei sapere se, a minacciare un curato, perché non faccia un matrimonio, c'è penale. "Ho capito", disse tra sé il dottore, che in verità non aveva capito. "Ho capito". E subito si fece serio, ma d'una serietà mista di compassione e di premura; strinse fortemente le labbra, facendone uscire un suono inarticolato che accennava un sentimento, espresso poi più chiaramente nelle sue prime parole. - Caso serio, figliuolo; caso contemplato. Avete fatto bene a venir da me. È un caso chiaro, contemplato in cento gride, e... appunto, in una dell'anno scorso, dell'attuale signor governatore. Ora vi fo vedere, e toccar con mano. Così dicendo, s'alzò dal suo seggiolone, e cacciò le mani in quel caos di carte, rimescolandole dal sotto in su, come se mettesse grano in uno staio. - Dov'è ora? Vien fuori, vien fuori. Bisogna aver tante cose alle mani! Ma la dev'esser qui sicuro, perché è una grida d'importanza. Ah! ecco, ecco -. La prese, la spiegò, guardò alla data, e, fatto un viso ancor più serio, esclamò: - il 15 d'ottobre 1627! Sicuro; è dell'anno passato: grida fresca; son quelle che fanno più paura. Sapete leggere, figliuolo? - Un pochino, signor dottore. - Bene, venitemi dietro con l'occhio, e vedrete. E, tenendo la grida sciorinata in aria, cominciò a leggere, borbottando a precipizio in alcuni passi, e fermandosi distintamente, con grand'espressione, sopra alcuni altri, secondo il bisogno: - Se bene, per la grida pubblicata d'ordine del signor Duca di Feria ai 14 di dicembre 1620, et confirmata dall'lllustriss. et Eccellentiss. Signore il Signor Gonzalo Fernandez de Cordova, eccetera, fu con rimedii straordinarii e rigorosi provvisto alle oppressioni, concussioni et atti tirannici che alcuni ardiscono di commettere contro questi Vassalli tanto divoti di S. M., ad ogni modo la frequenza degli eccessi, e la malitia, eccetera, è cresciuta a segno, che ha posto in necessità l'Eccell. Sua, eccetera. Onde, col parere del Senato et di una Giunta, eccetera, ha risoluto che si pubblichi la presente. - E cominciando dagli atti tirannici, mostrando l'esperienza che molti, così nelle Città, come nelle Ville... sentite? di questo Stato, con tirannide esercitano concussioni et opprimono i più deboli in varii modi, come in operare che si facciano contratti violenti di compre, d'affitti... eccetera: dove sei? ah! ecco; sentite: che seguano o non seguano matrimonii. Eh? È il mio caso, - disse Renzo. - Sentite, sentite, c'è ben altro; e poi vedremo la pena. Si testifichi, o non si testifichi; che uno si parta dal luogo dove abita, eccetera; che quello paghi un debito; quell'altro non lo molesti, quello vada al suo molino: tutto questo non ha che far con noi. Ah ci siamo: quel prete non faccia quello che è obbligato per l'uficio suo, o faccia cose che non gli toccano. Eh? - Pare che abbian fatta la grida apposta per me. - Eh? non è vero? sentite, sentite: et altre simili violenze, quali seguono da feudatarii, nobili, mediocri, vili, et plebei. Non se ne scappa: ci son tutti: è come la valle di Giosafat. Sentite ora la pena. Tutte queste et altre simili male attioni, benché siano proibite, nondimeno, convenendo metter mano a maggior rigore, S. E., per la presente, non derogando, eccetera, ordina e comanda che contra li contravventori in qualsivoglia dei suddetti capi, o altro simile, si proceda da tutti li giudici ordinarii di questo Stato a pena pecuniaria e corporale, ancora di relegatione o di galera, e fino alla morte... una piccola bagattella! all'arbitrio dell'Eccellenza Sua, o del Senato, secondo la qualità dei casi, persone e circostanze. E questo ir-re-mis-si-bil-mente e con ogni rigore, eccetera. Ce n'è della roba, eh? E vedete qui le sottoscrizioni: Gonzalo Fernandez de Cordova; e più in giù: Platonus; e qui ancora: Vidit Ferrer: non ci manca niente. Mentre il dottore leggeva, Renzo gli andava dietro lentamente con l'occhio, cercando di cavar il costrutto chiaro, e di mirar proprio quelle sacrosante parole, che gli parevano dover esser il suo aiuto. Il dottore, vedendo il nuovo cliente più attento che atterrito, si maravigliava. "Che sia matricolato costui", pensava tra sé. - Ah! ah! - gli disse poi: - vi siete però fatto tagliare il ciuffo. Avete avuto prudenza: però, volendo mettervi nelle mie mani, non faceva bisogno. Il caso è serio; ma voi non sapete quel che mi basti l'animo di fare, in un'occasione. Per intender quest'uscita del dottore, bisogna sapere, o rammentarsi che, a quel tempo, i bravi di mestiere, e i facinorosi d'ogni genere, usavan portare un lungo ciuffo, che si tiravan poi sul volto, come una visiera, all'atto d'affrontar qualcheduno, ne' casi in cui stimasser necessario di travisarsi, e l'impresa fosse di quelle, che richiedevano nello stesso tempo forza e prudenza. Le gride non erano state in silenzio su questa moda. Comanda Sua Eccellenza (il marchese de la Hynojosa) che chi porterà i capelli di tal lunghezza che coprano il fronte fino alli cigli esclusivamente, ovvero porterà la trezza, o avanti o dopo le orecchie, incorra la pena di trecento scudi; et in caso d'inhabilità, di tre anni di galera, per la prima volta, e per la seconda, oltre la suddetta, maggiore ancora, pecuniaria et corporale, all'arbitrio di Sua Eccellenza. Permette però che, per occasione di trovarsi alcuno calvo, o per altra ragionevole causa di segnale o ferita, possano quelli tali, per maggior decoro e sanità loro, portare i capelli tanto lunghi, quanto sia bisogno per coprire simili mancamenti e niente di più; avvertendo bene a non eccedere il dovere e pura necessità, per (non) incorrere nella pena agli altri contraffacienti imposta. E parimente comanda a' barbieri, sotto pena di cento scudi o di tre tratti di corda da esser dati loro in pubblico, et maggiore anco corporale, all'arbitrio come sopra, che non lascino a quelli che toseranno, sorte alcuna di dette trezze, zuffi, rizzi, né capelli più lunghi dell'ordinario, così nella fronte come dalle bande, e dopo le orecchie, ma che siano tutti uguali, come sopra, salvo nel caso dei calvi, o altri difettosi, come si è detto. Il ciuffo era dunque quasi una parte dell'armatura, e un distintivo de' bravacci e degli scapestrati; i quali poi da ciò vennero comunemente chiamati ciuffi. Questo termine è rimasto e vive tuttavia, con significazione più mitigata, nel dialetto: e non ci sarà forse nessuno de' nostri lettori milanesi, che non si rammenti d'aver sentito, nella sua fanciullezza, o i parenti, o il maestro, o qualche amico di casa, o qualche persona di servizio, dir di lui: è un ciuffo, è un ciuffetto. - In verità, da povero figliuolo, - rispose Renzo, - io non ho mai portato ciuffo in vita mia. - Non facciam niente, - rispose il dottore, scotendo il capo, con un sorriso, tra malizioso e impaziente. - Se non avete fede in me, non facciam niente. Chi dice le bugie al dottore, vedete figliuolo, è uno sciocco che dirà la verità al giudice. All'avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle. Se volete ch'io v'aiuti, bisogna dirmi tutto, dall'a fino alla zeta, col cuore in mano, come al confessore. Dovete nominarmi la persona da cui avete avuto il mandato: sarà naturalmente persona di riguardo; e, in questo caso, io anderò da lui, a fare un atto di dovere. Non gli dirò, vedete, ch'io sappia da voi, che v'ha mandato lui: fidatevi. Gli dirò che vengo ad implorar la sua protezione, per un povero giovine calunniato. E con lui prenderò i concerti opportuni, per finir l'affare lodevolmente. Capite bene che, salvando sé, salverà anche voi. Se poi la scappata fosse tutta vostra, via, non mi ritiro: ho cavato altri da peggio imbrogli... Purché non abbiate offeso persona di riguardo, intendiamoci, m'impegno a togliervi d'impiccio: con un po' di spesa, intendiamoci. Dovete dirmi chi sia l'offeso, come si dice: e, secondo la condizione, la qualità e l'umore dell'amico, si vedrà se convenga più di tenerlo a segno con le protezioni, o trovar qualche modo d'attaccarlo noi in criminale, e mettergli una pulce nell'orecchio; perché, vedete, a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente. In quanto al curato, se è persona di giudizio, se ne starà zitto; se fosse una testolina, c'è rimedio anche per quelle. D'ogni intrigo si può uscire; ma ci vuole un uomo: e il vostro caso è serio, vi dico, serio: la grida canta chiaro; e se la cosa si deve decider tra la giustizia e voi, così a quattr'occhi, state fresco. Io vi parlo da amico: le scappate bisogna pagarle: se volete passarvela liscia, danari e sincerità, fidarvi di chi vi vuol bene, ubbidire, far tutto quello che vi sarà suggerito. Mentre il dottore mandava fuori tutte queste parole, Renzo lo stava guardando con un'attenzione estatica, come un materialone sta sulla piazza guardando al giocator di bussolotti, che, dopo essersi cacciata in bocca stoppa e stoppa e stoppa, ne cava nastro e nastro e nastro, che non finisce mai. Quand'ebbe però capito bene cosa il dottore volesse dire, e quale equivoco avesse preso, gli troncò il nastro in bocca, dicendo: - oh! signor dottore, come l'ha intesa? l'è proprio tutta al rovescio. Io non ho minacciato nessuno; io non fo di queste cose, io: e domandi pure a tutto il mio comune, che sentirà che non ho mai avuto che fare con la giustizia. La bricconeria l'hanno fatta a me; e vengo da lei per sapere come ho da fare per ottener giustizia; e son ben contento d'aver visto quella grida. - Diavolo! - esclamò il dottore, spalancando gli occhi. - Che pasticci mi fate? Tant'è; siete tutti così: possibile che non sappiate dirle chiare le cose? - Ma mi scusi; lei non m'ha dato tempo: ora le racconterò la cosa, com'è. Sappia dunque ch'io dovevo sposare oggi, - e qui la voce di Renzo si commosse, - dovevo sposare oggi una giovine, alla quale discorrevo, fin da quest'estate; e oggi, come le dico, era il giorno stabilito col signor curato, e s'era disposto ogni cosa. Ecco che il signor curato comincia a cavar fuori certe scuse... basta, per non tediarla, io l'ho fatto parlar chiaro, com'era giusto; e lui m'ha confessato che gli era stato proibito, pena la vita, di far questo matrimonio. Quel prepotente di don Rodrigo... - Eh via! - interruppe subito il dottore, aggrottando le ciglia, aggrinzando il naso rosso, e storcendo la bocca, - eh via! Che mi venite a rompere il capo con queste fandonie? Fate di questi discorsi tra voi altri, che non sapete misurar le parole; e non venite a farli con un galantuomo che sa quanto valgono. Andate, andate; non sapete quel che vi dite: io non m'impiccio con ragazzi; non voglio sentir discorsi di questa sorte, discorsi in aria. - Le giuro... - Andate, vi dico: che volete ch'io faccia de' vostri giuramenti? Io non c'entro: me ne lavo le mani -. E se le andava stropicciando, come se le lavasse davvero. - Imparate a parlare: non si viene a sorprender così un galantuomo. - Ma senta, ma senta, - ripeteva indarno Renzo: il dottore, sempre gridando, lo spingeva con le mani verso l'uscio; e, quando ve l'ebbe cacciato, aprì, chiamò la serva, e le disse: - restituite subito a quest'uomo quello che ha portato: io non voglio niente, non voglio niente. Quella donna non aveva mai, in tutto il tempo ch'era stata in quella casa, eseguito un ordine simile: ma era stato proferito con una tale risoluzione, che non esitò a ubbidire. Prese le quattro povere bestie, e le diede a Renzo, con un'occhiata di compassione sprezzante, che pareva volesse dire: bisogna che tu l'abbia fatta bella. Renzo voleva far cerimonie; ma il dottore fu inespugnabile; e il giovine, più attonito e più stizzito che mai, dovette riprendersi le vittime rifiutate, e tornar al paese, a raccontar alle donne il bel costrutto della sua spedizione. Le donne, nella sua assenza, dopo essersi tristamente levate il vestito delle feste e messo quello del giorno di lavoro, si misero a consultar di nuovo, Lucia singhiozzando e Agnese sospirando. Quando questa ebbe ben parlato de' grandi effetti che si dovevano sperare dai consigli del dottore, Lucia disse che bisognava veder d'aiutarsi in tutte le maniere; che il padre Cristoforo era uomo non solo da consigliare, ma da metter l'opera sua, quando si trattasse di sollevar poverelli; e che sarebbe una gran bella cosa potergli far sapere ciò ch'era accaduto. - Sicuro, - disse Agnese: e si diedero a cercare insieme la maniera; giacché andar esse al convento, distante di là forse due miglia, non se ne sentivano il coraggio, in quel giorno: e certo nessun uomo di giudizio gliene avrebbe dato il parere. Ma, nel mentre che bilanciavano i partiti, si sentì un picchietto all'uscio, e, nello stesso momento, un sommesso ma distinto - Deo gratias -. Lucia, immaginandosi chi poteva essere, corse ad aprire; e subito, fatto un piccolo inchino famigliare, venne avanti un laico cercatore cappuccino, con la sua bisaccia pendente alla spalla sinistra, e tenendone l'imboccatura attortigliata e stretta nelle due mani sul petto. - Oh fra Galdino! - dissero le due donne. - Il Signore sia con voi, - disse il frate. - Vengo alla cerca delle noci. - Va' a prender le noci per i padri, - disse Agnese. Lucia s'alzò, e s'avviò all'altra stanza, ma, prima d'entrarvi, si trattenne dietro le spalle di fra Galdino, che rimaneva diritto nella medesima positura; e, mettendo il dito alla bocca, diede alla madre un'occhiata che chiedeva il segreto, con tenerezza, con supplicazione, e anche con una certa autorità. Il cercatore, sbirciando Agnese così da lontano, disse: - e questo matrimonio? Si doveva pur fare oggi: ho veduto nel paese una certa confusione, come se ci fosse una novità. Cos'è stato? - Il signor curato è ammalato, e bisogna differire, - rispose in fretta la donna. Se Lucia non faceva quel segno, la risposta sarebbe probabilmente stata diversa. - E come va la cerca? - soggiunse poi, per mutar discorso. - Poco bene, buona donna, poco bene. Le son tutte qui -. E, così dicendo, si levò la bisaccia d'addosso, e la fece saltar tra le due mani. - Son tutte qui; e, per mettere insieme questa bella abbondanza, ho dovuto picchiare a dieci porte. - Ma! le annate vanno scarse, fra Galdino; e, quando s'ha a misurar il pane, non si può allargar la mano nel resto. - E per far tornare il buon tempo, che rimedio c'è, la mia donna? L'elemosina. Sapete di quel miracolo delle noci, che avvenne, molt'anni sono, in quel nostro convento di Romagna? - No, in verità; raccontatemelo un poco. - Oh! dovete dunque sapere che, in quel convento, c'era un nostro padre, il quale era un santo, e si chiamava il padre Macario. Un giorno d'inverno, passando per una viottola, in un campo d'un nostro benefattore, uomo dabbene anche lui, il padre Macario vide questo benefattore vicino a un suo gran noce; e quattro contadini, con le zappe in aria, che principiavano a scalzar la pianta, per metterle le radici al sole. "Che fate voi a quella povera pianta?" domandò il padre Macario. "Eh! padre, son anni e anni che la non mi vuol far noci; e io ne faccio legna". "Lasciatela stare, disse il padre: sappiate che, quest'anno, la farà più noci che foglie". Il benefattore, che sapeva chi era colui che aveva detta quella parola, ordinò subito ai lavoratori, che gettasser di nuovo la terra sulle radici; e, chiamato il padre, che continuava la sua strada, "padre Macario, gli disse, la metà della raccolta sarà per il convento". Si sparse la voce della predizione; e tutti correvano a guardare il noce. In fatti, a primavera, fiori a bizzeffe, e, a suo tempo, noci a bizzeffe. Il buon benefattore non ebbe la consolazione di bacchiarle; perché andò, prima della raccolta, a ricevere il premio della sua carità. Ma il miracolo fu tanto più grande, come sentirete. Quel brav'uomo aveva lasciato un figliuolo di stampa ben diversa. Or dunque, alla raccolta, il cercatore andò per riscotere la metà ch'era dovuta al convento; ma colui se ne fece nuovo affatto, ed ebbe la temerità di rispondere che non aveva mai sentito dire che i cappuccini sapessero far noci. Sapete ora cosa avvenne? Un giorno, (sentite questa) lo scapestrato aveva invitato alcuni suoi amici dello stesso pelo, e, gozzovigliando, raccontava la storia del noce, e rideva de' frati. Que' giovinastri ebber voglia d'andar a vedere quello sterminato mucchio di noci; e lui li mena su in granaio. Ma sentite: apre l'uscio, va verso il cantuccio dov'era stato riposto il gran mucchio, e mentre dice: guardate, guarda egli stesso e vede... che cosa? Un bel mucchio di foglie secche di noce. Fu un esempio questo? E il convento, in vece di scapitare, ci guadagnò; perché, dopo un così gran fatto, la cerca delle noci rendeva tanto, tanto, che un benefattore, mosso a compassione del povero cercatore, fece al convento la carità d'un asino, che aiutasse a portar le noci a casa. E si faceva tant'olio, che ogni povero veniva a prenderne, secondo il suo bisogno; perché noi siam come il mare, che riceve acqua da tutte le parti, e la torna a distribuire a tutti i fiumi. Qui ricomparve Lucia, col grembiule così carico di noci, che lo reggeva a fatica, tenendone le due cocche in alto, con le braccia tese e allungate. Mentre fra Galdino, levatasi di nuovo la bisaccia, la metteva giù, e ne scioglieva la bocca, per introdurvi l'abbondante elemosina, la madre fece un volto attonito e severo a Lucia, per la sua prodigalità; ma Lucia le diede un'occhiata, che voleva dire: mi giustificherò. Fra Galdino proruppe in elogi, in augùri, in promesse, in ringraziamenti, e, rimessa la bisaccia al posto, s'avviava. Ma Lucia, richiamatolo, disse: - vorrei un servizio da voi; vorrei che diceste al padre Cristoforo, che ho gran premura di parlargli, e che mi faccia la carità di venir da noi poverette, subito subito; perché non possiamo andar noi alla chiesa. - Non volete altro? Non passerà un'ora che il padre Cristoforo saprà il vostro desiderio. - Mi fido. - Non dubitate -. E così detto, se n'andò, un po' più curvo e più contento, di quel che fosse venuto. Al vedere che una povera ragazza mandava a chiamare, con tanta confidenza, il padre Cristoforo, e che il cercatore accettava la commissione, senza maraviglia e senza difficoltà, nessun si pensi che quel Cristoforo fosse un frate di dozzina, una cosa da strapazzo. Era anzi uomo di molta autorità, presso i suoi, e in tutto il contorno; ma tale era la condizione de' cappuccini, che nulla pareva per loro troppo basso, né troppo elevato. Servir gl'infimi, ed esser servito da' potenti, entrar ne' palazzi e ne' tuguri, con lo stesso contegno d'umiltà e di sicurezza, esser talvolta, nella stessa casa, un soggetto di passatempo, e un personaggio senza il quale non si decideva nulla, chieder l'elemosina per tutto, e farla a tutti quelli che la chiedevano al convento, a tutto era avvezzo un cappuccino. Andando per la strada, poteva ugualmente abbattersi in un principe che gli baciasse riverentemente la punta del cordone, o in una brigata di ragazzacci che, fingendo d'esser alle mani tra loro, gl'inzaccherassero la barba di fango. La parola "frate" veniva, in que' tempi, proferita col più gran rispetto, e col più amaro disprezzo: e i cappuccini, forse più d'ogni altr'ordine, eran oggetto de' due opposti sentimenti, e provavano le due opposte fortune; perché, non possedendo nulla, portando un abito più stranamente diverso dal comune, facendo più aperta professione d'umiltà, s'esponevan più da vicino alla venerazione e al vilipendio che queste cose possono attirare da' diversi umori, e dal diverso pensare degli uomini. Partito fra Galdino, - tutte quelle noci! - esclamò Agnese: - in quest'anno! - Mamma, perdonatemi, - rispose Lucia; - ma, se avessimo fatta un'elemosina come gli altri, fra Galdino avrebbe dovuto girare ancora, Dio sa quanto, prima d'aver la bisaccia piena; Dio sa quando sarebbe tornato al convento; e, con le ciarle che avrebbe fatte e sentite, Dio sa se gli sarebbe rimasto in mente... - Hai pensato bene; e poi è tutta carità che porta sempre buon frutto, - disse Agnese, la quale, co' suoi difettucci, era una gran buona donna, e si sarebbe, come si dice, buttata nel fuoco per quell'unica figlia, in cui aveva riposta tutta la sua compiacenza. In questa, arrivò Renzo, ed entrando con un volto dispettoso insieme e mortificato, gettò i capponi sur una tavola; e fu questa l'ultima trista vicenda delle povere bestie, per quel giorno. - Bel parere che m'avete dato! - disse ad Agnese. - M'avete mandato da un buon galantuomo, da uno che aiuta veramente i poverelli! - E raccontò il suo abboccamento col dottore. La donna, stupefatta di così trista riuscita, voleva mettersi a dimostrare che il parere però era buono, e che Renzo non doveva aver saputo far la cosa come andava fatta; ma Lucia interruppe quella questione, annunziando che sperava d'aver trovato un aiuto migliore. Renzo accolse anche questa speranza, come accade a quelli che sono nella sventura e nell'impiccio. - Ma, se il padre, - disse, - non ci trova un ripiego, lo troverò io, in un modo o nell'altro. Le donne consigliaron la pace, la pazienza, la prudenza. - Domani, - disse Lucia, - il padre Cristoforo verrà sicuramente; e vedrete che troverà qualche rimedio, di quelli che noi poveretti non sappiam nemmeno immaginare. - Lo spero; - disse Renzo, - ma, in ogni caso, saprò farmi ragione, o farmela fare. A questo mondo c'è giustizia finalmente. Co' dolorosi discorsi, e con le andate e venute che si son riferite, quel giorno era passato; e cominciava a imbrunire. - Buona notte, - disse tristamente Lucia a Renzo, il quale non sapeva risolversi d'andarsene. - Buona notte, - rispose Renzo, ancor più tristamente. - Qualche santo ci aiuterà, - replicò Lucia: - usate prudenza, e rassegnatevi. La madre aggiunse altri consigli dello stesso genere; e lo sposo se n'andò, col cuore in tempesta, ripetendo sempre quelle strane parole: - a questo mondo c'è giustizia, finalmente! - Tant'è vero che un uomo sopraffatto dal dolore non sa più quel che si dica. Capitolo IV Il sole non era ancor tutto apparso sull'orizzonte, quando il padre Cristoforo uscì dal suo convento di Pescarenico, per salire alla casetta dov'era aspettato. È Pescarenico una terricciola, sulla riva sinistra dell'Adda, o vogliam dire del lago, poco discosto dal ponte: un gruppetto di case, abitate la più parte da pescatori, e addobbate qua e là di tramagli e di reti tese ad asciugare. Il convento era situato (e la fabbrica ne sussiste tuttavia) al di fuori, e in faccia all'entrata della terra, con di mezzo la strada che da Lecco conduce a Bergamo. Il cielo era tutto sereno: di mano in mano che il sole s'alzava dietro il monte, si vedeva la sua luce, dalle sommità de' monti opposti, scendere, come spiegandosi rapidamente, giù per i pendìi, e nella valle. Un venticello d'autunno, staccando da' rami le foglie appassite del gelso, le portava a cadere, qualche passo distante dall'albero. A destra e a sinistra, nelle vigne, sui tralci ancor tesi, brillavan le foglie rosseggianti a varie tinte; e la terra lavorata di fresco, spiccava bruna e distinta ne' campi di stoppie biancastre e luccicanti dalla guazza. La scena era lieta; ma ogni figura d'uomo che vi apparisse, rattristava lo sguardo e il pensiero. Ogni tanto, s'incontravano mendichi laceri e macilenti, o invecchiati nel mestiere, o spinti allora dalla necessità a tender la mano. Passavano zitti accanto al padre Cristoforo, lo guardavano pietosamente, e, benché non avesser nulla a sperar da lui, giacché un cappuccino non toccava mai moneta, gli facevano un inchino di ringraziamento, per l'elemosina che avevan ricevuta, o che andavano a cercare al convento. Lo spettacolo de' lavoratori sparsi ne' campi, aveva qualcosa d'ancor più doloroso. Alcuni andavan gettando le lor semente, rade, con risparmio, e a malincuore, come chi arrischia cosa che troppo gli preme; altri spingevan la vanga come a stento, e rovesciavano svogliatamente la zolla. La fanciulla scarna, tenendo per la corda al pascolo la vaccherella magra stecchita, guardava innanzi, e si chinava in fretta, a rubarle, per cibo della famiglia, qualche erba, di cui la fame aveva insegnato che anche gli uomini potevan vivere. Questi spettacoli accrescevano, a ogni passo, la mestizia del frate, il quale camminava già col tristo presentimento in cuore, d'andar a sentire qualche sciagura. "Ma perché si prendeva tanto pensiero di Lucia? E perché, al primo avviso, s'era mosso con tanta sollecitudine, come a una chiamata del padre provinciale? E chi era questo padre Cristoforo?" Bisogna soddisfare a tutte queste domande. Il padre Cristoforo da *** era un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquant'anni. Il suo capo raso, salvo la piccola corona di capelli, che vi girava intorno, secondo il rito cappuccinesco, s'alzava di tempo in tempo, con un movimento che lasciava trasparire un non so che d'altero e d'inquieto; e subito s'abbassava, per riflessione d'umiltà. La barba bianca e lunga, che gli copriva le guance e il mento, faceva ancor più risaltare le forme rilevate della parte superiore del volto, alle quali un'astinenza, già da gran pezzo abituale, aveva assai più aggiunto di gravità che tolto d'espressione. Due occhi incavati eran per lo più chinati a terra, ma talvolta sfolgoravano, con vivacità repentina; come due cavalli bizzarri, condotti a mano da un cocchiere, col quale sanno, per esperienza, che non si può vincerla, pure fanno, di tempo in tempo, qualche sgambetto, che scontan subito, con una buona tirata di morso. Il padre Cristoforo non era sempre stato così, né sempre era stato Cristoforo: il suo nome di battesimo era Lodovico. Era figliuolo d'un mercante di *** (questi asterischi vengon tutti dalla circospezione del mio anonimo) che, ne' suoi ultim'anni, trovandosi assai fornito di beni, e con quell'unico figliuolo, aveva rinunziato al traffico, e s'era dato a viver da signore. Nel suo nuovo ozio, cominciò a entrargli in corpo una gran vergogna di tutto quel tempo che aveva speso a far qualcosa in questo mondo. Predominato da una tal fantasia, studiava tutte le maniere di far dimenticare ch'era stato mercante: avrebbe voluto poterlo dimenticare anche lui. Ma il fondaco, le balle, il libro, il braccio, gli comparivan sempre nella memoria, come l'ombra di Banco a Macbeth, anche tra la pompa delle mense, e il sorriso de' parassiti. E non si potrebbe dire la cura che dovevano aver que' poveretti, per schivare ogni parola che potesse parere allusiva all'antica condizione del convitante. Un giorno, per raccontarne una, un giorno, sul finir della tavola, ne' momenti della più viva e schietta allegria, che non si sarebbe potuto dire chi più godesse, o la brigata di sparecchiare, o il padrone d'aver apparecchiato, andava stuzzicando, con superiorità amichevole, uno di que' commensali, il più onesto mangiatore del mondo. Questo, per corrispondere alla celia, senza la minima ombra di malizia, proprio col candore d'un bambino, rispose: - eh! io fo l'orecchio del mercante -. Egli stesso fu subito colpito dal suono della parola che gli era uscita di bocca: guardò, con faccia incerta, alla faccia del padrone, che s'era rannuvolata: l'uno e l'altro avrebber voluto riprender quella di prima; ma non era possibile. Gli altri convitati pensavano, ognun da sé, al modo di sopire il piccolo scandolo, e di fare una diversione; ma, pensando, tacevano, e, in quel silenzio, lo scandolo era più manifesto. Ognuno scansava d'incontrar gli occhi degli altri; ognuno sentiva che tutti eran occupati del pensiero che tutti volevan dissimulare. La gioia, per quel giorno, se n'andò; e l'imprudente o, per parlar con più giustizia, lo sfortunato, non ricevette più invito. Così il padre di Lodovico passò gli ultimi suoi anni in angustie continue, temendo sempre d'essere schernito, e non riflettendo mai che il vendere non è cosa più ridicola che il comprare, e che quella professione di cui allora si vergognava, l'aveva pure esercitata per tant'anni, in presenza del pubblico, e senza rimorso. Fece educare il figlio nobilmente, secondo la condizione de' tempi, e per quanto gli era concesso dalle leggi e dalle consuetudini; gli diede maestri di lettere e d'esercizi cavallereschi; e morì, lasciandolo ricco e giovinetto. Lodovico aveva contratte abitudini signorili; e gli adulatori, tra i quali era cresciuto, l'avevano avvezzato ad esser trattato con molto rispetto. Ma, quando volle mischiarsi coi principali della sua città, trovò un fare ben diverso da quello a cui era accostumato; e vide che, a voler esser della lor compagnia, come avrebbe desiderato, gli conveniva fare una nuova scuola di pazienza e di sommissione, star sempre al di sotto, e ingozzarne una, ogni momento. Una tal maniera di vivere non s'accordava, né con l'educazione, né con la natura di Lodovico. S'allontanò da essi indispettito. Ma poi ne stava lontano con rammarico; perché gli pareva che questi veramente avrebber dovuto essere i suoi compagni; soltanto gli avrebbe voluti più trattabili. Con questo misto d'inclinazione e di rancore, non potendo frequentarli famigliarmente, e volendo pure aver che far con loro in qualche modo, s'era dato a competer con loro di sfoggi e di magnificenza, comprandosi così a contanti inimicizie, invidie e ridicolo. La sua indole, onesta insieme e violenta, l'aveva poi imbarcato per tempo in altre gare più serie. Sentiva un orrore spontaneo e sincero per l'angherie e per i soprusi: orrore reso ancor più vivo in lui dalla qualità delle persone che più ne commettevano alla giornata; ch'erano appunto coloro coi quali aveva più di quella ruggine. Per acquietare, o per esercitare tutte queste passioni in una volta, prendeva volentieri le parti d'un debole sopraffatto, si piccava di farci stare un soverchiatore, s'intrometteva in una briga, se ne tirava addosso un'altra; tanto che, a poco a poco, venne a costituirsi come un protettor degli oppressi, e un vendicatore de' torti. L'impiego era gravoso; e non è da domandare se il povero Lodovico avesse nemici, impegni e pensieri. Oltre la guerra esterna, era poi tribolato continuamente da contrasti interni; perché, a spuntarla in un impegno (senza parlare di quelli in cui restava al di sotto), doveva anche lui adoperar raggiri e violenze, che la sua coscienza non poteva poi approvare. Doveva tenersi intorno un buon numero di bravacci; e, così per la sua sicurezza, come per averne un aiuto più vigoroso, doveva scegliere i più arrischiati, cioè i più ribaldi; e vivere co' birboni, per amor della giustizia. Tanto che, più d'una volta, o scoraggito, dopo una trista riuscita, o inquieto per un pericolo imminente, annoiato del continuo guardarsi, stomacato della sua compagnia, in pensiero dell'avvenire, per le sue sostanze che se n'andavan, di giorno in giorno, in opere buone e in braverie, più d'una volta gli era saltata la fantasia di farsi frate; che, a que' tempi, era il ripiego più comune, per uscir d'impicci. Ma questa, che sarebbe forse stata una fantasia per tutta la sua vita, divenne una risoluzione, a causa d'un accidente, il più serio che gli fosse ancor capitato. Andava un giorno per una strada della sua città, seguito da due bravi, e accompagnato da un tal Cristoforo, altre volte giovine di bottega e, dopo chiusa questa, diventato maestro di casa. Era un uomo di circa cinquant'anni, affezionato, dalla gioventù, a Lodovico, che aveva veduto nascere, e che, tra salario e regali, gli dava non solo da vivere, ma di che mantenere e tirar su una numerosa famiglia. Vide Lodovico spuntar da lontano un signor tale, arrogante e soverchiatore di professione, col quale non aveva mai parlato in vita sua, ma che gli era cordiale nemico, e al quale rendeva, pur di cuore, il contraccambio: giacché è uno de' vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi. Costui, seguito da quattro bravi, s'avanzava diritto, con passo superbo, con la testa alta, con la bocca composta all'alterigia e allo sprezzo. Tutt'e due camminavan rasente al muro; ma Lodovico (notate bene) lo strisciava col lato destro; e ciò, secondo una consuetudine, gli dava il diritto (dove mai si va a ficcare il diritto!) di non istaccarsi dal detto muro, per dar passo a chi si fosse; cosa della quale allora si faceva gran caso. L'altro pretendeva, all'opposto, che quel diritto competesse a lui, come a nobile, e che a Lodovico toccasse d'andar nel mezzo; e ciò in forza d'un'altra consuetudine. Perocché, in questo, come accade in molti altri affari, erano in vigore due consuetudini contrarie, senza che fosse deciso qual delle due fosse la buona; il che dava opportunità di fare una guerra, ogni volta che una testa dura s'abbattesse in un'altra della stessa tempra. Que' due si venivano incontro, ristretti alla muraglia, come due figure di basso rilievo ambulanti. Quando si trovarono a viso a viso, il signor tale, squadrando Lodovico, a capo alto, col cipiglio imperioso, gli disse, in un tono corrispondente di voce: - fate luogo. - Fate luogo voi, - rispose Lodovico. - La diritta è mia. - Co' vostri pari, è sempre mia. - Sì, se l'arroganza de' vostri pari fosse legge per i pari miei. I bravi dell'uno e dell'altro eran rimasti fermi, ciascuno dietro il suo padrone, guardandosi in cagnesco, con le mani alle daghe, preparati alla battaglia. La gente che arrivava di qua e di là, si teneva in distanza, a osservare il fatto; e la presenza di quegli spettatori animava sempre più il puntiglio de' contendenti. - Nel mezzo, vile meccanico; o ch'io t'insegno una volta come si tratta co' gentiluomini. - Voi mentite ch'io sia vile. - Tu menti ch'io abbia mentito -. Questa risposta era di prammatica. - E, se tu fossi cavaliere, come son io, - aggiunse quel signore, - ti vorrei far vedere, con la spada e con la cappa, che il mentitore sei tu. - E un buon pretesto per dispensarvi di sostener co' fatti l'insolenza delle vostre parole. - Gettate nel fango questo ribaldo, - disse il gentiluomo, voltandosi a' suoi. - Vediamo! - disse Lodovico, dando subitamente un passo indietro, e mettendo mano alla spada. - Temerario! - gridò l'altro, sfoderando la sua: - io spezzerò questa, quando sarà macchiata del tuo vil sangue. Così s'avventarono l'uno all'altro; i servitori delle due parti si slanciarono alla difesa de' loro padroni. Il combattimento era disuguale, e per il numero, e anche perché Lodovico mirava piùttosto a scansare i colpi, e a disarmare il nemico, che ad ucciderlo; ma questo voleva la morte di lui, a ogni costo. Lodovico aveva già ricevuta al braccio sinistro una pugnalata d'un bravo, e una sgraffiatura leggiera in una guancia, e il nemico principale gli piombava addosso per finirlo; quando Cristoforo, vedendo il suo padrone nell'estremo pericolo, andò col pugnale addosso al signore. Questo, rivolta tutta la sua ira contro di lui, lo passò con la spada. A quella vista, Lodovico, come fuor di sé, cacciò la sua nel ventre del feritore, il quale cadde moribondo, quasi a un punto col povero Cristoforo. I bravi del gentiluomo, visto ch'era finita, si diedero alla fuga, malconci: quelli di Lodovico, tartassati e sfregiati anche loro, non essendovi più a chi dare, e non volendo trovarsi impicciati nella gente, che già accorreva, scantonarono dall'altra parte: e Lodovico si trovò solo, con que' due funesti compagni ai piedi, in mezzo a una folla. - Com'è andata? - È uno. - Son due. - Gli ha fatto un occhiello nel ventre. - Chi è stato ammazzato? - Quel prepotente. - Oh santa Maria, che sconquasso! - Chi cerca trova. - Una le paga tutte. - Ha finito anche lui. - Che colpo! - Vuol essere una faccenda seria. - E quell'altro disgraziato! - Misericordia! che spettacolo! - Salvatelo, salvatelo. - Sta fresco anche lui. - Vedete com'è concio! butta sangue da tutte le parti. - Scappi, scappi. Non si lasci prendere. Queste parole, che più di tutte si facevan sentire nel frastono confuso di quella folla, esprimevano il voto comune; e, col consiglio, venne anche l'aiuto. Il fatto era accaduto vicino a una chiesa di cappuccini, asilo, come ognun sa, impenetrabile allora a' birri, e a tutto quel complesso di cose e di persone, che si chiamava la giustizia. L'uccisore ferito fu quivi condotto o portato dalla folla, quasi fuor di sentimento; e i frati lo ricevettero dalle mani del popolo, che glielo raccomandava, dicendo: - è un uomo dabbene che ha freddato un birbone superbo: l'ha fatto per sua difesa: c'è stato tirato per i capelli. Lodovico non aveva mai, prima d'allora, sparso sangue; e, benché l'omicidio fosse, a que' tempi, cosa tanto comune, che gli orecchi d'ognuno erano avvezzi a sentirlo raccontare, e gli occhi a vederlo, pure l'impressione ch'egli ricevette dal veder l'uomo morto per lui, e l'uomo morto da lui, fu nuova e indicibile; fu una rivelazione di sentimenti ancora sconosciuti. Il cadere del suo nemico, l'alterazione di quel volto, che passava, in un momento, dalla minaccia e dal furore, all'abbattimento e alla quiete solenne della morte, fu una vista che cambiò, in un punto, l'animo dell'uccisore. Strascinato al convento, non sapeva quasi dove si fosse, né cosa si facesse; e, quando fu tornato in sé, si trovò in un letto dell'infermeria, nelle mani del frate chirurgo (i cappuccini ne avevano ordinariamente uno in ogni convento), che accomodava faldelle e fasce sulle due ferite ch'egli aveva ricevute nello scontro. Un padre, il cui impiego particolare era d'assistere i moribondi, e che aveva spesso avuto a render questo servizio sulla strada, fu chiamato subito al luogo del combattimento. Tornato, pochi minuti dopo, entrò nell'infermeria, e, avvicinatosi al letto dove Lodovico giaceva, - consolatevi - gli disse: - almeno è morto bene, e m'ha incaricato di chiedere il vostro perdono, e di portarvi il suo -. Questa parola fece rinvenire affatto il povero Lodovico, e gli risvegliò più vivamente e più distintamente i sentimenti ch'eran confusi e affollati nel suo animo: dolore dell'amico, sgomento e rimorso del colpo che gli era uscito di mano, e, nello stesso tempo, un'angosciosa compassione dell'uomo che aveva ucciso. - E l'altro? - domandò ansiosamente al frate. - L'altro era spirato, quand'io arrivai. Frattanto, gli accessi e i contorni del convento formicolavan di popolo curioso: ma, giunta la sbirraglia, fece smaltir la folla, e si postò a una certa distanza dalla porta, in modo però che nessuno potesse uscirne inosservato. Un fratello del morto, due suoi cugini e un vecchio zio, vennero pure, armati da capo a piedi, con grande accompagnamento di bravi; e si misero a far la ronda intorno, guardando, con aria e con atti di dispetto minaccioso, que' curiosi, che non osavan dire: gli sta bene; ma l'avevano scritto in viso. Appena Lodovico ebbe potuto raccogliere i suoi pensieri, chiamato un frate confessore, lo pregò che cercasse della vedova di Cristoforo, le chiedesse in suo nome perdono d'essere stato lui la cagione, quantunque ben certo involontaria, di quella desolazione, e, nello stesso tempo, l'assicurasse ch'egli prendeva la famiglia sopra di sé. Riflettendo quindi a' casi suoi, sentì rinascere più che mai vivo e serio quel pensiero di farsi frate, che altre volte gli era passato per la mente: gli parve che Dio medesimo l'avesse messo sulla strada, e datogli un segno del suo volere, facendolo capitare in un convento, in quella congiuntura; e il partito fu preso. Fece chiamare il guardiano, e gli manifestò il suo desiderio. N'ebbe in risposta, che bisognava guardarsi dalle risoluzioni precipitate; ma che, se persisteva, non sarebbe rifiutato. Allora, fatto venire un notaro, dettò una donazione di tutto ciò che gli rimaneva (ch'era tuttavia un bel patrimonio) alla famiglia di Cristoforo: una somma alla vedova, come se le costituisse una contraddote, e il resto a otto figliuoli che Cristoforo aveva lasciati. La risoluzione di Lodovico veniva molto a proposito per i suoi ospiti, i quali, per cagion sua, erano in un bell'intrigo. Rimandarlo dal convento, ed esporlo così alla giustizia, cioè alla vendetta de' suoi nemici, non era partito da metter neppure in consulta. Sarebbe stato lo stesso che rinunziare a' propri privilegi, screditare il convento presso il popolo, attirarsi il biasimo di tutti i cappuccini dell'universo, per aver lasciato violare il diritto di tutti, concitarsi contro tutte l'autorità ecclesiastiche, le quali si consideravan come tutrici di questo diritto. Dall'altra parte, la famiglia dell'ucciso, potente assai, e per sé, e per le sue aderenze, s'era messa al punto di voler vendetta; e dichiarava suo nemico chiunque s'attentasse di mettervi ostacolo. La storia non dice che a loro dolesse molto dell'ucciso, e nemmeno che una lagrima fosse stata sparsa per lui, in tutto il parentado: dice soltanto ch'eran tutti smaniosi d'aver nell'unghie l'uccisore, o vivo o morto. Ora questo, vestendo l'abito di cappuccino, accomodava ogni cosa. Faceva, in certa maniera, un'emenda, s'imponeva una penitenza, si chiamava implicitamente in colpa, si ritirava da ogni gara; era in somma un nemico che depon l'armi. I parenti del morto potevan poi anche, se loro piacesse, credere e vantarsi che s'era fatto frate per disperazione, e per terrore del loro sdegno. E, ad ogni modo, ridurre un uomo a spropriarsi del suo, a tosarsi la testa, a camminare a piedi nudi, a dormir sur un saccone, a viver d'elemosina, poteva parere una punizione competente, anche all'offeso il più borioso. Il padre guardiano si presentò, con un'umiltà disinvolta, al fratello del morto, e, dopo mille proteste di rispetto per l'illustrissima casa, e di desiderio di compiacere ad essa in tutto ciò che fosse fattibile, parlò del pentimento di Lodovico, e della sua risoluzione, facendo garbatamente sentire che la casa poteva esserne contenta, e insinuando poi soavemente, e con maniera ancor più destra, che, piacesse o non piacesse, la cosa doveva essere. Il fratello diede in ismanie, che il cappuccino lasciò svaporare, dicendo di tempo in tempo: - è un troppo giusto dolore -. Fece intendere che, in ogni caso, la sua famiglia avrebbe saputo prendersi una soddisfazione: e il cappuccino, qualunque cosa ne pensasse, non disse di no. Finalmente richiese, impose come una condizione, che l'uccisor di suo fratello partirebbe subito da quella città. Il guardiano, che aveva già deliberato che questo fosse fatto, disse che si farebbe, lasciando che l'altro credesse, se gli piaceva, esser questo un atto d'ubbidienza: e tutto fu concluso. Contenta la famiglia, che ne usciva con onore; contenti i frati, che salvavano un uomo e i loro privilegi, senza farsi alcun nemico; contenti i dilettanti di cavalleria, che vedevano un affare terminarsi lodevolmente; contento il popolo, che vedeva fuor d'impiccio un uomo ben voluto, e che, nello stesso tempo, ammirava una conversione; contento finalmente, e più di tutti, in mezzo al dolore, il nostro Lodovico, il quale cominciava una vita d'espiazione e di servizio, che potesse, se non riparare, pagare almeno il mal fatto, e rintuzzare il pungolo intollerabile del rimorso. Il sospetto che la sua risoluzione fosse attribuita alla paura, l'afflisse un momento; ma si consolò subito, col pensiero che anche quell'ingiusto giudizio sarebbe un gastigo per lui, e un mezzo d'espiazione. Così, a trent'anni, si ravvolse nel sacco; e, dovendo, secondo l'uso, lasciare il suo nome, e prenderne un altro, ne scelse uno che gli rammentasse, ogni momento, ciò che aveva da espiare: e si chiamò fra Cristoforo. Appena compita la cerimonia della vestizione, il guardiano gl'intimò che sarebbe andato a fare il suo noviziato a ***, sessanta miglia lontano, e che partirebbe all'indomani. Il novizio s'inchinò profondamente, e chiese una grazia. - Permettetemi, padre, - disse, - che, prima di partir da questa città, dove ho sparso il sangue d'un uomo, dove lascio una famiglia crudelmente offesa, io la ristori almeno dell'affronto, ch'io mostri almeno il mio rammarico di non poter risarcire il danno, col chiedere scusa al fratello dell'ucciso, e gli levi, se Dio benedice la mia intenzione, il rancore dall'animo -. Al guardiano parve che un tal passo, oltre all'esser buono in sé, servirebbe a riconciliar sempre più la famiglia col convento; e andò diviato da quel signor fratello, ad esporgli la domanda di fra Cristoforo. A proposta così inaspettata, colui sentì, insieme con la maraviglia, un ribollimento di sdegno, non però senza qualche compiacenza. Dopo aver pensato un momento, - venga domani, - disse; e assegnò l'ora. Il guardiano tornò, a portare al novizio il consenso desiderato. Il gentiluomo pensò subito che, quanto più quella soddisfazione fosse solenne e clamorosa, tanto più accrescerebbe il suo credito presso tutta la parentela, e presso il pubblico; e sarebbe (per dirla con un'eleganza moderna) una bella pagina nella storia della famiglia. Fece avvertire in fretta tutti i parenti che, all'indomani, a mezzogiorno, restassero serviti (così si diceva allora) di venir da lui, a ricevere una soddisfazione comune. A mezzogiorno, il palazzo brulicava di signori d'ogni età e d'ogni sesso: era un girare, un rimescolarsi di gran cappe, d'alte penne, di durlindane pendenti, un moversi librato di gorgiere inamidate e crespe, uno strascico intralciato di rabescate zimarre. Le anticamere, il cortile e la strada formicolavan di servitori, di paggi, di bravi e di curiosi. Fra Cristoforo vide quell'apparecchio, ne indovinò il motivo, e provò un leggier turbamento; ma, dopo un istante, disse tra sé: "sta bene: l'ho ucciso in pubblico, alla presenza di tanti suoi nemici: quello fu scandalo, questa è riparazione". Così, con gli occhi bassi, col padre compagno al fianco, passò la porta di quella casa, attraversò il cortile, tra una folla che lo squadrava con una curiosità poco cerimoniosa; salì le scale, e, di mezzo all'altra folla signorile, che fece ala al suo passaggio, seguito da cento sguardi, giunse alla presenza del padron di casa; il quale, circondato da' parenti più prossimi, stava ritto nel mezzo della sala, con lo sguardo a terra, e il mento in aria, impugnando, con la mano sinistra, il pomo della spada, e stringendo con la destra il bavero della cappa sul petto. C'è talvolta, nel volto e nel contegno d'un uomo, un'espressione così immediata, si direbbe quasi un'effusione dell'animo interno, che, in una folla di spettatori, il giudizio sopra quell'animo sarà un solo. Il volto e il contegno di fra Cristoforo disser chiaro agli astanti, che non s'era fatto frate, né veniva a quell'umiliazione per timore umano: e questo cominciò a concigliarglieli tutti. Quando vide l'offeso, affrettò il passo, gli si pose inginocchioni ai piedi, incrociò le mani sul petto, e, chinando la testa rasa, disse queste parole: - io sono l'omicida di suo fratello. Sa Iddio se vorrei restituirglielo a costo del mio sangue; ma, non potendo altro che farle inefficaci e tarde scuse, la supplico d'accettarle per l'amor di Dio -. Tutti gli occhi erano immobili sul novizio, e sul personaggio a cui egli parlava; tutti gli orecchi eran tesi. Quando fra Cristoforo tacque, s'alzò, per tutta la sala, un mormorìo di pietà e di rispetto. Il gentiluomo, che stava in atto di degnazione forzata, e d'ira compressa, fu turbato da quelle parole; e, chinandosi verso l'inginocchiato, - alzatevi, - disse, con voce alterata: - l'offesa... il fatto veramente... ma l'abito che portate... non solo questo, ma anche per voi... S'alzi, padre... Mio fratello... non lo posso negare... era un cavaliere... era un uomo... un po' impetuoso... un po' vivo. Ma tutto accade per disposizion di Dio. Non se ne parli più... Ma, padre, lei non deve stare in codesta positura -. E, presolo per le braccia, lo sollevò. Fra Cristoforo, in piedi, ma col capo chino, rispose: - io posso dunque sperare che lei m'abbia concesso il suo perdono! E se l'ottengo da lei, da chi non devo sperarlo? Oh! s'io potessi sentire dalla sua bocca questa parola, perdono! - Perdono? - disse il gentiluomo. - Lei non ne ha più bisogno. Ma pure, poiché lo desidera, certo, certo, io le perdono di cuore, e tutti... - Tutti! tutti! - gridarono, a una voce, gli astanti. Il volto del frate s'aprì a una gioia riconoscente, sotto la quale traspariva però ancora un'umile e profonda compunzione del male a cui la remissione degli uomini non poteva riparare. Il gentiluomo, vinto da quell'aspetto, e trasportato dalla commozione generale, gli gettò le braccia al collo, e gli diede e ne ricevette il bacio di pace. Un - bravo! bene! - scoppiò da tutte le parti della sala; tutti si mossero, e si strinsero intorno al frate. Intanto vennero servitori, con gran copia di rinfreschi. Il gentiluomo si raccostò al nostro Cristoforo, il quale faceva segno di volersi licenziare, e gli disse: - padre, gradisca qualche cosa; mi dia questa prova d'amicizia -. E si mise per servirlo prima d'ogni altro; ma egli, ritirandosi, con una certa resistenza cordiale, - queste cose, - disse, - non fanno più per me; ma non sarà mai ch'io rifiuti i suoi doni. Io sto per mettermi in viaggio: si degni di farmi portare un pane, perché io possa dire d'aver goduto la sua carità, d'aver mangiato il suo pane, e avuto un segno del suo perdono -. Il gentiluomo, commosso, ordinò che così si facesse; e venne subito un cameriere, in gran gala, portando un pane sur un piatto d'argento, e lo presentò al padre; il quale, presolo e ringraziato, lo mise nella sporta. Chiese quindi licenza; e, abbracciato di nuovo il padron di casa, e tutti quelli che, trovandosi più vicini a lui, poterono impadronirsene un momento, si liberò da essi a fatica; ebbe a combatter nell'anticamere, per isbrigarsi da' servitori, e anche da' bravi, che gli baciavano il lembo dell'abito, il cordone, il cappuccio; e si trovò nella strada, portato come in trionfo, e accompagnato da una folla di popolo, fino a una porta della città; d'onde uscì, cominciando il suo pedestre viaggio, verso il luogo del suo noviziato. Il fratello dell'ucciso, e il parentado, che s'erano aspettati d'assaporare in quel giorno la trista gioia dell'orgoglio, si trovarono in vece ripieni della gioia serena del perdono e della benevolenza. La compagnia si trattenne ancor qualche tempo, con una bonarietà e con una cordialità insolita, in ragionamenti ai quali nessuno era preparato, andando là. In vece di soddisfazioni prese, di soprusi vendicati, d'impegni spuntati, le lodi del novizio, la riconciliazione, la mansuetudine furono i temi della conversazione. E taluno, che, per la cinquantesima volta, avrebbe raccontato come il conte Muzio suo padre aveva saputo, in quella famosa congiuntura, far stare a dovere il marchese Stanislao, ch'era quel rodomonte che ognun sa, parlò in vece delle penitenze e della pazienza mirabile d'un fra Simone, morto molt'anni prima. Partita la compagnia, il padrone, ancor tutto commosso, riandava tra sé, con maraviglia, ciò che aveva in teso, ciò ch'egli medesimo aveva detto; e borbottava tra i denti: - diavolo d'un frate! - (bisogna bene che noi trascriviamo le sue precise parole) - diavolo d'un frate! se rimaneva lì in ginocchio, ancora per qualche momento, quasi quasi gli chiedevo scusa io, che m'abbia ammazzato il fratello -. La nostra storia nota espressamente che, da quel giorno in poi, quel signore fu un po' men precipitoso, e un po' più alla mano. Il padre Cristoforo camminava, con una consolazione che non aveva mai più provata, dopo quel giorno terribile, ad espiare il quale tutta la sua vita doveva esser consacrata. Il silenzio ch'era imposto a' novizi, l'osservava, senza avvedersene, assorto com'era, nel pensiero delle fatiche, delle privazioni e dell'umiliazioni che avrebbe sofferte, per iscontare il suo fallo. Fermandosi, all'ora della refezione, presso un benefattore, mangiò, con una specie di voluttà, del pane del perdono: ma ne serbò un pezzo, e lo ripose nella sporta, per tenerlo, come un ricordo perpetuo. Non è nostro disegno di far la storia della sua vita claustrale: diremo soltanto che, adempiendo, sempre con gran voglia, e con gran cura, gli ufizi che gli venivano ordinariamente assegnati, di predicare e d'assistere i moribondi, non lasciava mai sfuggire un'occasione d'esercitarne due altri, che s'era imposti da sé: accomodar differenze, e proteggere oppressi. In questo genio entrava, per qualche parte, senza ch'egli se n'avvedesse, quella sua vecchia abitudine, e un resticciolo di spiriti guerreschi, che l'umiliazioni e le macerazioni non avevan potuto spegner del tutto. Il suo linguaggio era abitualmente umile e posato; ma, quando si trattasse di giustizia o di verità combattuta, l'uomo s'animava, a un tratto, dell'impeto antico, che, secondato e modificato da un'enfasi solenne, venutagli dall'uso del predicare, dava a quel linguaggio un carattere singolare. Tutto il suo contegno, come l'aspetto, annunziava una lunga guerra, tra un'indole focosa, risentita, e una volontà opposta, abitualmente vittoriosa, sempre all'erta, e diretta da motivi e da ispirazioni superiori. Un suo confratello ed amico, che lo conosceva bene, l'aveva una volta paragonato a quelle parole troppo espressive nella loro forma naturale, che alcuni, anche ben educati, pronunziano, quando la passione trabocca, smozzicate, con qualche lettera mutata; parole che, in quel travisamento, fanno però ricordare della loro energia primitiva. Se una poverella sconosciuta, nel tristo caso di Lucia, avesse chiesto l'aiuto del padre Cristoforo, egli sarebbe corso immediatamente. Trattandosi poi di Lucia, accorse con tanta più sollecitudine, in quanto conosceva e ammirava l'innocenza di lei, era già in pensiero per i suoi pericoli, e sentiva un'indegnazione santa, per la turpe persecuzione della quale era divenuta l'oggetto. Oltre di ciò, avendola consigliata, per il meno male, di non palesar nulla, e di starsene quieta, temeva ora che il consiglio potesse aver prodotto qualche tristo effetto; e alla sollecitudine di carità, ch'era in lui come ingenita, s'aggiungeva, in questo caso, quell'angustia scrupolosa che spesso tormenta i buoni. Ma, intanto che noi siamo stati a raccontare i fatti del padre Cristoforo, è arrivato, s'è affacciato all'uscio; e le donne, lasciando il manico dell'aspo che facevan girare e stridere, si sono alzate, dicendo, a una voce: - oh padre Cristoforo! sia benedetto! Capitolo V Il qual padre Cristoforo si fermò ritto sulla soglia, e, appena ebbe data un'occhiata alle donne, dovette accorgersi che i suoi presentimenti non eran falsi. Onde, con quel tono d'interrogazione che va incontro a una trista risposta, alzando la barba con un moto leggiero della testa all'indietro, disse: - ebbene? - Lucia rispose con uno scoppio di pianto. La madre cominciava a far le scuse d'aver osato... ma il frate s'avanzò, e, messosi a sedere sur un panchetto a tre piedi, troncò i complimenti, dicendo a Lucia: - quietatevi, povera figliuola. E voi, - disse poi ad Agnese, - raccontatemi cosa c'è! - Mentre la buona donna faceva alla meglio la sua dolorosa relazione, il frate diventava di mille colori, e ora alzava gli occhi al cielo, ora batteva i piedi. Terminata la storia, si coprì il volto con le mani, ed esclamò: - o Dio benedetto! fino a quando...! - Ma, senza compir la frase, voltandosi di nuovo alle donne: - poverette! - disse: - Dio vi ha visitate. Povera Lucia! - Non ci abbandonerà, padre? - disse questa, singhiozzando. - Abbandonarvi! - rispose. - E con che faccia potrei io chieder a Dio qualcosa per me, quando v'avessi abbandonata? voi in questo stato! voi, ch'Egli mi confida! Non vi perdete d'animo: Egli v'assisterà: Egli vede tutto: Egli può servirsi anche d'un uomo da nulla come son io, per confondere un... Vediamo, pensiamo quel che si possa fare. Così dicendo, appoggiò il gomito sinistro sul ginocchio, chinò la fronte nella palma, e con la destra strinse la barba e il mento, come per tener ferme e unite tutte le potenze dell'animo. Ma la più attenta considerazione non serviva che a fargli scorgere più distintamente quanto il caso fosse pressante e intrigato, e quanto scarsi, quanto incerti e pericolosi i ripieghi. "Mettere un po' di vergogna a don Abbondio, e fargli sentire quanto manchi al suo dovere? Vergogna e dovere sono un nulla per lui, quando ha paura. E fargli paura? Che mezzi ho io mai di fargliene una che superi quella che ha d'una schioppettata? Informar di tutto il cardinale arcivescovo, e invocar la sua autorità? Ci vuol tempo: e intanto? e poi? Quand'anche questa povera innocente fosse maritata, sarebbe questo un freno per quell'uomo? Chi sa a qual segno possa arrivare?... E resistergli? Come? Ah! se potessi, pensava il povero frate, se potessi tirar dalla mia i miei frati di qui, que' di Milano! Ma! non è un affare comune; sarei abbandonato. Costui fa l'amico del convento, si spaccia per partigiano de' cappuccini: e i suoi bravi non son venuti più d'una volta a ricoverarsi da noi? Sarei solo in ballo; mi buscherei anche dell'inquieto, dell'imbroglione, dell'accattabrighe; e, quel ch'è più, potrei fors'anche, con un tentativo fuor di tempo, peggiorar la condizione di questa poveretta". Contrappesato il pro e il contro di questo e di quel partito, il migliore gli parve d'affrontar don Rodrigo stesso, tentar di smoverlo dal suo infame proposito, con le preghiere, coi terrori dell'altra vita, anche di questa, se fosse possibile. Alla peggio, si potrebbe almeno conoscere, per questa via, più distintamente quanto colui fosse ostinato nel suo sporco impegno, scoprir di più le sue intenzioni, e prender consiglio da ciò. Mentre il frate stava così meditando, Renzo, il quale, per tutte le ragioni che ognun può indovinare, non sapeva star lontano da quella casa, era comparso sull'uscio; ma, visto il padre sopra pensiero, e le donne che facevan cenno di non disturbarlo, si fermò sulla soglia, in silenzio. Alzando la faccia, per comunicare alle donne il suo progetto, il frate s'accorse di lui, e lo salutò in un modo ch'esprimeva un'affezione consueta, resa più intensa dalla pietà. - Le hanno detto..., padre? - gli domandò Renzo, con voce commossa. - Pur troppo; e per questo son qui. Che dice di quel birbone...? - Che vuoi ch'io dica di lui? Non è qui a sentire: che gioverebbero le mie parole? Dico a te, il mio Renzo, che tu confidi in Dio, e che Dio non t'abbandonerà. - Benedette le sue parole! - esclamò il giovane. - Lei non è di quelli che dan sempre torto a' poveri. Ma il signor curato, e quel signor dottor delle cause perse... - Non rivangare quello che non può servire ad altro che a inquietarti inutilmente. Io sono un povero frate; ma ti ripeto quel che ho detto a queste donne: per quel poco che posso, non v'abbandonerò. - Oh, lei non è come gli amici del mondo! Ciarloni! Chi avesse creduto alle proteste che mi facevan costoro, nel buon tempo; eh eh! Eran pronti a dare il sangue per me; m'avrebbero sostenuto contro il diavolo. S'io avessi avuto un nemico?... bastava che mi lasciassi intendere; avrebbe finito presto di mangiar pane. E ora, se vedesse come si ritirano... - A questo punto, alzando gli occhi al volto del padre, vide che s'era tutto rannuvolato, e s'accorse d'aver detto ciò che conveniva tacere. Ma volendo raccomodarla, s'andava intrigando e imbrogliando: - volevo dire... non intendo dire... cioè, volevo dire... - Cosa volevi dire? E che? tu avevi dunque cominciato a guastar l'opera mia, prima che fosse intrapresa! Buon per te che sei stato disingannato in tempo. Che! tu andavi in cerca d'amici... quali amici!... che non t'avrebber potuto aiutare, neppur volendo! E cercavi di perder Quel solo che lo può e lo vuole! Non sai tu che Dio è l'amico de' tribolati, che confidano in Lui? Non sai tu che, a metter fuori l'unghie, il debole non ci guadagna? E quando pure... - A questo punto, afferrò fortemente il braccio di Renzo: il suo aspetto, senza perder d'autorità, s'atteggiò d'una compunzione solenne, gli occhi s'abbassarono, la voce divenne lenta e come sotterranea: - quando pure... è un terribile guadagno! Renzo! vuoi tu confidare in me?... che dico in me, omiciattolo, fraticello? Vuoi tu confidare in Dio? - Oh sì! - rispose Renzo. - Quello è il Signore davvero. - Ebbene; prometti che non affronterai, che non provocherai nessuno, che ti lascerai guidar da me. - Lo prometto. Lucia fece un gran respiro, come se le avesser levato un peso d'addosso; e Agnese disse: - bravo figliuolo. - Sentite, figliuoli, - riprese fra Cristoforo: - io anderò oggi a parlare a quell'uomo. Se Dio gli tocca il cuore, e dà forza alle mie parole, bene: se no, Egli ci farà trovare qualche altro rimedio. Voi intanto, statevi quieti, ritirati, scansate le ciarle, non vi fate vedere. Stasera, o domattina al più tardi, mi rivedrete -. Detto questo, troncò tutti i ringraziamenti e le benedizioni, e partì. S'avviò al convento, arrivò a tempo d'andare in coro a cantar sesta, desinò, e si mise subito in cammino, verso il covile della fiera che voleva provarsi d'ammansare. Il palazzotto di don Rodrigo sorgeva isolato, a somiglianza d'una bicocca, sulla cima d'uno de' poggi ond'è sparsa e rilevata quella costiera. A questa indicazione l'anonimo aggiunge che il luogo (avrebbe fatto meglio a scriverne alla buona il nome) era più in su del paesello degli sposi, discosto da questo forse tre miglia, e quattro dal convento. Appiè del poggio, dalla parte che guarda a mezzogiorno, e verso il lago, giaceva un mucchietto di casupole, abitate da contadini di don Rodrigo; ed era come la piccola capitale del suo piccol regno. Bastava passarvi, per esser chiarito della condizione e de' costumi del paese. Dando un'occhiata nelle stanze terrene, dove qualche uscio fosse aperto, si vedevano attaccati al muro schioppi, tromboni, zappe, rastrelli, cappelli di paglia, reticelle e fiaschetti da polvere, alla rinfusa. La gente che vi s'incontrava erano omacci tarchiati e arcigni, con un gran ciuffo arrovesciato sul capo, e chiuso in una reticella; vecchi che, perdute le zanne, parevan sempre pronti, chi nulla nulla gli aizzasse, a digrignar le gengive; donne con certe facce maschie, e con certe braccia nerborute, buone da venire in aiuto della lingua, quando questa non bastasse: ne' sembianti e nelle mosse de' fanciulli stessi, che giocavan per la strada, si vedeva un non so che di petulante e di provocativo. Fra Cristoforo attraversò il villaggio, salì per una viuzza a chiocciola, e pervenne su una piccola spianata, davanti al palazzotto. La porta era chiusa, segno che il padrone stava desinando, e non voleva esser frastornato. Le rade e piccole finestre che davan sulla strada, chiuse da imposte sconnesse e consunte dagli anni, eran però difese da grosse inferriate, e quelle del pian terreno tant'alte che appena vi sarebbe arrivato un uomo sulle spalle d'un altro. Regnava quivi un gran silenzio; e un passeggiero avrebbe potuto credere che fosse una casa abbandonata, se quattro creature, due vive e due morte, collocate in simmetria, di fuori, non avesser dato un indizio d'abitanti. Due grand'avoltoi, con l'ali spalancate, e co' teschi penzoloni, l'uno spennacchiato e mezzo roso dal tempo, l'altro ancor saldo e pennuto, erano inchiodati, ciascuno sur un battente del portone; e due bravi, sdraiati, ciascuno sur una delle panche poste a destra e a sinistra, facevan la guardia, aspettando d'esser chiamati a goder gli avanzi della tavola del signore. Il padre si fermò ritto, in atto di chi si dispone ad aspettare; ma un de' bravi s'alzò, e gli disse: - padre, padre, venga pure avanti: qui non si fanno aspettare i cappuccini: noi siamo amici del convento: e io ci sono stato in certi momenti che fuori non era troppo buon'aria per me; e se mi avesser tenuta la porta chiusa, la sarebbe andata male -. Così dicendo, diede due picchi col martello. A quel suono risposer subito di dentro gli urli e le strida di mastini e di cagnolini; e, pochi momenti dopo, giunse borbottando un vecchio servitore; ma, veduto il padre, gli fece un grand'inchino, acquietò le bestie, con le mani e con la voce, introdusse l'ospite in un angusto cortile, e richiuse la porta. Accompagnatolo poi in un salotto, e guardandolo con una cert'aria di maraviglia e di rispetto, disse: - non è lei... il padre Cristoforo di Pescarenico? - Per l'appunto. - Lei qui? - Come vedete, buon uomo. - Sarà per far del bene. Del bene, - continuò mormorando tra i denti, e rincamminandosi, - se ne può far per tutto -. Attraversati due o tre altri salotti oscuri, arrivarono all'uscio della sala del convito. Quivi un gran frastono confuso di forchette, di coltelli, di bicchieri, di piatti, e sopra tutto di voci discordi, che cercavano a vicenda di soverchiarsi. Il frate voleva ritirarsi, e stava contrastando dietro l'uscio col servitore, per ottenere d'essere lasciato in qualche canto della casa, fin che il pranzo fosse terminato; quando l'uscio s'aprì. Un certo conte Attilio, che stava seduto in faccia (era un cugino del padron di casa; e abbiam già fatta menzione di lui, senza nominarlo), veduta una testa rasa e una tonaca, e accortosi dell'intenzione modesta del buon frate, - ehi! ehi! - gridò: - non ci scappi, padre riverito: avanti, avanti -. Don Rodrigo, senza indovinar precisamente il soggetto di quella visita, pure, per non so qual presentimento confuso, n'avrebbe fatto di meno. Ma, poiché lo spensierato d'Attilio aveva fatta quella gran chiamata, non conveniva a lui di tirarsene indietro; e disse: - venga, padre, venga -. Il padre s'avanzò, inchinandosi al padrone, e rispondendo, a due mani, ai saluti de' commensali. L'uomo onesto in faccia al malvagio, piace generalmente (non dico a tutti) immaginarselo con la fronte alta, con lo sguardo sicuro, col petto rilevato, con lo scilinguagnolo bene sciolto. Nel fatto però, per fargli prender quell'attitudine, si richiedon molte circostanze, le quali ben di rado si riscontrano insieme. Perciò, non vi maravigliate se fra Cristoforo, col buon testimonio della sua coscienza, col sentimento fermissimo della giustizia della causa che veniva a sostenere, con un sentimento misto d'orrore e di compassione per don Rodrigo, stesse con una cert'aria di suggezione e di rispetto, alla presenza di quello stesso don Rodrigo, ch'era lì in capo di tavola, in casa sua, nel suo regno, circondato d'amici, d'omaggi, di tanti segni della sua potenza, con un viso da far morire in bocca a chi si sia una preghiera, non che un consiglio, non che una correzione, non che un rimprovero. Alla sua destra sedeva quel conte Attilio suo cugino, e, se fa bisogno di dirlo, suo collega di libertinaggio e di soverchieria, il quale era venuto da Milano a villeggiare, per alcuni giorni, con lui. A sinistra, e a un altro lato della tavola, stava, con gran rispetto, temperato però d'una certa sicurezza, e d'una certa saccenteria, il signor podestà, quel medesimo a cui, in teoria, sarebbe toccato a far giustizia a Renzo Tramaglino, e a fare star a dovere don Rodrigo, come s'è visto di sopra. In faccia al podestà, in atto d'un rispetto il più puro, il più sviscerato, sedeva il nostro dottor Azzecca-garbugli, in cappa nera, e col naso più rubicondo del solito: in faccia ai due cugini, due convitati oscuri, de' quali la nostra storia dice soltanto che non facevano altro che mangiare, chinare il capo, sorridere e approvare ogni cosa che dicesse un commensale, e a cui un altro non contraddicesse. - Da sedere al padre, - disse don Rodrigo. Un servitore presentò una sedia, sulla quale si mise il padre Cristoforo, facendo qualche scusa al signore, d'esser venuto in ora inopportuna. - Bramerei di parlarle da solo a solo, con suo comodo, per un affare d'importanza, - soggiunse poi, con voce più sommessa, all'orecchio di don Rodrigo. - Bene, bene, parleremo; - rispose questo: - ma intanto si porti da bere al padre. Il padre voleva schermirsi; ma don Rodrigo, alzando la voce, in mezzo al trambusto ch'era ricominciato, gridava: - no, per bacco, non mi farà questo torto; non sarà mai vero che un cappuccino vada via da questa casa, senza aver gustato del mio vino, né un creditore insolente, senza aver assaggiate le legna de' miei boschi -. Queste parole eccitarono un riso universale, e interruppero un momento la questione che s'agitava caldamente tra i commensali. Un servitore, portando sur una sottocoppa un'ampolla di vino, e un lungo bicchiere in forma di calice, lo presentò al padre; il quale, non volendo resistere a un invito tanto pressante dell'uomo che gli premeva tanto di farsi propizio, non esitò a mescere, e si mise a sorbir lentamente il vino. - L'autorità del Tasso non serve al suo assunto, signor podestà riverito; anzi è contro di lei; - riprese a urlare il conte Attilio: - perché quell'uomo erudito, quell'uomo grande, che sapeva a menadito tutte le regole della cavalleria, ha fatto che il messo d'Argante, prima d'esporre la sfida ai cavalieri cristiani, chieda licenza al pio Buglione... - Ma questo - replicava, non meno urlando, il podestà, - questo è un di più, un mero di più, un ornamento poetico, giacché il messaggiero è di sua natura inviolabile, per diritto delle genti, jure gentium: e, senza andar tanto a cercare, lo dice anche il proverbio: ambasciator non porta pena. E, i proverbi, signor conte, sono la sapienza del genere umano. E, non avendo il messaggiero detto nulla in suo proprio nome, ma solamente presentata la sfida in iscritto... - Ma quando vorrà capire che quel messaggiero era un asino temerario, che non conosceva le prime...? - Con buona licenza di lor signori, - interruppe don Rodrigo, il quale non avrebbe voluto che la questione andasse troppo avanti: - rimettiamola nel padre Cristoforo; e si stia alla sua sentenza. - Bene, benissimo, - disse il conte Attilio, al quale parve cosa molto garbata di far decidere un punto di cavalleria da un cappuccino; mentre il podestà, più infervorato di cuore nella questione, si chetava a stento, e con un certo viso, che pareva volesse dire: ragazzate. - Ma, da quel che mi pare d'aver capito, - disse il padre, - non son cose di cui io mi deva intendere. - Solite scuse di modestia di loro padri; - disse don Rodrigo: - ma non mi scapperà. Eh via! sappiam bene che lei non è venuta al mondo col cappuccio in capo, e che il mondo l'ha conosciuto. Via, via: ecco la questione. - Il fatto è questo, - cominciava a gridare il conte Attilio. - Lasciate dir a me, che son neutrale, cugino, - riprese don Rodrigo. - Ecco la storia. Un cavaliere spagnolo manda una sfida a un cavalier milanese: il portatore, non trovando il provocato in casa, consegna il cartello a un fratello del cavaliere; il qual fratello legge la sfida, e in risposta dà alcune bastonate al portatore. Si tratta... - Ben date, ben applicate, - gridò il conte Attilio. - Fu una vera ispirazione. - Del demonio, - soggiunse il podestà. - Battere un ambasciatore! persona sacra! Anche lei, padre, mi dirà se questa è azione da cavaliere. - Sì, signore, da cavaliere, - gridò il conte: - e lo lasci dire a me, che devo intendermi di ciò che conviene a un cavaliere. Oh, se fossero stati pugni, sarebbe un'altra faccenda; ma il bastone non isporca le mani a nessuno. Quello che non posso capire è perché le premano tanto le spalle d'un mascalzone. - Chi le ha parlato delle spalle, signor conte mio? Lei mi fa dire spropositi che non mi son mai passati per la mente. Ho parlato del carattere, e non di spalle, io. Parlo sopra tutto del diritto delle genti. Mi dica un poco, di grazia, se i feciali che gli antichi Romani mandavano a intimar le sfide agli altri popoli, chiedevan licenza d'esporre l'ambasciata: e mi trovi un poco uno scrittore che faccia menzione che un feciale sia mai stato bastonato. - Che hanno a far con noi gli ufiziali degli antichi Romani? gente che andava alla buona, e che, in queste cose, era indietro, indietro. Ma, secondo le leggi della cavalleria moderna, ch'è la vera, dico e sostengo che un messo il quale ardisce di porre in mano a un cavaliere una sfida, senza avergliene chiesta licenza, è un temerario, violabile violabilissimo, bastonabile bastonabilissimo... - Risponda un poco a questo sillogismo. - Niente, niente, niente. - Ma ascolti, ma ascolti, ma ascolti. Percotere un disarmato è atto proditorio; atqui il messo de quo era senz'arme; ergo... - Piano, piano, signor podestà. - Che piano? - Piano, le dico: cosa mi viene a dire? Atto proditorio è ferire uno con la spada, per di dietro, o dargli una schioppettata nella schiena: e, anche per questo, si posson dar certi casi... ma stiamo nella questione. Concedo che questo generalmente possa chiamarsi atto proditorio; ma appoggiar quattro bastonate a un mascalzone! Sarebbe bella che si dovesse dirgli: guarda che ti bastono: come si direbbe a un galantuomo: mano alla spada. E lei, signor dottor riverito, in vece di farmi de' sogghigni, per farmi capire ch'è del mio parere, perché non sostiene le mie ragioni, con la sua buona tabella, per aiutarmi a persuader questo signore? - Io... - rispose confusetto il dottore: - io godo di questa dotta disputa; e ringrazio il bell'accidente che ha dato occasione a una guerra d'ingegni così graziosa. E poi, a me non compete di dar sentenza: sua signoria illustrissima ha già delegato un giudice... qui il padre... - È vero; - disse don Rodrigo: - ma come volete che il giudice parli, quando i litiganti non vogliono stare zitti? - Ammutolisco, - disse il conte Attilio. Il podestà strinse le labbra, e alzò la mano, come in atto di rassegnazione. - Ah sia ringraziato il cielo! A lei, padre, - disse don Rodrigo, con una serietà mezzo canzonatoria. - Ho già fatte le mie scuse, col dire che non me n'intendo, - rispose fra Cristoforo, rendendo il bicchiere a un servitore. - Scuse magre: - gridarono i due cugini: - vogliamo la sentenza! - Quand'è così, - riprese il frate, - il mio debole parere sarebbe che non vi fossero né sfide, né portatori, né bastonate. I commensali si guardarono l'un con l'altro maravigliati. - Oh questa è grossa! - disse il conte Attilio. - Mi perdoni, padre, ma è grossa. Si vede che lei non conosce il mondo. - Lui? - disse don Rodrigo: - me lo volete far ridire: lo conosce, cugino mio, quanto voi: non è vero, padre? Dica, dica, se non ha fatta la sua carovana? In vece di rispondere a quest'amorevole domanda, il padre disse una parolina in segreto a sé medesimo: "queste vengono a te; ma ricordati, frate, che non sei qui per te, e che tutto ciò che tocca te solo, non entra nel conto". - Sarà, - disse il cugino: - ma il padre... come si chiama il padre? - Padre Cristoforo - rispose più d'uno. - Ma, padre Cristoforo, padron mio colendissimo, con queste sue massime, lei vorrebbe mandare il mondo sottosopra. Senza sfide! Senza bastonate! Addio il punto d'onore: impunità per tutti i mascalzoni. Per buona sorte che il supposto è impossibile. - Animo, dottore, - scappò fuori don Rodrigo, che voleva sempre più divertire la disputa dai due primi contendenti, - animo, a voi, che, per dar ragione a tutti, siete un uomo. Vediamo un poco come farete per dar ragione in questo al padre Cristoforo. - In verità, - rispose il dottore, tenendo brandita in aria la forchetta, e rivolgendosi al padre, - in verità io non so intendere come il padre Cristoforo, il quale è insieme il perfetto religioso e l'uomo di mondo, non abbia pensato che la sua sentenza, buona, ottima e di giusto peso sul pulpito, non val niente, sia detto col dovuto rispetto, in una disputa cavalleresca. Ma il padre sa, meglio di me, che ogni cosa è buona a suo luogo; e io credo che, questa volta, abbia voluto cavarsi, con una celia, dall'impiccio di proferire una sentenza. Che si poteva mai rispondere a ragionamenti dedotti da una sapienza così antica, e sempre nuova? Niente: e così fece il nostro frate. Ma don Rodrigo, per voler troncare quella questione, ne venne a suscitare un'altra. - A proposito, - disse, - ho sentito che a Milano correvan voci d'accomodamento. Il lettore sa che in quell'anno si combatteva per la successione al ducato di Mantova, del quale, alla morte di Vincenzo Gonzaga, che non aveva lasciata prole legittima, era entrato in possesso il duca di Nevers, suo parente più prossimo. Luigi XIII, ossia il cardinale di Richelieu, sosteneva quel principe, suo ben affetto, e naturalizzato francese: Filippo IV, ossia il conte d'Olivares, comunemente chiamato il conte duca, non lo voleva lì, per le stesse ragioni; e gli aveva mosso guerra. Siccome poi quel ducato era feudo dell'impero, così le due parti s'adoperavano, con pratiche, con istanze, con minacce, presso l'imperator Ferdinando II, la prima perché accordasse l'investitura al nuovo duca; la seconda perché gliela negasse, anzi aiutasse a cacciarlo da quello stato. - Non son lontano dal credere, - disse il conte Attilio, - che le cose si possano accomodare. Ho certi indizi... - Non creda, signor conte, non creda, - interruppe il podestà. - Io, in questo cantuccio, posso saperle le cose; perché il signor castellano spagnolo, che, per sua bontà, mi vuole un po' di bene, e per esser figliuolo d'un creato del conte duca, è informato d'ogni cosa... - Le dico che a me accade ogni giorno di parlare in Milano con ben altri personaggi; e so di buon luogo che il papa, interessatissimo, com'è, per la pace, ha fatto proposizioni... - Così dev'essere; la cosa è in regola; sua santità fa il suo dovere; un papa deve sempre metter bene tra i principi cristiani; ma il conte duca ha la sua politica, e... - E, e, e; sa lei, signor mio, come la pensi l'imperatore, in questo momento? Crede lei che non ci sia altro che Mantova a questo mondo? le cose a cui si deve pensare son molte, signor mio. Sa lei, per esempio, fino a che segno l'imperatore possa ora fidarsi di quel suo principe di Valdistano o di Vallistai, o come lo chiamano, e se... - Il nome legittimo in lingua alemanna, - interruppe ancora il podestà, - è Vagliensteino, come l'ho sentito proferir più volte dal nostro signor castellano spagnolo. Ma stia pur di buon animo, che... - Mi vuole insegnare...? - riprendeva il conte; ma don Rodrigo gli dié d'occhio, per fargli intendere che, per amor suo, cessasse di contraddire. Il conte tacque, e il podestà, come un bastimento disimbrogliato da una secca, continuò, a vele gonfie, il corso della sua eloquenza. - Vagliensteino mi dà poco fastidio; perché il conte duca ha l'occhio a tutto, e per tutto; e se Vagliensteino vorrà fare il bell'umore, saprà ben lui farlo rigar diritto, con le buone, o con le cattive. Ha l'occhio per tutto, dico, e le mani lunghe; e, se ha fisso il chiodo, come l'ha fisso, e giustamente, da quel gran politico che è, che il signor duca di Nivers non metta le radici in Mantova, il signor duca di Nivers non ce le metterà; e il signor cardinale di Riciliù farà un buco nell'acqua. Mi fa pur ridere quel caro signor cardinale, a voler cozzare con un conte duca, con un Olivares. Dico il vero, che vorrei rinascere di qui a dugent'anni, per sentir cosa diranno i posteri, di questa bella pretensione. Ci vuol altro che invidia; testa vuol esser: e teste come la testa d'un conte duca, ce n'è una sola al mondo. Il conte duca, signori miei, - proseguiva il podestà, sempre col vento in poppa, e un po' maravigliato anche lui di non incontrar mai uno scoglio: - il conte duca è una volpe vecchia, parlando col dovuto rispetto, che farebbe perder la traccia a chi si sia: e, quando accenna a destra, si può esser sicuri che batterà a sinistra: ond'è che nessuno può mai vantarsi di conoscere i suoi disegni; e quegli stessi che devon metterli in esecuzione, quegli stessi che scrivono i dispacci, non ne capiscon niente. Io posso parlare con qualche cognizion di causa; perché quel brav'uomo del signor castellano si degna di trattenersi meco, con qualche confidenza. Il conte duca, viceversa, sa appuntino cosa bolle in pentola di tutte l'altre corti; e tutti que' politiconi (che ce n'è di diritti assai, non si può negare) hanno appena immaginato un disegno, che il conte duca te l'ha già indovinato, con quella sua testa, con quelle sue strade coperte, con que' suoi fili tesi per tutto. Quel pover'uomo del cardinale di Riciliù tenta di qua, fiuta di là, suda, s'ingegna: e poi? quando gli è riuscito di scavare una mina, trova la contrammina già bell'e fatta dal conte duca... Sa il cielo quando il podestà avrebbe preso terra; ma don Rodrigo, stimolato anche da' versacci che faceva il cugino, si voltò all'improvviso, come se gli venisse un'ispirazione, a un servitore, e gli accennò che portasse un certo fiasco. - Signor podestà, e signori miei! - disse poi: - un brindisi al conte duca; e mi sapranno dire se il vino sia degno del personaggio -. Il podestà rispose con un inchino, nel quale traspariva un sentimento di riconoscenza particolare; perché tutto ciò che si faceva o si diceva in onore del conte duca, lo riteneva in parte come fatto a sé. - Viva mill'anni don Gasparo Guzman, conte d'Olivares, duca di san Lucar, gran privato del re don Filippo il grande, nostro signore! - esclamò, alzando il bicchiere. Privato, chi non lo sapesse, era il termine in uso, a que' tempi, per significare il favorito d'un principe. - Viva mill'anni! - risposer tutti. - Servite il padre, - disse don Rodrigo. - Mi perdoni; - rispose il padre: - ma ho già fatto un disordine, e non potrei... - Come! - disse don Rodrigo: - si tratta d'un brindisi al conte duca. Vuol dunque far credere ch'ella tenga dai navarrini? Così si chiamavano allora, per ischerno, i Francesi, dai principi di Navarra, che avevan cominciato, con Enrico IV, a regnar sopra di loro. A tale scongiuro, convenne bere. Tutti i commensali proruppero in esclamazioni, e in elogi del vino; fuor che il dottore, il quale, col capo alzato, con gli occhi fissi, con le labbra strette, esprimeva molto più che non avrebbe potuto far con parole. - Che ne dite eh, dottore? - domandò don Rodrigo. Tirato fuor del bicchiere un naso più vermiglio e più lucente di quello, il dottore rispose, battendo con enfasi ogni sillaba: - dico, proferisco, e sentenzio che questo è l'Olivares de' vini: censui, et in eam ivi sententiam, che un liquor simile non si trova in tutti i ventidue regni del re nostro signore, che Dio guardi: dichiaro e definisco che i pranzi dell'illustrissimo signor don Rodrigo vincono le cene d'Eliogabalo; e che la carestia è bandita e confinata in perpetuo da questo palazzo, dove siede e regna la splendidezza. - Ben detto! ben definito! - gridarono, a una voce, i commensali: ma quella parola, carestia, che il dottore aveva buttata fuori a caso, rivolse in un punto tutte le menti a quel tristo soggetto; e tutti parlarono della carestia. Qui andavan tutti d'accordo, almeno nel principale; ma il fracasso era forse più grande che se ci fosse stato disparere. Parlavan tutti insieme. - Non c'è carestia, - diceva uno: - sono gl'incettatori... - E i fornai, - diceva un altro: - che nascondono il grano. Impiccarli. - Appunto; impiccarli, senza misericordia. - De' buoni processi, - gridava il podestà. - Che processi? - gridava più forte il conte Attilio: - giustizia sommaria. Pigliarne tre o quattro o cinque o sei, di quelli che, per voce pubblica, son conosciuti come i più ricchi e i più cani, e impiccarli. - Esempi! esempi! senza esempi non si fa nulla. - Impiccarli! impiccarli!; e salterà fuori grano da tutte le parti. Chi, passando per una fiera, s'è trovato a goder l'armonia che fa una compagnia di cantambanchi, quando, tra una sonata e l'altra, ognuno accorda il suo stromento, facendolo stridere quanto più può, affine di sentirlo distintamente, in mezzo al rumore degli altri, s'immagini che tale fosse la consonanza di quei, se si può dire, discorsi. S'andava intanto mescendo e rimescendo di quel tal vino; e le lodi di esso venivano, com'era giusto, frammischiate alle sentenze di giurisprudenza economica; sicché le parole che s'udivan più sonore e più frequenti, erano: ambrosia, e impiccarli. Don Rodrigo intanto dava dell'occhiate al solo che stava zitto; e lo vedeva sempre lì fermo, senza dar segno d'impazienza né di fretta, senza far atto che tendesse a ricordare che stava aspettando; ma in aria di non voler andarsene, prima d'essere stato ascoltato. L'avrebbe mandato a spasso volentieri, e fatto di meno di quel colloquio; ma congedare un cappuccino, senza avergli dato udienza, non era secondo le regole della sua politica. Poiché la seccatura non si poteva scansare, si risolvette d'affrontarla subito, e di liberarsene; s'alzò da tavola, e seco tutta la rubiconda brigata, senza interrompere il chiasso. Chiesta poi licenza agli ospiti, s'avvicinò, in atto contegnoso, al frate, che s'era subito alzato con gli altri; gli disse: - eccomi a' suoi comandi -; e lo condusse in un'altra sala. Capitolo VI - In che posso ubbidirla? - disse don Rodrigo, piantandosi in piedi nel mezzo della sala. Il suono delle parole era tale; ma il modo con cui eran proferite, voleva dir chiaramente: bada a chi sei davanti, pesa le parole, e sbrigati. Per dar coraggio al nostro fra Cristoforo, non c'era mezzo più sicuro e più spedito, che prenderlo con maniera arrogante. Egli che stava sospeso, cercando le parole, e facendo scorrere tra le dita le ave marie della corona che teneva a cintola, come se in qualcheduna di quelle sperasse di trovare il suo esordio; a quel fare di don Rodrigo, si sentì subito venir sulle labbra più parole del bisogno. Ma pensando quanto importasse di non guastare i fatti suoi o, ciò ch'era assai più, i fatti altrui, corresse e temperò le frasi che gli si eran presentate alla mente, e disse, con guardinga umiltà: - vengo a proporle un atto di giustizia, a pregarla d'una carità. Cert'uomini di mal affare hanno messo innanzi il nome di vossignoria illustrissima, per far paura a un povero curato, e impedirgli di compire il suo dovere, e per soverchiare due innocenti. Lei può, con una parola, confonder coloro, restituire al diritto la sua forza, e sollevar quelli a cui è fatta una così crudel violenza. Lo può; e potendolo... la coscienza, l'onore... - Lei mi parlerà della mia coscienza, quando verrò a confessarmi da lei. In quanto al mio onore, ha da sapere che il custode ne son io, e io solo; e che chiunque ardisce entrare a parte con me di questa cura, lo riguardo come il temerario che l'offende. Fra Cristoforo, avvertito da queste parole che quel signore cercava di tirare al peggio le sue, per volgere il discorso in contesa, e non dargli luogo di venire alle strette, s'impegnò tanto più alla sofferenza, risolvette di mandar giù qualunque cosa piacesse all'altro di dire, e rispose subito, con un tono sommesso: - se ho detto cosa che le dispiaccia, è stato certamente contro la mia intenzione. Mi corregga pure, mi riprenda, se non so parlare come si conviene; ma si degni ascoltarmi. Per amor del cielo, per quel Dio, al cui cospetto dobbiam tutti comparire... - e, così dicendo, aveva preso tra le dita, e metteva davanti agli occhi del suo accigliato ascoltatore il teschietto di legno attaccato alla sua corona, - non s'ostini a negare una giustizia così facile, e così dovuta a de' poverelli. Pensi che Dio ha sempre gli occhi sopra di loro, e che le loro grida, i loro gemiti sono ascoltati lassù. L'innocenza è potente al suo... - Eh, padre! - interruppe bruscamente don Rodrigo: - il rispetto ch'io porto al suo abito è grande: ma se qualche cosa potesse farmelo dimenticare, sarebbe il vederlo indosso a uno che ardisse di venire a farmi la spia in casa. Questa parola fece venir le fiamme sul viso del frate: il quale però, col sembiante di chi inghiottisce una medicina molto amara, riprese: - lei non crede che un tal titolo mi si convenga. Lei sente in cuor suo, che il passo ch'io fo ora qui, non è né vile né spregevole. M'ascolti, signor don Rodrigo; e voglia il cielo che non venga un giorno in cui si penta di non avermi ascoltato. Non voglia metter la sua gloria... qual gloria, signor don Rodrigo! qual gloria dinanzi agli uomini! E dinanzi a Dio! Lei può molto quaggiù; ma... - Sa lei, - disse don Rodrigo, interrompendo, con istizza, ma non senza qualche raccapriccio, - sa lei che, quando mi viene lo schiribizzo di sentire una predica, so benissimo andare in chiesa, come fanno gli altri? Ma in casa mia! Oh! - e continuò, con un sorriso forzato di scherno: - lei mi tratta da più di quel che sono. Il predicatore in casa! Non l'hanno che i principi. - E quel Dio che chiede conto ai principi della parola che fa loro sentire, nelle loro regge; quel Dio le usa ora un tratto di misericordia, mandando un suo ministro, indegno e miserabile, ma un suo ministro, a pregar per una innocente... - In somma, padre, - disse don Rodrigo, facendo atto d'andarsene, - io non so quel che lei voglia dire: non capisco altro se non che ci dev'essere qualche fanciulla che le preme molto. Vada a far le sue confidenze a chi le piace; e non si prenda la libertà d'infastidir più a lungo un gentiluomo. Al moversi di don Rodrigo, il nostro frate gli s'era messo davanti, ma con gran rispetto; e, alzate le mani, come per supplicare e per trattenerlo ad un punto, rispose ancora: - la mi preme, è vero, ma non più di lei; son due anime che, l'una e l'altra, mi premon più del mio sangue. Don Rodrigo! io non posso far altro per lei, che pregar Dio; ma lo farò ben di cuore. Non mi dica di no: non voglia tener nell'angoscia e nel terrore una povera innocente. Una parola di lei può far tutto. - Ebbene, - disse don Rodrigo, - giacché lei crede ch'io possa far molto per questa persona; giacché questa persona le sta tanto a cuore... - Ebbene? - riprese ansiosamente il padre Cristoforo, al quale l'atto e il contegno di don Rodrigo non permettevano d'abbandonarsi alla speranza che parevano annunziare quelle parole. - Ebbene, la consigli di venire a mettersi sotto la mia protezione. Non le mancherà più nulla, e nessuno ardirà d'inquietarla, o ch'io non son cavaliere. A siffatta proposta, l'indegnazione del frate, rattenuta a stento fin allora, traboccò. Tutti que' bei proponimenti di prudenza e di pazienza andarono in fumo: l'uomo vecchio si trovò d'accordo col nuovo; e, in que' casi, fra Cristoforo valeva veramente per due. - La vostra protezione! - esclamò, dando indietro due passi, postandosi fieramente sul piede destro, mettendo la destra sull'anca, alzando la sinistra con l'indice teso verso don Rodrigo, e piantandogli in faccia due occhi infiammati: - la vostra protezione! È meglio che abbiate parlato così, che abbiate fatta a me una tale proposta. Avete colmata la misura; e non vi temo più. - Come parli, frate?... - Parlo come si parla a chi è abbandonato da Dio, e non può più far paura. La vostra protezione! Sapevo bene che quella innocente è sotto la protezione di Dio; ma voi, voi me lo fate sentire ora, con tanta certezza, che non ho più bisogno di riguardi a parlarvene. Lucia, dico: vedete come io pronunzio questo nome con la fronte alta, e con gli occhi immobili. - Come! in questa casa...! - Ho compassione di questa casa: la maledizione le sta sopra sospesa. State a vedere che la giustizia di Dio avrà riguardo a quattro pietre, e suggezione di quattro sgherri. Voi avete creduto che Dio abbia fatta una creatura a sua immagine, per darvi il piacere di tormentarla! Voi avete creduto che Dio non saprebbe difenderla! Voi avete disprezzato il suo avviso! Vi siete giudicato. Il cuore di Faraone era indurito quanto il vostro; e Dio ha saputo spezzarlo. Lucia è sicura da voi: ve lo dico io povero frate; e in quanto a voi, sentite bene quel ch'io vi prometto. Verrà un giorno... Don Rodrigo era fin allora rimasto tra la rabbia e la maraviglia, attonito, non trovando parole; ma, quando sentì intonare una predizione, s'aggiunse alla rabbia un lontano e misterioso spavento. Afferrò rapidamente per aria quella mano minacciosa, e, alzando la voce, per troncar quella dell'infausto profeta, gridò: - escimi di tra' piedi, villano temerario, poltrone incappucciato. Queste parole così chiare acquietarono in un momento il padre Cristoforo. All'idea di strapazzo e di villanià, era, nella sua mente, così bene, e da tanto tempo, associata l'idea di sofferenza e di silenzio, che, a quel complimento, gli cadde ogni spirito d'ira e d'entusiasmo, e non gli restò altra risoluzione che quella d'udir tranquillamente ciò che a don Rodrigo piacesse d'aggiungere. Onde, ritirata placidamente la mano dagli artigli del gentiluomo, abbassò il capo, e rimase immobile, come, al cader del vento, nel forte della burrasca, un albero agitato ricompone naturalmente i suoi rami, e riceve la grandine come il ciel la manda. - Villano rincivilito! - proseguì don Rodrigo: - tu tratti da par tuo. Ma ringrazia il saio che ti copre codeste spalle di mascalzone, e ti salva dalle carezze che si fanno a' tuoi pari, per insegnar loro a parlare. Esci con le tue gambe, per questa volta; e la vedremo. Così dicendo, additò, con impero sprezzante, un uscio in faccia a quello per cui erano entrati; il padre Cristoforo chinò il capo, e se n'andò, lasciando don Rodrigo a misurare, a passi infuriati, il campo di battaglia. Quando il frate ebbe serrato l'uscio dietro a sé, vide nell'altra stanza dove entrava, un uomo ritirarsi pian piano, strisciando il muro, come per non esser veduto dalla stanza del colloquio; e riconobbe il vecchio servitore ch'era venuto a riceverlo alla porta di strada. Era costui in quella casa, forse da quarant'anni, cioè prima che nascesse don Rodrigo; entratovi al servizio del padre, il quale era stato tutt'un'altra cosa. Morto lui, il nuovo padrone, dando lo sfratto a tutta la famiglia, e facendo brigata nuova, aveva però ritenuto quel servitore, e per esser già vecchio, e perché, sebben di massime e di costume diverso interamente dal suo, compensava però questo difetto con due qualità: un'alta opinione della dignità della casa, e una gran pratica del cerimoniale, di cui conosceva, meglio d'ogni altro, le più antiche tradizioni, e i più minuti particolari. In faccia al signore, il povero vecchio non si sarebbe mai arrischiato d'accennare, non che d'esprimere la sua disapprovazione di ciò che vedeva tutto il giorno: appena ne faceva qualche esclamazione, qualche rimprovero tra i denti a' suoi colleghi di servizio; i quali se ne ridevano, e prendevano anzi piacere qualche volta a toccargli quel tasto, per fargli dir di più che non avrebbe voluto, e per sentirlo ricantar le lodi dell'antico modo di vivere in quella casa. Le sue censure non arrivavano agli orecchi del padrone che accompagnate dal racconto delle risa che se n'eran fatte; dimodoché riuscivano anche per lui un soggetto di scherno, senza risentimento. Ne' giorni poi d'invito e di ricevimento, il vecchio diventava un personaggio serio e d'importanza. Il padre Cristoforo lo guardò, passando, lo salutò, e seguitava la sua strada; ma il vecchio se gli accostò misteriosamente, mise il dito alla bocca, e poi, col dito stesso, gli fece un cenno, per invitarlo a entrar con lui in un andito buio. Quando furon lì, gli disse sotto voce: - padre, ho sentito tutto, e ho bisogno di parlarle. - Dite presto, buon uomo. - Qui no: guai se il padrone s'avvede... Ma io so molte cose; e vedrò di venir domani al convento. - C'è qualche disegno? - Qualcosa per aria c'è di sicuro: già me ne son potuto accorgere. Ma ora starò sull'intesa, e spero di scoprir tutto. Lasci fare a me. Mi tocca a vedere e a sentir cose...! cose di fuoco! Sono in una casa...! Ma io vorrei salvar l'anima mia. - Il Signore vi benedica! - e, proferendo sottovoce queste parole, il frate mise la mano sul capo bianco del servitore, che, quantunque più vecchio di lui, gli stava curvo dinanzi, nell'attitudine d'un figliuolo. - Il Signore vi ricompenserà, - proseguì il frate: - non mancate di venir domani. - Verrò, - rispose il servitore: - ma lei vada via subito e... per amor del cielo... non mi nomini -. Così dicendo, e guardando intorno, uscì, per l'altra parte dell'andito, in un salotto, che rispondeva nel cortile; e, visto il campo libero, chiamò fuori il buon frate, il volto del quale rispose a quell'ultima parola più chiaro che non avrebbe potuto fare qualunque protesta. Il servitore gli additò l'uscita; e il frate, senza dir altro, partì. Quell'uomo era stato a sentire all'uscio del suo padrone: aveva fatto bene? E fra Cristoforo faceva bene a lodarlo di ciò? Secondo le regole più comuni e men contraddette, è cosa molto brutta; ma quel caso non poteva riguardarsi come un'eccezione? E ci sono dell'eccezioni alle regole più comuni e men contraddette? Questioni importanti; ma che il lettore risolverà da sé, se ne ha voglia. Noi non intendiamo di dar giudizi: ci basta d'aver dei fatti da raccontare. Uscito fuori, e voltate le spalle a quella casaccia, fra Cristoforo respirò più liberamente, e s'avviò in fretta per la scesa, tutto infocato in volto, commosso e sottosopra, come ognuno può immaginarsi, per quel che aveva sentito, e per quel che aveva detto. Ma quella così inaspettata esibizione del vecchio era stata un gran ristorativo per lui: gli pareva che il cielo gli avesse dato un segno visibile della sua protezione. "Ecco un filo, - pensava, - un filo che la provvidenza mi mette nelle mani. E in quella casa medesima! E senza ch'io sognassi neppure di cercarlo!" Così ruminando, alzò gli occhi verso l'occidente, vide il sole inclinato, che già già toccava la cima del monte, e pensò che rimaneva ben poco del giorno. Allora, benché sentisse le ossa gravi e fiaccate da' vari strapazzi di quella giornata, pure studiò di più il passo, per poter riportare un avviso, qual si fosse, a' suoi protetti, e arrivar poi al convento, prima di notte: che era una delle leggi più precise, e più severamente mantenute del codice cappuccinesco. Intanto, nella casetta di Lucia, erano stati messi in campo e ventilati disegni, de' quali ci conviene informare il lettore. Dopo la partenza del frate, i tre rimasti erano stati qualche tempo in silenzio; Lucia preparando tristamente il desinare; Renzo sul punto d'andarsene ogni momento, per levarsi dalla vista di lei così accorata, e non sapendo staccarsi; Agnese tutta intenta, in apparenza, all'aspo che faceva girare. Ma, in realtà, stava maturando un progetto; e, quando le parve maturo, ruppe il silenzio in questi termini: - Sentite, figliuoli! Se volete aver cuore e destrezza, quanto bisogna, se vi fidate di vostra madre, - a quel vostra Lucia si riscosse, - io m'impegno di cavarvi di quest'impiccio, meglio forse, e più presto del padre Cristoforo, quantunque sia quell'uomo che è -. Lucia rimase lì, e la guardò con un volto ch'esprimeva più maraviglia che fiducia in una promessa tanto magnifica; e Renzo disse subitamente: - cuore? destrezza? dite, dite pure quel che si può fare. - Non è vero, - proseguì Agnese, - che, se foste maritati, si sarebbe già un pezzo avanti? E che a tutto il resto si troverebbe più facilmente ripiego? - C'è dubbio? - disse Renzo: - maritati che fossimo... tutto il mondo è paese; e, a due passi di qui, sul bergamasco, chi lavora seta è ricevuto a braccia aperte. Sapete quante volte Bortolo mio cugino m'ha fatto sollecitare d'andar là a star con lui, che farei fortuna, com'ha fatto lui: e se non gli ho mai dato retta, gli è... che serve? perché il mio cuore era qui. Maritati, si va tutti insieme, si mette su casa là, si vive in santa pace, fuor dell'unghie di questo ribaldo, lontano dalla tentazione di fare uno sproposito. N'è vero, Lucia? - Sì, - disse Lucia: - ma come...? - Come ho detto io, - riprese la madre: - cuore e destrezza; e la cosa è facile. - Facile! - dissero insieme que' due, per cui la cosa era divenuta tanto stranamente e dolorosamente difficile. - Facile, a saperla fare, - replicò Agnese. - Ascoltatemi bene, che vedrò di farvela intendere. Io ho sentito dire da gente che sa, e anzi ne ho veduto io un caso, che, per fare un matrimonio, ci vuole bensì il curato, ma non è necessario che voglia; basta che ci sia. - Come sta questa faccenda? - domandò Renzo. - Ascoltate e sentirete. Bisogna aver due testimoni ben lesti e ben d'accordo. Si va dal curato: il punto sta di chiapparlo all'improvviso, che non abbia tempo di scappare. L'uomo dice: signor curato, questa è mia moglie; la donna dice: signor curato, questo è mio marito. Bisogna che il curato senta, che i testimoni sentano; e il matrimonio è bell'e fatto, sacrosanto come se l'avesse fatto il papa. Quando le parole son dette, il curato può strillare, strepitare, fare il diavolo; è inutile; siete marito e moglie. - Possibile? - esclamò Lucia. - Come! - disse Agnese: - state a vedere che, in trent'anni che ho passati in questo mondo, prima che nasceste voi altri, non avrò imparato nulla. La cosa è tale quale ve la dico: per segno tale che una mia amica, che voleva prender uno contro la volontà de' suoi parenti, facendo in quella maniera, ottenne il suo intento. Il curato, che ne aveva sospetto, stava all'erta; ma i due diavoli seppero far così bene, che lo colsero in un punto giusto, dissero le parole, e furon marito e moglie: benché la poveretta se ne pentì poi, in capo a tre giorni. Agnese diceva il vero, e riguardo alla possibilità, e riguardo al pericolo di non ci riuscire: ché, siccome non ricorrevano a un tale espediente, se non persone che avesser trovato ostacolo o rifiuto nella via ordinaria, così i parrochi mettevan gran cura a scansare quella cooperazione forzata; e, quando un d'essi venisse pure sorpreso da una di quelle coppie, accompagnata da testimoni, faceva di tutto per iscapolarsene, come Proteo dalle mani di coloro che volevano farlo vaticinare per forza. - Se fosse vero, Lucia! - disse Renzo, guardandola con un'aria d'aspettazione supplichevole. - Come! se fosse vero! - disse Agnese. - Anche voi credete ch'io dica fandonie. Io m'affanno per voi, e non sono creduta: bene bene; cavatevi d'impiccio come potete: io me ne lavo le mani. - Ah no! non ci abbandonate, - disse Renzo. - Parlo così, perché la cosa mi par troppo bella. Sono nelle vostre mani; vi considero come se foste proprio mia madre. Queste parole fecero svanire il piccolo sdegno d'Agnese, e dimenticare un proponimento che, per verità, non era stato serio. - Ma perché dunque, mamma, - disse Lucia, con quel suo contegno sommesso, - perché questa cosa non è venuta in mente al padre Cristoforo? - In mente? - rispose Agnese: - pensa se non gli sarà venuta in mente! Ma non ne avrà voluto parlare. - Perché? - domandarono a un tratto i due giovani. - Perché... perché, quando lo volete sapere, i religiosi dicono che veramente è cosa che non istà bene. - Come può essere che non istia bene, e che sia ben fatta, quand'è fatta? - disse Renzo. - Che volete ch'io vi dica? - rispose Agnese. - La legge l'hanno fatta loro, come gli è piaciuto; e noi poverelli non possiamo capir tutto. E poi quante cose... Ecco; è come lasciar andare un pugno a un cristiano. Non istà bene; ma, dato che gliel abbiate, né anche il papa non glielo può levare. - Se è cosa che non istà bene, - disse Lucia, - non bisogna farla. - Che! - disse Agnese, - ti vorrei forse dare un parere contro il timor di Dio? Se fosse contro la volontà de' tuoi parenti, per prendere un rompicollo... ma, contenta me, e per prender questo figliuolo; e chi fa nascer tutte le difficoltà è un birbone; e il signor curato... - L'è chiara, che l'intenderebbe ognuno, - disse Renzo. - Non bisogna parlarne al padre Cristoforo, prima di far la cosa, - proseguì Agnese: - ma, fatta che sia, e ben riuscita, che pensi tu che ti dirà il padre? "Ah figliuola! è una scappata grossa; me l'avete fatta". I religiosi devon parlar così. Ma credi pure che, in cuor suo, sarà contento anche lui. Lucia, senza trovar che rispondere a quel ragionamento, non ne sembrava però capacitata: ma Renzo, tutto rincorato, disse: - quand'è così, la cosa è fatta. - Piano, - disse Agnese. - E i testimoni? Trovar due che vogliano, e che intanto sappiano stare zitti! E poter cogliere il signor curato che, da due giorni, se ne sta rintanato in casa? E farlo star lì? ché, benché sia pesante di sua natura, vi so dir io che, al vedervi comparire in quella conformità, diventerà lesto come un gatto, e scapperà come il diavolo dall'acqua santa. - L'ho trovato io il verso, l'ho trovato, - disse Renzo, battendo il pugno sulla tavola, e facendo balzellare le stoviglie apparecchiate per il desinare. E seguitò esponendo il suo pensiero, che Agnese approvò in tutto e per tutto. - Son imbrogli, - disse Lucia: - non son cose lisce. Finora abbiamo operato sinceramente: tiriamo avanti con fede, e Dio ci aiuterà: il padre Cristoforo l'ha detto. Sentiamo il suo parere. - Lasciati guidare da chi ne sa più di te, - disse Agnese, con volto grave. - Che bisogno c'è di chieder pareri? Dio dice: aiutati, ch'io t'aiuto. Al padre racconteremo tutto, a cose fatte. - Lucia, - disse Renzo, - volete voi mancarmi ora? Non avevamo noi fatto tutte le cose da buon cristiani? Non dovremmo esser già marito e moglie? Il curato non ci aveva fissato lui il giorno e l'ora? E di chi è la colpa, se dobbiamo ora aiutarci con un po' d'ingegno? No, non mi mancherete. Vado e torno con la risposta -. E, salutando Lucia, con un atto di preghiera, e Agnese, con un'aria d'intelligenza, partì in fretta. Le tribolazioni aguzzano il cervello: e Renzo il quale, nel sentiero retto e piano di vita percorso da lui fin allora, non s'era mai trovato nell'occasione d'assottigliar molto il suo, ne aveva, in questo caso, immaginata una, da far onore a un giureconsulto. Andò addirittura, secondo che aveva disegnato, alla casetta d'un certo Tonio, ch'era lì poco distante; e lo trovò in cucina, che, con un ginocchio sullo scalino del focolare, e tenendo, con una mano, l'orlo d'un paiolo, messo sulle ceneri calde, dimenava, col matterello ricurvo, una piccola polenta bigia, di gran saraceno. La madre, un fratello, la moglie di Tonio, erano a tavola; e tre o quattro ragazzetti, ritti accanto al babbo, stavano aspettando, con gli occhi fissi al paiolo, che venisse il momento di scodellare. Ma non c'era quell'allegria che la vista del desinare suol pur dare a chi se l'è meritato con la fatica. La mole della polenta era in ragion dell'annata, e non del numero e della buona voglia de' commensali: e ognun d'essi, fissando, con uno sguardo bieco d'amor rabbioso, la vivanda comune, pareva pensare alla porzione d'appetito che le doveva sopravvivere. Mentre Renzo barattava i saluti con la famiglia, Tonio scodellò la polenta sulla tafferìa di faggio, che stava apparecchiata a riceverla: e parve una piccola luna, in un gran cerchio di vapori. Nondimeno le donne dissero cortesemente a Renzo : - volete restar servito? -, complimento che il contadino di Lombardia, e chi sa di quant'altri paesi! non lascia mai di fare a chi lo trovi a mangiare, quand'anche questo fosse un ricco epulone alzatosi allora da tavola, e lui fosse all'ultimo boccone. - Vi ringrazio, - rispose Renzo: - venivo solamente per dire una parolina a Tonio; e, se vuoi, Tonio, per non disturbar le tue donne, possiamo andar a desinare all'osteria, e lì parleremo -. La proposta fu per Tonio tanto più gradita, quanto meno aspettata; e le donne, e anche i bimbi (giacché, su questa materia, principian presto a ragionare) non videro mal volentieri che si sottraesse alla polenta un concorrente, e il più formidabile. L'invitato non istette a domandar altro, e andò con Renzo. Giunti all'osteria del villaggio; seduti, con tutta libertà, in una perfetta solitudine, giacché la miseria aveva divezzati tutti i frequentatori di quel luogo di delizie; fatto portare quel poco che si trovava; votato un boccale di vino; Renzo, con aria di mistero, disse a Tonio: - se tu vuoi farmi un piccolo servizio, io te ne voglio fare uno grande. - Parla, parla; comandami pure, - rispose Tonio, mescendo. - Oggi mi butterei nel fuoco per te. - Tu hai un debito di venticinque lire col signor curato, per fitto del suo campo, che lavoravi, l'anno passato. - Ah, Renzo, Renzo! tu mi guasti il benefizio. Con che cosa mi vieni fuori? M'hai fatto andar via il buon umore. - Se ti parlo del debito, - disse Renzo, - è perché, se tu vuoi, io intendo di darti il mezzo di pagarlo. - Dici davvero? - Davvero. Eh? saresti contento? - Contento? Per diana. se sarei contento! Se non foss'altro, per non veder più que' versacci, e que' cenni col capo, che mi fa il signor curato, ogni volta che c'incontriamo. E poi sempre: Tonio, ricordatevi: Tonio, quando ci vediamo, per quel negozio? A tal segno che quando, nel predicare, mi fissa quegli occhi addosso, io sto quasi in timore che abbia a dirmi, lì in pubblico: quelle venticinque lire! Che maledette siano le venticinque lire! E poi, m'avrebbe a restituir la collana d'oro di mia moglie, che la baratterei in tanta polenta. Ma... - Ma, ma, se tu mi vuoi fare un servizietto, le venticinque lire son preparate. - Di' su. - Ma...! - disse Renzo, mettendo il dito alla bocca. - Fa bisogno di queste cose? tu mi conosci. - Il signor curato va cavando fuori certe ragioni senza sugo, per tirare in lungo il mio matrimonio; e io in vece vorrei spicciarmi. Mi dicon di sicuro che, presentandosegli davanti i due sposi, con due testimoni, e dicendo io: questa è mia moglie, e Lucia: questo è mio marito, il matrimonio è bell'e fatto. M'hai tu inteso? - Tu vuoi ch'io venga per testimonio? - Per l'appunto. - E pagherai per me le venticinque lire? - Così l'intendo. - Birba chi manca. - Ma bisogna trovare un altro testimonio. - L'ho trovato. Quel sempliciotto di mio fratel Gervaso farà quello che gli dirò io. Tu gli pagherai da bere? - E da mangiare, - rispose Renzo. - Lo condurremo qui a stare allegro con noi. Ma saprà fare? - Gl'insegnerò io: tu sai bene ch'io ho avuta anche la sua parte di cervello. - Domani... Bene. - Verso sera... - Benone. - Ma...! - disse Renzo, mettendo di nuovo il dito alla bocca. - Poh...! - rispose Tonio, piegando il capo sulla spalla destra, e alzando la mano sinistra, con un viso che diceva: mi fai torto. - Ma, se tua moglie ti domanda, come ti domanderà, senza dubbio... - Di bugie, sono in debito io con mia moglie, e tanto tanto, che non so se arriverò mai a saldare il conto. Qualche pastocchia la troverò, da metterle il cuore in pace. - Domattina, - disse Renzo, - discorreremo con più comodo, per intenderci bene su tutto. Con questo, uscirono dall'osteria, Tonio avviandosi a casa, e studiando la fandonia che racconterebbe alle donne, e Renzo, a render conto de' concerti presi. In questo tempo Agnese, s'era affaticata invano a persuader la figliuola. Questa andava opponendo a ogni ragione, ora l'una, ora l'altra parte del suo dilemma: o la cosa è cattiva, e non bisogna farla; o non è, e perché non dirla al padre Cristoforo? Renzo arrivò tutto trionfante, fece il suo rapporto, e terminò con un ahn? interiezione che significa: sono o non sono un uomo io? si poteva trovar di meglio? vi sarebbe venuta in mente? e cento cose simili. Lucia tentennava mollemente il capo; ma i due infervorati le badavan poco, come si suol fare con un fanciullo, al quale non si spera di far intendere tutta la ragione d'una cosa, e che s'indurrà poi, con le preghiere e con l'autorità, a ciò che si vuol da lui. - Va bene, - disse Agnese: - va bene; ma... non avete pensato a tutto. - Cosa ci manca? - rispose Renzo. - E Perpetua? non avete pensato a Perpetua. Tonio e suo fratello, li lascerà entrare; ma voi! voi due! pensate! avrà ordine di tenervi lontani, più che un ragazzo da un pero che ha le frutte mature. - Come faremo? - disse Renzo, un po' imbrogliato. - Ecco: ci ho pensato io. Verrò io con voi; e ho un segreto per attirarla, e per incantarla di maniera che non s'accorga di voi altri, e possiate entrare. La chiamerò io, e le toccherò una corda... vedrete. - Benedetta voi! - esclamò Renzo: - l'ho sempre detto che siete nostro aiuto in tutto. - Ma tutto questo non serve a nulla, - disse Agnese, - se non si persuade costei, che si ostina a dire che è peccato. Renzo mise in campo anche lui la sua eloquenza; ma Lucia non sl lasciava smovere. - Io non so che rispondere a queste vostre ragioni, - diceva: - ma vedo che, per far questa cosa, come dite voi, bisogna andar avanti a furia di sotterfugi, di bugie, di finzioni. Ah Renzo! non abbiam cominciato così. Io voglio esser vostra moglie, - e non c'era verso che potesse proferir quella parola, e spiegar quell'intenzione, senza fare il viso rosso: - io voglio esser vostra moglie, ma per la strada diritta, col timor di Dio, all'altare. Lasciamo fare a Quello lassù. Non volete che sappia trovar Lui il bandolo d'aiutarci, meglio che non possiamo far noi, con tutte codeste furberie? E perché far misteri al padre Cristoforo? La disputa durava tuttavia, e non pareva vicina a finire, quando un calpestìo affrettato di sandali, e un rumore di tonaca sbattuta, somigliante a quello che fanno in una vela allentata i soffi ripetuti del vento, annunziarono il padre Cristoforo. Si chetaron tutti; e Agnese ebbe appena tempo di susurrare all'orecchio di Lucia: - bada bene, ve', di non dirgli nulla. Capitolo VII Il padre Cristoforo arrivava nell'attitudine d'un buon capitano che, perduta, senza sua colpa, una battaglia importante, afflitto ma non scoraggito, sopra pensiero ma non sbalordito, di corsa e non in fuga, si porta dove il bisogno lo chiede, a premunire i luoghi minacciati, a raccoglier le truppe, a dar nuovi ordini. - La pace sia con voi, - disse, nell'entrare. - Non c'è nulla da sperare dall'uomo: tanto più bisogna confidare in Dio: e già ho qualche pegno della sua protezione. Sebbene nessuno dei tre sperasse molto nel tentativo del padre Cristoforo, giacché il vedere un potente ritirarsi da una soverchieria, senza esserci costretto, e per mera condiscendenza a preghiere disarmate, era cosa piùttosto inaudita che rara; nulladimeno la trista certezza fu un colpo per tutti. Le donne abbassarono il capo; ma nell'animo di Renzo, l'ira prevalse all'abbattimento. Quell'annunzio lo trovava già amareggiato da tante sorprese dolorose, da tanti tentativi andati a vòto, da tante speranze deluse, e, per di più, esacerbato, in quel momento, dalle ripulse di Lucia. - Vorrei sapere, - gridò, digrignando i denti, e alzando la voce, quanto non aveva mai fatto prima d'allora, alla presenza del padre Cristoforo; - vorrei sapere che ragioni ha dette quel cane, per sostenere... per sostenere che la mia sposa non dev'essere la mia sposa. - Povero Renzo! - rispose il frate, con una voce grave e pietosa, e con uno sguardo che comandava amorevolmente la pacatezza : - se il potente che vuol commettere l'ingiustizia fosse sempre obbligato a dir le sue ragioni, le cose non anderebbero come vanno. - Ha detto dunque quel cane, che non vuole, perché non vuole? Non ha detto nemmen questo, povero Renzo! Sarebbe ancora un vantaggio se, per commetter l'iniquità, dovessero confessarla apertamente. - Ma qualcosa ha dovuto dire: cos'ha detto quel tizzone d'inferno? - Le sue parole, io l'ho sentite, e non te le saprei ripetere. Le parole dell'iniquo che è forte, penetrano e sfuggono. Può adirarsi che tu mostri sospetto di lui, e, nello stesso tempo, farti sentire che quello di che tu sospetti è certo: può insultare e chiamarsi offeso, schernire e chieder ragione, atterrire e lagnarsi, essere sfacciato e irreprensibile. Non chieder più in là. Colui non ha proferito il nome di questa innocente, né il tuo; non ha figurato nemmen di conoscervi, non ha detto di pretender nulla; ma... ma pur troppo ho dovuto intendere ch'è irremovibile. Nondimeno, confidenza in Dio! Voi, poverette, non vi perdete d'animo; e tu, Renzo... oh! credi pure, ch'io so mettermi ne' tuoi panni, ch'io sento quello che passa nel tuo cuore. Ma, pazienza! È una magra parola, una parola amara, per chi non crede; ma tu...! non vorrai tu concedere a Dio un giorno, due giorni, il tempo che vorrà prendere, per far trionfare la giustizia? Il tempo è suo; e ce n'ha promesso tanto! Lascia fare a Lui, Renzo; e sappi... sappiate tutti ch'io ho già in mano un filo, per aiutarvi. Per ora, non posso dirvi di più. Domani io non verrò quassù; devo stare al convento tutto il giorno, per voi. Tu, Renzo, procura di venirci: o se, per caso impensato, tu non potessi, mandate un uomo fidato, un garzoncello di giudizio, per mezzo del quale io possa farvi sapere quello che occorrerà. Si fa buio; bisogna ch'io corra al convento. Fede, coraggio; e addio. Detto questo, uscì in fretta, e se n'andò, correndo, e quasi saltelloni, giù per quella viottola storta e sassosa, per non arrivar tardi al convento, a rischio di buscarsi una buona sgridata, o quel che gli sarebbe pesato ancor più, una penitenza, che gl'impedisse, il giorno dopo, di trovarsi pronto e spedito a ciò che potesse richiedere il bisogno de' suoi protetti. - Avete sentito cos'ha detto d'un non so che... d'un filo che ha, per aiutarci? - disse Lucia. - Convien fidarsi a lui; è un uomo che, quando promette dieci... - Se non c'è altro...! - interruppe Agnese. - Avrebbe dovuto parlar più chiaro, o chiamar me da una parte, e dirmi cosa sia questo... - Chiacchiere! la finirò io: io la finirò! - interruppe Renzo, questa volta, andando in su e in giù per la stanza, e con una voce, con un viso, da non lasciar dubbio sul senso di quelle parole. - Oh Renzo! - esclamò Lucia. - Cosa volete dire? - esclamò Agnese. - Che bisogno c'è di dire? La finirò io. Abbia pur cento, mille diavoli nell'anima, finalmente è di carne e ossa anche lui... - No, no, per amor del cielo...! - cominciò Lucia; ma il pianto le troncò la voce. - Non son discorsi da farsi, neppur per burla, - disse Agnese. - Per burla? - gridò Renzo, fermandosi ritto in faccia ad Agnese seduta, e piantandole in faccia due occhi stralunati. - Per burla! vedrete se sarà burla. - Oh Renzo! - disse Lucia, a stento, tra i singhiozzi: - non v'ho mai visto così. - Non dite queste cose, per amor del cielo, - riprese ancora in fretta Agnese, abbassando la voce. - Non vi ricordate quante braccia ha al suo comando colui? E quand'anche... Dio liberi!... contro i poveri c'è sempre giustizia. - La farò io, la giustizia, io! È ormai tempo. La cosa non è facile: lo so anch'io. Si guarda bene, il cane assassino: sa come sta; ma non importa. Risoluzione e pazienza... e il momento arriva. Sì, la farò io, la giustizia: lo libererò io, il paese: quanta gente mi benedirà...! e poi in tre salti...! L'orrore che Lucia sentì di queste più chiare parole, le sospese il pianto, e le diede forza di parlare. Levando dalle palme il viso lagrimoso, disse a Renzo, con voce accorata, ma risoluta: - non v'importa più dunque d'avermi per moglie. Io m'era promessa a un giovine che aveva il timor di Dio; ma un uomo che avesse... Fosse al sicuro d'ogni giustizia e d'ogni vendetta, foss'anche il figlio del re... E bene! - gridò Renzo, con un viso più che mai stravolto: - io non v'avrò; ma non v'avrà né anche lui. Io qui senza di voi, e lui a casa del... - Ah no! per carità, non dite così, non fate quegli occhi: no, non posso vedervi così, - esclamò Lucia, piangendo, supplicando, con le mani giunte; mentre Agnese chiamava e richiamava il giovine per nome, e gli palpava le spalle, le braccia, le mani, per acquietarlo. Stette egli immobile e pensieroso, qualche tempo, a contemplar quella faccia supplichevole di Lucia; poi, tutt'a un tratto, la guardò torvo, diede addietro, tese il braccio e l'indice verso di essa, e gridò: - questa! sì questa egli vuole. Ha da morire! - E io che male v'ho fatto, perché mi facciate morire? - disse Lucia, buttandosegli inginocchioni davanti. - Voi! - rispose, con una voce ch'esprimeva un'ira ben diversa, ma un'ira tuttavia: - voi! Che bene mi volete voi? Che prova m'avete data? Non v'ho io pregata, e pregata, e pregata? E voi: no! no! - Sì sì, - rispose precipitosamente Lucia: - verrò dal curato, domani, ora, se volete; verrò. Tornate quello di prima; verrò. - Me lo promettete? - disse Renzo, con una voce e con un viso divenuto, tutt'a un tratto, più umano. - Ve lo prometto. - Me l'avete promesso. - Signore, vi ringrazio! - esclamò Agnese, doppiamente contenta. In mezzo a quella sua gran collera, aveva Renzo pensato di che profitto poteva esser per lui lo spavento di Lucia? E non aveva adoperato un po' d'artifizio a farlo crescere, per farlo fruttare? Il nostro autore protesta di non ne saper nulla; e io credo che nemmen Renzo non lo sapesse bene. Il fatto sta ch'era realmente infuriato contro don Rodrigo, e che bramava ardentemente il consenso di Lucia; e quando due forti passioni schiamazzano insieme nel cuor d'un uomo, nessuno, neppure il paziente, può sempre distinguer chiaramente una voce dall'altra, e dir con sicurezza qual sia quella che predomini. - Ve l'ho promesso, - rispose Lucia, con un tono di rimprovero timido e affettuoso: - ma anche voi avevate promesso di non fare scandoli, di rimettervene al padre... - Oh via! per amor di chi vado in furia? Volete tornare indietro, ora? e farmi fare uno sproposito? - No no, - disse Lucia, cominciando a rispaventarsi. - Ho promesso, e non mi ritiro. Ma vedete voi come mi avete fatto promettere. Dio non voglia... - Perché volete far de' cattivi augùri, Lucia? Dio sa che non facciam male a nessuno. - Promettetemi almeno che questa sarà l'ultima. - Ve lo prometto, da povero figliuolo. - Ma, questa volta, mantenete poi, - disse Agnese. Qui l'autore confessa di non sapere un'altra cosa: se Lucia fosse, in tutto e per tutto, malcontenta d'essere stata spinta ad acconsentire. Noi lasciamo, come lui, la cosa in dubbio. Renzo avrebbe voluto prolungare il discorso, e fissare, a parte a parte, quello che si doveva fare il giorno dopo; ma era già notte, e le donne gliel'augurarono buona; non parendo loro cosa conveniente che, a quell'ora, si trattenesse più a lungo. La notte però fu a tutt'e tre così buona come può essere quella che succede a un giorno pieno d'agitazione e di guai, e che ne precede uno destinato a un'impresa importante, e d'esito incerto. Renzo si lasciò veder di buon'ora, e concertò con le donne, o piuttosto con Agnese, la grand'operazione della sera, proponendo e sciogliendo a vicenda difficoltà, antivedendo contrattempi, e ricominciando, ora l'uno ora l'altra, a descriver la faccenda, come si racconterebbe una cosa fatta. Lucia ascoltava; e, senza approvar con parole ciò che non poteva approvare in cuor suo, prometteva di far meglio che saprebbe. - Anderete voi giù al convento, per parlare al padre Cristoforo, come v'ha detto ier sera? - domandò Agnese a Renzo. - Le zucche! - rispose questo: - sapete che diavoli d'occhi ha il padre: mi leggerebbe in viso, come sur un libro, che c'è qualcosa per aria; e se cominciasse a farmi dell'interrogazioni, non potrei uscirne a bene. E poi, io devo star qui, per accudire all'affare. Sarà meglio che mandiate voi qualcheduno. - Manderò Menico. - Va bene, - rispose Renzo; e partì, per accudire all'affare, come aveva detto. Agnese andò a una casa vicina, a cercar Menico, ch'era un ragazzetto di circa dodici anni, sveglio la sua parte, e che, per via di cugini e di cognati, veniva a essere un po' suo nipote. Lo chiese ai parenti, come in prestito, per tutto quel giorno, - per un certo servizio, - diceva. Avutolo, lo condusse nella sua cucina, gli diede da colazione, e gli disse che andasse a Pescarenico, e si facesse vedere al padre Cristoforo, il quale lo rimanderebbe poi, con una risposta, quando sarebbe tempo. - Il padre Cristoforo, quel bel vecchio, tu sai, con la barba bianca, quello che chiamano il santo... - Ho capito, - disse Menico: - quello che ci accarezza sempre, noi altri ragazzi, e ci dà, ogni tanto, qualche santino. - Appunto, Menico. E se ti dirà che tu aspetti qualche poco, lì vicino al convento, non ti sviare: bada di non andar, con de' compagni, al lago, a veder pescare, né a divertirti con le reti attaccate al muro ad asciugare, né a far quell'altro tuo giochetto solito... Bisogna saper che Menico era bravissimo per fare a rimbalzello; e si sa che tutti, grandi e piccoli, facciam volentieri le cose alle quali abbiamo abilità: non dico quelle sole. - Poh! zia; non son poi un ragazzo. - Bene, abbi giudizio; e, quando tornerai con la risposta... guarda; queste due belle parpagliole nuove son per te. - Datemele ora, ch'è lo stesso. - No, no, tu le giocheresti. Va, e portati bene; che n'avrai anche di più. Nel rimanente di quella lunga mattinata, si videro certe novità che misero non poco in sospetto l'animo già conturbato delle donne. Un mendico, né rifinito né cencioso come i suoi pari, e con un non so che d'oscuro e di sinistro nel sembiante, entrò a chieder la carità, dando in qua e in là cert'occhiate da spione. Gli fu dato un pezzo di pane, che ricevette e ripose, con un'indifferenza mal dissimulata. Si trattenne poi, con una certa sfacciataggine, e, nello stesso tempo, con esitazione, facendo molte domande, alle quali Agnese s'affrettò di risponder sempre il contrario di quello che era. Movendosi, come per andar via, finse di sbagliar l'uscio, entrò in quello che metteva alla scala, e lì diede un'altra occhiata in fretta, come poté. Gridatogli dietro: - ehi ehi! dove andate galantuomo? di qua! di qua! - tornò indietro, e uscì dalla parte che gli veniva indicata, scusandosi, con una sommissione, con un'umiltà affettata, che stentava a collocarsi nei lineamenti duri di quella faccia. Dopo costui, continuarono a farsi vedere, di tempo in tempo, altre strane figure. Che razza d'uomini fossero, non si sarebbe potuto dir facilmente; ma non si poteva creder neppure che fossero quegli onesti viandanti che volevan parere. Uno entrava col pretesto di farsi insegnar la strada; altri, passando davanti all'uscio, rallentavano il passo, e guardavan sott'occhio nella stanza, a traverso il cortile, come chi vuol vedere senza dar sospetto. Finalmente, verso il mezzogiorno, quella fastidiosa processione finì. Agnese s'alzava ogni tanto, attraversava il cortile, s'affacciava all'uscio di strada, guardava a destra e a sinistra, e tornava dicendo: - nessuno - : parola che proferiva con piacere, e che Lucia con piacere sentiva, senza che né l'una né l'altra ne sapessero ben chiaramente il perché. Ma ne rimase a tutt'e due una non so quale inquietudine, che levò loro, e alla figliuola principalmente, una gran parte del coraggio che avevan messo in serbo per la sera. Convien però che il lettore sappia qualcosa di più preciso, intorno a que' ronzatori misteriosi: e, per informarlo di tutto, dobbiam tornare un passo indietro, e ritrovar don Rodrigo, che abbiam lasciato ieri, solo in una sala del suo palazzotto, al partir del padre Cristoforo. Don Rodrigo, come abbiam detto, misurava innanzi e indietro, a passi lunghi, quella sala, dalle pareti della quale pendevano ritratti di famiglia, di varie generazioni. Quando si trovava col viso a una parete, e voltava, si vedeva in faccia un suo antenato guerriero, terrore de' nemici e de' suoi soldati, torvo nella guardatura, co' capelli corti e ritti, co' baffi tirati e a punta, che sporgevan dalle guance, col mento obliquo: ritto in piedi l'eroe, con le gambiere, co' cosciali, con la corazza, co' bracciali, co' guanti, tutto di ferro; con la destra sul fianco, e la sinistra sul pomo della spada. Don Rodrigo lo guardava; e quando gli era arrivato sotto, e voltava, ecco in faccia un altro antenato, magistrato, terrore de' litiganti e degli avvocati, a sedere sur una gran seggiola coperta di velluto rosso, ravvolto in un'ampia toga nera; tutto nero, fuorché un collare bianco, con due larghe facciole, e una fodera di zibellino arrovesciata (era il distintivo de' senatori, e non lo portavan che l'inverno, ragion per cui non si troverà mai un ritratto di senatore vestito d'estate); macilento, con le ciglia aggrottate: teneva in mano una supplica, e pareva che dicesse: vedremo. Di qua una matrona, terrore delle sue cameriere; di là un abate, terrore de' suoi monaci: tutta gente in somma che aveva fatto terrore, e lo spirava ancora dalle tele. Alla presenza di tali memorie, don Rodrigo tanto più s'arrovellava, si vergognava, non poteva darsi pace, che un frate avesse osato venirgli addosso, con la prosopopea di Nathan. Formava un disegno di vendetta, l'abbandonava, pensava come soddisfare insieme alla passione, e a ciò che chiamava onore; e talvolta (vedete un poco!) sentendosi fischiare ancora agli orecchi quell'esordio di profezia, si sentiva venir, come si dice, i bordoni, e stava quasi per deporre il pensiero delle due soddisfazioni. Finalmente, per far qualche cosa, chiamò un servitore, e gli ordinò che lo scusasse con la compagnia, dicendo ch'era trattenuto da un affare urgente. Quando quello tornò a riferire che que' signori eran partiti, lasciando i loro rispetti: - e il conte Attilio? - domandò, sempre camminando, don Rodrigo. - È uscito con que' signori, illustrissimo. - Bene: sei persone di seguito, per la passeggiata: subito. La spada, la cappa, il cappello: subito. Il servitore partì, rispondendo con un inchino; e, poco dopo, tornò, portando la ricca spada, che il padrone si cinse; la cappa, che si buttò sulle spalle; il cappello a gran penne, che mise e inchiodò, con una manata, fieramente sul capo: segno di marina torbida. Si mosse, e, alla porta, trovò i sei ribaldi tutti armati, i quali, fatto ala, e inchinatolo, gli andaron dietro. Più burbero, più superbioso, più accigliato del solito, uscì, e andò passeggiando verso Lecco. I contadini, gli artigiani, al vederlo venire, si ritiravan rasente al muro, e di lì facevano scappellate e inchini profondi, ai quali non rispondeva. Come inferiori, l'inchinavano anche quelli che da questi eran detti signori; ché, in que' contorni, non ce n'era uno che potesse, a mille miglia, competer con lui, di nome, di ricchezze, d'aderenze e della voglia di servirsi di tutto ciò, per istare al di sopra degli altri. E a questi corrispondeva con una degnazione contegnosa. Quel giorno non avvenne, ma quando avveniva che s'incontrasse col signor castellano spagnolo, l'inchino allora era ugualmente profondo dalle due parti; la cosa era come tra due potentati, i quali non abbiano nulla da spartire tra loro; ma, per convenienza, fanno onore al grado l'uno dell'altro. Per passare un poco la mattana, e per contrapporre all'immagine del frate che gli assediava la fantasia, immagini in tutto diverse, don Rodrigo entrò, quel giorno, in una casa, dove andava, per il solito, molta gente, e dove fu ricevuto con quella cordialità affaccendata e rispettosa, ch'è riserbata agli uomini che si fanno molto amare o molto temere; e, a notte già fatta, tornò al suo palazzotto. Il conte Attilio era anche lui tornato in quel momento; e fu messa in tavola la cena, durante la quale, don Rodrigo fu sempre sopra pensiero, e parlò poco. - Cugino, quando pagate questa scommessa? - disse, con un fare di malizia e di scherno, il conte Attilio, appena sparecchiato, e andati via i servitori. - San Martino non è ancor passato. - Tant'è che la paghiate subito; perché passeranno tutti i santi del lunario, prima che... - Questo è quel che si vedrà. - Cugino, voi volete fare il politico; ma io ho capito tutto, e son tanto certo d'aver vinta la scommessa, che son pronto a farne un'altra. - Sentiamo. - Che il padre... il padre... che so io? quel frate in somma v'ha convertito. - Eccone un'altra delle vostre. - Convertito, cugino; convertito, vi dico. Io per me, ne godo. Sapete che sarà un bello spettacolo vedervi tutto compunto, e con gli occhi bassi! E che gloria per quel padre! Come sarà tornato a casa gonfio e pettoruto! Non son pesci che si piglino tutti i giorni, né con tutte le reti. Siate certo che vi porterà per esempio; e, quando anderà a far qualche missione un po' lontano, parlerà de' fatti vostri. Mi par di sentirlo -. E qui, parlando col naso, accompagnando le parole con gesti caricati, continuò, in tono di predica: - in una parte di questo mondo, che, per degni rispetti, non nomino, viveva, uditori carissimi, e vive tuttavia, un cavaliere scapestrato, più amico delle femmine, che degli uomini dabbene, il quale, avvezzo a far d'ogni erba un fascio, aveva messo gli occhi... - Basta, basta, - interruppe don Rodrigo, mezzo sogghignando, e mezzo annoiato. - Se volete raddoppiar la scommessa, son pronto anch'io. - Diavolo! che aveste voi convertito il padre! - Non mi parlate di colui: e in quanto alla scommessa, san Martino deciderà -. La curiosità del conte era stuzzicata; non gli risparmiò interrogazioni, ma don Rodrigo le seppe eluder tutte, rimettendosi sempre al giorno della decisione, e non volendo comunicare alla parte avversa disegni che non erano né incamminati, né assolutamente fissati. La mattina seguente, don Rodrigo si destò don Rodrigo. L'apprensione che quel verrà un giorno gli aveva messa in corpo, era svanita del tutto, co' sogni della notte; e gli rimaneva la rabbia sola, esacerbata anche dalla vergogna di quella debolezza passeggiera. L'immagini più recenti della passeggiata trionfale, degl'inchini, dell'accoglienze, e il canzonare del cugino, avevano contribuito non poco a rendergli l'animo antico. Appena alzato, fece chiamare il Griso. "Cose grosse", disse tra sé il servitore a cui fu dato l'ordine; perché l'uomo che aveva quel soprannome, non era niente meno che il capo de' bravi, quello a cui s'imponevano le imprese più rischiose e più inique, il fidatissimo del padrone, l'uomo tutto suo, per gratitudine e per interesse. Dopo aver ammazzato uno, di giorno, in piazza, era andato ad implorar la protezione di don Rodrigo; e questo, vestendolo della sua livrea, l'aveva messo al coperto da ogni ricerca della giustizia. Cosi, impegnandosi a ogni delitto che gli venisse comandato, colui si era assicurata l'impunità del primo. Per don Rodrigo, l'acquisto non era stato di poca importanza; perché il Griso, oltre all'essere, senza paragone, il più valente della famiglia, era anche una prova di ciò che il suo padrone aveva potuto attentar felicemente contro le leggi; di modo che la sua potenza ne veniva ingrandita, nel fatto e nell'opinione. - Griso! - disse don Rodrigo: - in questa congiuntura, si vedrà quel che tu vali. Prima di domani, quella Lucia deve trovarsi in questo palazzo. - Non si dirà mai che il Griso si sia ritirato da un comando dell'illustrissimo signor padrone. - Piglia quanti uomini ti possono bisognare, ordina e disponi, come ti par meglio; purché la cosa riesca a buon fine. Ma bada sopra tutto, che non le sia fatto male. - Signore, un po' di spavento, perché la non faccia troppo strepito... non si potrà far di meno. - Spavento... capisco... è inevitabile. Ma non le si torca un capello; e sopra tutto, le si porti rispetto in ogni maniera. Hai inteso? - Signore, non si può levare un fiore dalla pianta, e portarlo a vossignoria, senza toccarlo. Ma non si farà che il puro necessario. - Sotto la tua sicurtà. E... come farai? - Ci stavo pensando, signore. Siam fortunati che la casa è in fondo al paese. Abbiam bisogno d'un luogo per andarci a postare. e appunto c'è, poco distante di là, quel casolare disabitato e solo, in mezzo ai campi, quella casa... vossignoria non saprà niente di queste cose... una casa che bruciò, pochi anni sono, e non hanno avuto danari da riattarla, e l'hanno abbandonata, e ora ci vanno le streghe: ma non è sabato, e me ne rido. Questi villani, che son pieni d'ubbie, non ci bazzicherebbero, in nessuna notte della settimana, per tutto l'oro del mondo: sicché possiamo andare a fermarci là, con sicurezza che nessuno verrà a guastare i fatti nostri. - Va bene; e poi? Qui, il Griso a proporre, don Rodrigo a discutere, finché d'accordo ebbero concertata la maniera di condurre a fine l'impresa, senza che rimanesse traccia degli autori, la maniera anche di rivolgere, con falsi indizi, i sospetti altrove, d'impor silenzio alla povera Agnese, d'incutere a Renzo tale spavento, da fargli passare il dolore, e il pensiero di ricorrere alla giustizia, e anche la volontà di lagnarsi; e tutte l'altre bricconerie necessarie alla riuscita della bricconeria principale. Noi tralasciamo di riferir que' concerti, perché, come il lettore vedrà, non son necessari all'intelligenza della storia; e siam contenti anche noi di non doverlo trattener più lungamente a sentir parlamentare que' due fastidiosi ribaldi. Basta che, mentre il Griso se n'andava, per metter mano all'esecuzione, don Rodrigo lo richiamò, e gli disse: - senti: se per caso, quel tanghero temerario vi desse nell'unghie questa sera, non sarà male che gli sia dato anticipatamente un buon ricordo sulle spalle. Così, l'ordine che gli verrà intimato domani di stare zitto, farà più sicuramente l'effetto. Ma non l'andate a cercare, per non guastare quello che più importa: tu m'hai inteso. - Lasci fare a me, - rispose il Griso, inchinandosi, con un atto d'ossequio e di millanteria; e se n'andò. La mattina fu spesa in giri, per riconoscere il paese. Quel falso pezzente che s'era inoltrato a quel modo nella povera casetta, non era altro che il Griso, il quale veniva per levarne a occhio la pianta: i falsi viandanti eran suoi ribaldi, ai quali, per operare sotto i suoi ordini, bastava una cognizione più superficiale del luogo. E, fatta la scoperta, non s'eran più lasciati vedere, per non dar troppo sospetto. Tornati che furon tutti al palazzotto, il Griso rese conto, e fissò definitivamente il disegno dell'impresa; assegnò le parti, diede istruzioni. Tutto ciò non si poté fare, senza che quel vecchio servitore, il quale stava a occhi aperti, e a orecchi tesi, s'accorgesse che qualche gran cosa si macchinava. A forza di stare attento e di domandare; accattando una mezza notizia di qua, una mezza di là, commentando tra sé una parola oscura, interpretando un andare misterioso, tanto fece, che venne in chiaro di ciò che si doveva eseguir quella notte. Ma quando ci fu riuscito, essa era già poco lontana, e già una piccola vanguardia di bravi era andata a imboscarsi in quel casolare diroccato. Il povero vecchio, quantunque sentisse bene a che rischioso giuoco giocava, e avesse anche paura di portare il soccorso di Pisa, pure non volle mancare: uscì, con la scusa di prendere un po' d'aria, e s'incamminò in fretta in fretta al convento, per dare al padre Cristoforo l'avviso promesso. Poco dopo, si mossero gli altri bravi, e discesero spicciolati, per non parere una compagnia: il Griso venne dopo; e non rimase indietro che una bussola, la quale doveva esser portata al casolare, a sera inoltrata; come fu fatto. Radunati che furono in quel luogo, il Griso spedì tre di coloro all'osteria del paesetto; uno che si mettesse sull'uscio, a osservar ciò che accadesse nella strada, e a veder quando tutti gli abitanti fossero ritirati: gli altri due che stessero dentro a giocare e a bere, come dilettanti; e attendessero intanto a spiare, se qualche cosa da spiare ci fosse. Egli, col grosso della truppa, rimase nell'agguato ad aspettare. Il povero vecchio trottava ancora; i tre esploratori arrivavano al loro posto; il sole cadeva; quando Renzo entrò dalle donne, e disse: - Tonio e Gervaso m'aspettan fuori: vo con loro all'osteria, a mangiare un boccone; e, quando sonerà l'ave maria, verremo a prendervi. Su, coraggio, Lucia! tutto dipende da un momento -. Lucia sospirò, e ripeté: - coraggio, - con una voce che smentiva la parola. Quando Renzo e i due compagni giunsero all'osteria, vi trovaron quel tale già piantato in sentinella, che ingombrava mezzo il vano della porta, appoggiata con la schiena a uno stipite, con le braccia incrociate sul petto; e guardava e riguardava, a destra e a sinistra, facendo lampeggiare ora il bianco, ora il nero di due occhi grifagni. Un berretto piatto di velluto chermisi, messo storto, gli copriva la metà del ciuffo, che, dividendosi sur una fronte fosca, girava, da una parte e dall'altra, sotto gli orecchi, e terminava in trecce, fermate con un pettine sulla nuca. Teneva sospeso in una mano un grosso randello; arme propriamente, non ne portava in vista; ma, solo a guardargli in viso, anche un fanciullo avrebbe pensato che doveva averne sotto quante ce ne poteva stare. Quando Renzo, ch'era innanzi agli altri, fu lì per entrare, colui, senza scomodarsi, lo guardò fisso fisso; ma il giovine, intento a schivare ogni questione, come suole ognuno che abbia un'impresa scabrosa alle mani, non fece vista d'accorgersene, non disse neppure: fatevi in là; e, rasentando l'altro stipite, passò per isbieco, col fianco innanzi, per l'apertura lasciata da quella cariatide. I due compagni dovettero far la stessa evoluzione, se vollero entrare. Entrati, videro gli altri, de' quali avevan già sentita la voce, cioè que' due bravacci, che seduti a un canto della tavola, giocavano alla mora, gridando tutt'e due insieme (lì, è il giuoco che lo richiede), e mescendosi or l'uno or l'altro da bere, con un gran fiasco ch'era tra loro. Questi pure guardaron fisso la nuova compagnia; e un de' due specialmente, tenendo una mano in aria, con tre ditacci tesi e allargati, e avendo la bocca ancora aperta, per un gran "sei" che n'era scoppiato fuori in quel momento, squadrò Renzo da capo a piedi; poi diede d'occhio al compagno, poi a quel dell'uscio, che rispose con un cenno del capo. Renzo insospettito e incerto guardava ai suoi due convitati, come se volesse cercare ne' loro aspetti un'interpretazione di tutti que' segni: ma i loro aspetti non indicavano altro che un buon appetito. L'oste guardava in viso a lui, come per aspettar gli ordini: egli lo fece venir con sé in una stanza vicina, e ordinò la cena. - Chi sono que' forestieri? - gli domandò poi a voce bassa, quando quello tornò, con una tovaglia grossolana sotto il braccio, e un fiasco in mano. - Non li conosco, - rispose l'oste, spiegando la tovaglia. - Come? né anche uno? - Sapete bene, - rispose ancora colui, stirando, con tutt'e due le mani, la tovaglia sulla tavola, - che la prima regola del nostro mestiere, è di non domandare i fatti degli altri: tanto che, fin le nostre donne non son curiose. Si starebbe freschi, con tanta gente che va e viene: è sempre un porto di mare: quando le annate son ragionevoli, voglio dire; ma stiamo allegri, che tornerà il buon tempo. A noi basta che gli avventori siano galantuomini: chi siano poi, o chi non siano, non fa niente. E ora vi porterò un piatto di polpette, che le simili non le avete mai mangiate. - Come potete sapere...? - ripigliava Renzo; ma l'oste, già avviato alla cucina, seguitò la sua strada. E lì, mentre prendeva il tegame delle polpette summentovate, gli s'accostò pian piano quel bravaccio che aveva squadrato il nostro giovine, e gli disse sottovoce: - Chi sono que' galantuomini? - Buona gente qui del paese, - rispose l'oste, scodellando le polpette nel piatto. - Va bene; ma come si chiamano? chi sono? - insistette colui, con voce alquanto sgarbata. - Uno si chiama Renzo, - rispose l'oste, pur sottovoce: - un buon giovine, assestato; filatore di seta, che sa bene il suo mestiere. L'altro è un contadino che ha nome Tonio: buon camerata, allegro: peccato che n'abbia pochi; che gli spenderebbe tutti qui. L'altro è un sempliciotto, che mangia però volentieri, quando gliene danno. Con permesso. E, con uno sgambetto, uscì tra il fornello e l'interrogante; e ando a portare il piatto a chi si doveva. - Come potete sapere, - riattaccò Renzo, quando lo vide ricomparire, - che siano galantuomini, se non li conoscete? - Le azioni, caro mio: l'uomo si conosce all'azioni. Quelli che bevono il vino senza criticarlo, che pagano il conto senza tirare, che non metton su lite con gli altri avventori, e se hanno una coltellata da consegnare a uno, lo vanno ad aspettar fuori, e lontano dall'osteria, tanto che il povero oste non ne vada di mezzo, quelli sono i galantuomini. Però, se si può conoscer la gente bene, come ci conosciamo tra noi quattro, è meglio. E che diavolo vi vien voglia di saper tante cose, quando siete sposo, e dovete aver tutt'altro in testa? e con davanti quelle polpette, che farebbero resuscitare un morto? - Così dicendo, se ne tornò in cucina. Il nostro autore, osservando al diverso modo che teneva costui nel soddisfare alle domande, dice ch'era un uomo così fatto, che, in tutti i suoi discorsi, faceva professione d'esser molto amico de' galantuomini in generale; ma, in atto pratico, usava molto maggior compiacenza con quelli che avessero riputazione o sembianza di birboni. Che carattere singolare! eh? La cena non fu molto allegra. I due convitati avrebbero voluto godersela con tutto loro comodo; ma l'invitante, preoccupato di ciò che il lettore sa, e infastidito, e anche un po' inquieto del contegno strano di quegli sconosciuti, non vedeva l'ora d'andarsene. Si parlava sottovoce, per causa loro; ed eran parole tronche e svogliate. - Che bella cosa, - scappò fuori di punto in bianco Gervaso, - che Renzo voglia prender moglie, e abbia bisogno...! - Renzo gli fece un viso brusco. - Vuoi stare zitto, bestia? - gli disse Tonio, accompagnando il titolo con una gomitata. La conversazione fu sempre più fredda, fino alla fine. Renzo, stando indietro nel mangiare, come nel bere, attese a mescere ai due testimoni, con discrezione, in maniera di dar loro un po' di brio, senza farli uscir di cervello. Sparecchiato, pagato il conto da colui che aveva fatto men guasto, dovettero tutti e tre passar novamente davanti a quelle facce, le quali tutte si voltarono a Renzo, come quand'era entrato. Questo, fatti ch'ebbe pochi passi fuori dell'osteria, si voltò indietro, e vide che i due che aveva lasciati seduti in cucina, lo seguitavano: si fermò allora, co' suoi compagni, come se dicesse: vediamo cosa voglion da me costoro. Ma i due, quando s'accorsero d'essere osservati, si fermarono anch'essi, si parlaron sottovoce, e tornarono indietro. Se Renzo fosse stato tanto vicino da sentir le loro parole, gli sarebbero parse molto strane. - Sarebbe però un bell'onore, senza contar la mancia, - diceva uno de' malandrini, - se, tornando al palazzo, potessimo raccontare d'avergli spianate le costole in fretta in fretta, e così da noi, senza che il signor Griso fosse qui a regolare. - E guastare il negozio principale! - rispondeva l'altro. - Ecco: s'è avvisto di qualche cosa; si ferma a guardarci. Ih! se fosse più tardi! Torniamo indietro, per non dar sospetto. Vedi che vien gente da tutte le parti: lasciamoli andar tutti a pollaio. C'era in fatti quel brulichìo, quel ronzìo che si sente in un villaggio, sulla sera, e che, dopo pochi momenti, dà luogo alla quiete solenne della notte. Le donne venivan dal campo, portandosi in collo i bambini, e tenendo per la mano i ragazzi più grandini, ai quali facevan dire le divozioni della sera; venivan gli uomini, con le vanghe, e con le zappe sulle spalle. All'aprirsi degli usci, si vedevan luccicare qua e là i fuochi accesi per le povere cene: si sentiva nella strada barattare i saluti, e qualche parola, sulla scarsità della raccolta, e sulla miseria dell'annata; e più delle parole, si sentivano i tocchi misurati e sonori della campana, che annunziava il finir del giorno. Quando Renzo vide che i due indiscreti s'eran ritirati, continuò la sua strada nelle tenebre crescenti, dando sottovoce ora un ricordo, ora un altro, ora all'uno, ora all'altro fratello. Arrivarono alla casetta di Lucia, ch'era già notte. Tra il primo pensiero d'una impresa terribile, e l'esecuzione di essa (ha detto un barbaro che non era privo d'ingegno), l'intervallo è un sogno, pieno di fantasmi e di paure. Lucia era, da molte ore, nell'angosce d'un tal sogno: e Agnese, Agnese medesima, l'autrice del consiglio, stava sopra pensiero, e trovava a stento parole per rincorare la figlia. Ma, al momento di destarsi, al momento cioè di dar principio all'opera, l'animo si trova tutto trasformato. Al terrore e al coraggio che vi contrastavano, succede un altro terrore e un altro coraggio: l'impresa s'affaccia alla mente, come una nuova apparizione: ciò che prima spaventava di più, sembra talvolta divenuto agevole tutt'a un tratto: talvolta comparisce grande l'ostacolo a cui s'era appena badato; l'immaginazione dà indietro sgomentata; le membra par che ricusino d'ubbidire; e il cuore manca alle promesse che aveva fatte con più sicurezza. Al picchiare sommesso di Renzo, Lucia fu assalita da tanto terrore, che risolvette, in quel momento, di soffrire ogni cosa, di star sempre divisa da lui, piùttosto ch'eseguire quella risoluzione; ma quando si fu fatto vedere, ed ebbe detto: - son qui, andiamo -; quando tutti si mostraron pronti ad avviarsi, senza esitazione, come a cosa stabilita, irrevocabile; Lucia non ebbe tempo né forza di far difficoltà, e, come strascinata, prese tremando un braccio della madre, un braccio del promesso sposo, e si mosse con la brigata avventuriera. Zitti zitti, nelle tenebre, a passo misurato, usciron dalla casetta, e preser la strada fuori del paese. La più corta sarebbe stata d'attraversarlo: che s'andava diritto alla casa di don Abbondio; ma scelsero quella, per non esser visti. Per viottole, tra gli orti e i campi, arrivaron vicino a quella casa, e lì si divisero. I due promessi rimaser nascosti dietro l'angolo di essa; Agnese con loro, ma un po' più innanzi, per accorrere in tempo a fermar Perpetua, e a impadronirsene; Tonio, con lo scempiato di Gervaso, che non sapeva far nulla da sé, e senza il quale non si poteva far nulla, s'affacciaron bravamente alla porta, e picchiarono. - Chi è, a quest'ora? - gridò una voce dalla finestra, che s'aprì in quel momento: era la voce di Perpetua. - Ammalati non ce n'è, ch'io sappia. È forse accaduta qualche disgrazia? - Son io, - rispose Tonio, - con mio fratello, che abbiam bisogno di parlare al signor curato. - È ora da cristiani questa? - disse bruscamente Perpetua. - Che discrezione? Tornate domani. - Sentite: tornerò o non tornerò: ho riscosso non so che danari, e venivo a saldar quel debituccio che sapete: aveva qui venticinque belle berlinghe nuove; ma se non si può, pazienza: questi, so come spenderli, e tornerò quando n'abbia messi insieme degli altri. - Aspettate, aspettate: vo e torno. Ma perché venire a quest'ora? - Gli ho ricevuti, anch'io, poco fa; e ho pensato, come vi dico, che, se li tengo a dormir con me, non so di che parere sarò domattina. Però, se l'ora non vi piace, non so che dire: per me, son qui; e se non mi volete, me ne vo. - No, no, aspettate un momento: torno con la risposta. Così dicendo, richiuse la finestra. A questo punto, Agnese si staccò dai promessi, e, detto sottovoce a Lucia: - coraggio; è un momento; è come farsi cavar un dente, - si riunì ai due fratelli, davanti all'uscio; e si mise a ciarlare con Tonio, in maniera che Perpetua, venendo ad aprire, dovesse credere che si fosse abbattuta lì a caso, e che Tonio l'avesse trattenuta un momento. Capitolo VIII "Carneade! Chi era costui?" ruminava tra sé don Abbondio seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un libricciolo aperto davanti, quando Perpetua entrò a portargli l'imbasciata. "Carneade! questo nome mi par bene d'averlo letto o sentito; doveva essere un uomo di studio, un letteratone del tempo antico: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui?" Tanto il pover'uomo era lontano da prevedere che burrasca gli si addensasse sul capo! Bisogna sapere che don Abbondio si dilettava di leggere un pochino ogni giorno; e un curato suo vicino, che aveva un po' di libreria, gli prestava un libro dopo l'altro, il primo che gli veniva alle mani. Quello su cui meditava in quel momento don Abbondio, convalescente della febbre dello spavento, anzi più guarito (quanto alla febbre) che non volesse lasciar credere, era un panegirico in onore di san Carlo, detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione nel duomo di Milano, due anni prima. Il santo v'era paragonato, per l'amore allo studio, ad Archimede; e fin qui don Abbondio non trovava inciampo; perché Archimede ne ha fatte di così curiose, ha fatto dir tanto di sé, che, per saperne qualche cosa, non c'è bisogno d'un'erudizione molto vasta. Ma, dopo Archimede, l'oratore chiamava a paragone anche Carneade: e lì il lettore era rimasto arrenato. In quel momento entrò Perpetua ad annunziar la visita di Tonio. - A quest'ora? - disse anche don Abbondio, com'era naturale. - Cosa vuole? Non hanno discrezione: ma se non lo piglia al volo... - Già: se non lo piglio ora, chi sa quando lo potrò pigliare! Fatelo venire... Ehi! ehi! siete poi ben sicura che sia proprio lui? - Diavolo! - rispose Perpetua, e scese; aprì l'uscio, e disse: - dove siete? - Tonio si fece vedere; e, nello stesso tempo, venne avanti anche Agnese, e salutò Perpetua per nome. - Buona sera, Agnese, - disse Perpetua: - di dove si viene, a quest'ora? - Vengo da... - e nominò un paesetto vicino. - E se sapeste... - continuò: - mi son fermata di più, appunto in grazia vostra. - Oh perché? - domandò Perpetua; e voltandosi a' due fratelli, - entrate, - disse, - che vengo anch'io. - Perché, - rispose Agnese, - una donna di quelle che non sanno le cose, e voglion parlare... credereste? s'ostinava a dire che voi non vi siete maritata con Beppe Suolavecchia, né con Anselmo Lunghigna, perché non v'hanno voluta. Io sostenevo che siete stata voi che gli avete rifiutati, l'uno e l'altro... - Sicuro. Oh la bugiarda! la bugiardona! Chi è costei? - Non me lo domandate, che non mi piace metter male. - Me lo direte, me l'avete a dire: oh la bugiarda! - Basta... ma non potete credere quanto mi sia dispiaciuto di non saper bene tutta la storia, per confonder colei. - Guardate se si può inventare, a questo modo! - esclamò di nuovo Perpetua; e riprese subito: - in quanto a Beppe, tutti sanno, e hanno potuto vedere... Ehi, Tonio! accostate l'uscio, e salite pure, che vengo -. Tonio, di dentro, rispose di sì; e Perpetua continuò la sua narrazione appassionata. In faccia all'uscio di don Abbondio, s'apriva, tra due casipole, una stradetta, che, finite quelle, voltava in un campo. Agnese vi s'avviò, come se volesse tirarsi alquanto in disparte, per parlar più liberamente; e Perpetua dietro. Quand'ebbero voltato, e furono in luogo, donde non si poteva più veder ciò che accadesse davanti alla casa di don Abbondio, Agnese tossì forte. Era il segnale: Renzo lo sentì, fece coraggio a Lucia, con una stretta di braccio; e tutt'e due, in punta di piedi, vennero avanti, rasentando il muro, zitti zitti; arrivarono all'uscio, lo spinsero adagino adagino; cheti e chinati, entraron nell'andito, dov'erano i due fratelli ad aspettarli. Renzo accostò di nuovo l'uscio pian piano; e tutt'e quattro su per le scale, non facendo rumore neppur per uno. Giunti sul pianerottolo, i due fratelli s'avvicinarono all'uscio della stanza, ch'era di fianco alla scala; gli sposi si strinsero al muro. - Deo gratias, - disse Tonio, a voce chiara. - Tonio, eh? Entrate, - rispose la voce di dentro. Il chiamato aprì l'uscio, appena quanto bastava per poter passar lui e il fratello, a un per volta. La striscia di luce, che uscì d'improvviso per quella apertura, e si disegnò sul pavimento oscuro del pianerottolo, fece riscoter Lucia, come se fosse scoperta. Entrati i fratelli, Tonio si tirò dietro l'uscio: gli sposi rimasero immobili nelle tenebre, con l'orecchie tese, tenendo il fiato: il rumore più forte era il martellar che faceva il povero cuore di Lucia. Don Abbondio stava, come abbiam detto, sur una vecchia seggiola, ravvolto in una vecchia zimarra, con in capo una vecchia papalina, che gli faceva cornice intorno alla faccia, al lume scarso d'una piccola lucerna. Due folte ciocche di capelli, che gli scappavano fuor della papalina, due folti sopraccigli, due folti baffi, un folto pizzo, tutti canuti, e sparsi su quella faccia bruna e rugosa, potevano assomigliarsi a cespugli coperti di neve, sporgenti da un dirupo, al chiaro di luna. - Ah! ah! - fu il suo saluto, mentre si levava gli occhiali, e li riponeva nel libricciolo. - Dirà il signor curato, che son venuto tardi, - disse Tonio, inchinandosi, come pure fece, ma più goffamente, Gervaso. - Sicuro ch'è tardi: tardi in tutte le maniere. Lo sapete, che sono ammalato? - Oh! mi dispiace. - L'avrete sentito dire; sono ammalato, e non so quando potrò lasciarmi vedere... Ma perché vi siete condotto dietro quel... quel figliuolo? - Così per compagnia, signor curato. - Basta, vediamo. - Son venticinque berlinghe nuove, di quelle col sant'Ambrogio a cavallo, - disse Tonio, levandosi un involtino di tasca. - Vediamo, - replicò don Abbondio: e, preso l'involtino, si rimesse gli occhiali, l'aprì, cavò le berlinghe, le contò, le voltò, le rivoltò, le trovò senza difetto. - Ora, signor curato, mi darà la collana della mia Tecla. - È giusto, - rispose don Abbondio; poi andò a un armadio, si levò una chiave di tasca, e, guardandosi intorno, come per tener lontani gli spettatori, aprì una parte di sportello, riempì l'apertura con la persona, mise dentro la testa, per guardare, e un braccio, per prender la collana; la prese, e, chiuso l'armadio, la consegnò a Tonio, dicendo: - va bene? - Ora, - disse Tonio, - si contenti di mettere un po' di nero sul bianco. - Anche questa! - disse don Abbondio: - le sanno tutte. Ih! com'è divenuto sospettoso il mondo! Non vi fidate di me? - Come, signor curato! s'io mi fido? Lei mi fa torto. Ma siccome il mio nome è sul suo libraccio, dalla parte del debito... dunque, giacché ha già avuto l'incomodo di scrivere una volta, così... dalla vita alla morte... - Bene bene, - interruppe don Abbondio, e brontolando, tirò a sé una cassetta del tavolino, levò fuori carta, penna e calamaio, e si mise a scrivere, ripetendo a viva voce le parole, di mano in mano che gli uscivan dalla penna. Frattanto Tonio e, a un suo cenno, Gervaso, si piantaron ritti davanti al tavolino, in maniera d'impedire allo scrivente la vista dell'uscio; e, come per ozio, andavano stropicciando, co' piedi, il pavimento, per dar segno a quei ch'erano fuori, d'entrare, e per confondere nello stesso tempo il rumore delle loro pedate. Don Abbondio, immerso nella sua scrittura, non badava ad altro. Allo stropiccìo de' quattro piedi, Renzo prese un braccio di Lucia, lo strinse, per darle coraggio, e si mosse, tirandosela dietro tutta tremante, che da sé non vi sarebbe potuta venire. Entraron pian piano, in punta di piedi, rattenendo il respiro; e si nascosero dietro i due fratelli. Intanto don Abbondio, finito di scrivere, rilesse attentamente, senza alzar gli occhi dalla carta; la piegò in quattro, dicendo: - ora, sarete contento? - e, levatosi con una mano gli occhiali dal naso, la porse con l'altra a Tonio, alzando il viso. Tonio, allungando la mano per prender la carta, si ritirò da una parte; Gervaso, a un suo cenno, dall'altra; e, nel mezzo, come al dividersi d'una scena, apparvero Renzo e Lucia. Don Abbondio, vide confusamente, poi vide chiaro, si spaventò, si stupì, s'infuriò, pensò, prese una risoluzione: tutto questo nel tempo che Renzo mise a proferire le parole: - signor curato, in presenza di questi testimoni, quest'è mia moglie -. Le sue labbra non erano ancora tornate al posto, che don Abbondio, lasciando cader la carta, aveva già afferrata e alzata, con la mancina, la lucerna, ghermito, con la diritta, il tappeto del tavolino, e tiratolo a sé, con furia, buttando in terra libro, carta, calamaio e polverino; e, balzando tra la seggiola e il tavolino, s'era avvicinato a Lucia. La poveretta, con quella sua voce soave, e allora tutta tremante, aveva appena potuto proferire: - e questo... - che don Abbondio le aveva buttato sgarbatamente il tappeto sulla testa e sul viso, per impedirle di pronunziare intera la formola. E subito, lasciata cader la lucerna che teneva nell'altra mano, s'aiutò anche con quella a imbacuccarla col tappeto, che quasi la soffogava; e intanto gridava quanto n'aveva in canna: - Perpetua! Perpetua! tradimento! aiuto! - Il lucignolo, che moriva sul pavimento, mandava una luce languida e saltellante sopra Lucia, la quale, affatto smarrita, non tentava neppure di svolgersi, e poteva parere una statua abbozzata in creta, sulla quale l'artefice ha gettato un umido panno. Cessata ogni luce, don Abbondio lasciò la poveretta, e andò cercando a tastoni l'uscio che metteva a una stanza più interna; lo trovò, entrò in quella, si chiuse dentro, gridando tuttavia: - Perpetua! tradimento! aiuto! fuori di questa casa! fuori di questa casa! - Nell'altra stanza, tutto era confusione: Renzo, cercando di fermare il curato, e remando con le mani, come se facesse a mosca cieca, era arrivato all'uscio, e picchiava, gridando: - apra, apra; non faccia schiamazzo -. Lucia chiamava Renzo, con voce fioca, e diceva, pregando: - andiamo, andiamo, per l'amor di Dio -. Tonio, carpone, andava spazzando con le mani il pavimento, per veder di raccapezzare la sua ricevuta. Gervaso, spiritato, gridava e saltellava, cercando l'uscio di scala, per uscire a salvamento. In mezzo a questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un momento a fare una riflessione. Renzo, che strepitava di notte in casa altrui, che vi s'era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l'apparenza d'un oppressore; eppure, alla fin de' fatti, era l'oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente a' fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure, in realtà, era lui che faceva un sopruso. Così va spesso il mondo... voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo. L'assediato, vedendo che il nemico non dava segno di ritirarsi, aprì una finestra che guardava sulla piazza della chiesa, e si diede a gridare: - aiuto! aiuto! - Era il più bel chiaro di luna; l'ombra della chiesa, e più in fuori l'ombra lunga ed acuta del campanile, si stendeva bruna e spiccata sul piano erboso e lucente della piazza: ogni oggetto si poteva distinguere, quasi come di giorno. Ma, fin dove arrivava lo sguardo, non appariva indizio di persona vivente. Contiguo però al muro laterale della chiesa, e appunto dal lato che rispondeva verso la casa parrocchiale, era un piccolo abituro, un bugigattolo, dove dormiva il sagrestano. Fu questo riscosso da quel disordinato grido, fece un salto, scese il letto in furia, aprì l'impannata d'una sua finestrina, mise fuori la testa, con gli occhi tra' peli, e disse: - cosa c'è? - Correte, Ambrogio! aiuto! gente in casa, - gridò verso lui don Abbondio. - Vengo subito, - rispose quello; tirò indietro la testa, richiuse la sua impannata, e, quantunque mezzo tra 'l sonno, e più che mezzo sbigottito, trovò su due piedi un espediente per dar più aiuto di quello che gli si chiedeva, senza mettersi lui nel tafferuglio, quale si fosse. Dà di piglio alle brache, che teneva sul letto; se le caccia sotto il braccio, come un cappello di gala, e giù balzelloni per una scaletta di legno; corre al campanile, afferra la corda della più grossa di due campanette che c'erano, e suona a martello. Ton, ton, ton, ton: i contadini balzano a sedere sul letto; i giovinetti sdraiati sul fenile, tendon l'orecchio, si rizzano. - Cos'è? Cos'è? Campana a martello! fuoco? ladri? banditi? - Molte donne consigliano, pregano i mariti, di non moversi, di lasciar correre gli altri: alcuni s'alzano, e vanno alla finestra: i poltroni, come se si arrendessero alle preghiere, ritornan sotto: i più curiosi e più bravi scendono a prender le forche e gli schioppi, per correre al rumore: altri stanno a vedere. Ma, prima che quelli fossero all'ordine, prima anzi che fosser ben desti, il rumore era giunto agli orecchi d'altre persone che vegliavano, non lontano, ritte e vestite: i bravi in un luogo, Agnese e Perpetua in un altro. Diremo prima brevemente ciò che facesser coloro, dal momento in cui gli abbiamo lasciati, parte nel casolare e parte all'osteria. Questi tre, quando videro tutti gli usci chiusi e la strada deserta, uscirono in fretta, come se si fossero avvisti d'aver fatto tardi, e dicendo di voler andar subito a casa; diedero una giravolta per il paese, per venire in chiaro se tutti eran ritirati- e in fatti, non incontrarono anima vivente, né sentirono il più piccolo strepito. Passarono anche, pian piano, davanti alla nostra povera casetta: la più quieta di tutte, giacché non c'era più nessuno. Andarono allora diviato al casolare, e fecero la loro relazione al signor Griso. Subito, questo si mise in testa un cappellaccio, sulle spalle un sanrocchino di tela incerata, sparso di conchiglie; prese un bordone da pellegrino, disse: - andiamo da bravi: zitti, e attenti agli ordini -, s'incamminò il primo, gli altri dietro; e, in un momento, arrivarono alla casetta, per una strada opposta a quella per cui se n'era allontanata la nostra brigatella, andando anch'essa alla sua spedizione. Il Griso trattenne la truppa, alcuni passi lontano, andò innanzi solo ad esplorare, e, visto tutto deserto e tranquillo di fuori fece venire avanti due di quei tristi, diede loro ordine di scalar adagino il muro che chiudeva il cortiletto, e, calati dentro, nascondersi in un angolo, dietro un folto fico, sul quale aveva messo l'occhio, la mattina. Ciò fatto, picchiò pian piano, con intenzione di dirsi un pellegrino smarrito, che chiedeva ricovero, fino a giorno. Nessun risponde: ripicchia un po' più forte; nemmeno uno zitto. Allora, va a chiamare un terzo malandrino, lo fa scendere nel cortiletto, come gli altri due, con l'ordine di sconficcare adagio il paletto, per aver libero l'ingresso e la ritirata. Tutto s'eseguisce con gran cautela, e con prospero successo. Va a chiamar gli altri, li fa entrar con sé, li manda a nascondersi accanto ai primi; accosta adagio adagio l'uscio di strada, vi posta due sentinelle di dentro; e va diritto all'uscio del terreno. Picchia anche lì, e aspetta: e' poteva ben aspettare. Sconficca pian pianissimo anche quell'uscio: nessuno di dentro dice: chi va là?; nessuno si fa sentire: meglio non può andare. Avanti dunque : - st -, chiama quei del fico, entra con loro nella stanza terrena, dove, la mattina, aveva scelleratamente accattato quel pezzo di pane. Cava fuori esca, pietra, acciarino e zolfanelli, accende un suo lanternino, entra nell'altra stanza più interna, per accertarsi che nessun ci sia: non c'è nessuno. Torna indietro, va all'uscio di scala, guarda, porge l'orecchio: solitudine e silenzio. Lascia due altre sentinelle a terreno, si fa venir dietro il Grignapoco, ch'era un bravo del contado di Bergamo, il quale solo doveva minacciare, acchetare, comandare, essere in somma il dicitore, affinché il suo linguaggio potesse far credere ad Agnese che la spedizione veniva da quella parte. Con costui al fianco, e gli altri dietro, il Griso sale adagio adagio, bestemmiando in cuor suo ogni scalino che scricchiolasse, ogni passo di que' mascalzoni che facesse rumore. Finalmente è in cima. Qui giace la lepre. Spinge mollemente l'uscio che mette alla prima stanza; l'uscio cede, si fa spiraglio: vi mette l'occhio; è buio: vi mette l'orecchio, per sentire se qualcheduno russa, fiata, brulica là dentro; niente. Dunque avanti: si mette la lanterna davanti al viso, per vedere, senza esser veduto, spalanca l'uscio, vede un letto; addosso: il letto è fatto e spianato, con la rimboccatura arrovesciata, e composta sul capezzale. Si stringe nelle spalle, si volta alla compagnia, accenna loro che va a vedere nell'altra stanza, e che gli vengan dietro pian piano; entra, fa le stesse cerimonie, trova la stessa cosa. - Che diavolo è questo? - dice allora: - che qualche cane traditore abbia fatto la spia? - Si metton tutti, con men cautela, a guardare, a tastare per ogni canto, buttan sottosopra la casa. Mentre costoro sono in tali faccende, i due che fan la guardia all'uscio di strada, sentono un calpestìo di passini frettolosi, che s'avvicinano in fretta; s'immaginano che, chiunque sia, passerà diritto; stan quieti, e, a buon conto, si mettono all'erta. In fatti, il calpestìo si ferma appunto all'uscio. Era Menico che veniva di corsa, mandato dal padre Cristoforo ad avvisar le due donne che, per l'amor del cielo, scappassero subito di casa, e si rifugiassero al convento, perché... il perché lo sapete. Prende la maniglia del paletto, per picchiare, e se lo sente tentennare in mano, schiodato e sconficcato. "Che è questo?" pensa; e spinge l'uscio con paura: quello s'apre. Menico mette il piede dentro, in gran sospetto, e si sente a un punto acchiappar per le braccia, e due voci sommesse, a destra e a sinistra, che dicono, in tono minaccioso: - zitto! o sei morto -. Lui in vece caccia un urlo: uno di que' malandrini gli mette una mano alla bocca; l'altro tira fuori un coltellaccio, per fargli paura. Il garzoncello trema come una foglia, e non tenta neppur di gridare; ma, tutt'a un tratto, in vece di lui, e con ben altro tono, si fa sentir quel primo tocco di campana così fatto, e dietro una tempesta di rintocchi in fila. Chi è in difetto è in sospetto, dice il proverbio milanese: all'uno e all'altro furfante parve di sentire in que' tocchi il suo nome, cognome e soprannome: lasciano andar le braccia di Menico, ritirano le loro in furia, spalancan la mano e la bocca, si guardano in viso, e corrono alla casa, dov'era il grosso della compagnia. Menico, via a gambe per la strada, alla volta del campanile, dove a buon conto qualcheduno ci doveva essere. Agli altri furfanti che frugavan la casa, dall'alto al basso, il terribile tocco fece la stessa impressione: si confondono, si scompigliano, s'urtano a vicenda: ognuno cerca la strada più corta, per arrivare all'uscio. Eppure era tutta gente provata e avvezza a mostrare il viso; ma non poterono star saldi contro un pericolo indeterminato, e che non s'era fatto vedere un po' da lontano, prima di venir loro addosso. Ci volle tutta la superiorità del Griso a tenerli insieme, tanto che fosse ritirata e non fuga. Come il cane che scorta una mandra di porci, corre or qua or là a quei che si sbandano; ne addenta uno per un orecchio, e lo tira in ischiera; ne spinge un altro col muso; abbaia a un altro che esce di fila in quel momento; così il pellegrino acciuffa un di coloro, che già toccava la soglia, e lo strappa indietro; caccia indietro col bordone uno e un altro che s'avviavan da quella parte: grida agli altri che corron qua e là, senza saper dove; tanto che li raccozzò tutti nel mezzo del cortiletto. - Presto, presto! pistole in mano, coltelli in pronto, tutti insieme; e poi anderemo: così si va. Chi volete che ci tocchi, se stiam ben insieme, sciocconi? Ma, se ci lasciamo acchiappare a uno a uno, anche i villani ce ne daranno. Vergogna! Dietro a me, e uniti -. Dopo questa breve aringa, si mise alla fronte, e uscì il primo. La casa, come abbiam detto, era in fondo al villaggio; il Griso prese la strada che metteva fuori, e tutti gli andaron dietro in buon ordine. Lasciamoli andare, e torniamo un passo indietro a prendere Agnese e Perpetua, che abbiam lasciate in una certa stradetta. Agnese aveva procurato d'allontanar l'altra dalla casa di don Abbondio, il più che fosse possibile; e, fino a un certo punto, la cosa era andata bene. Ma tutt'a un tratto, la serva s'era ricordata dell'uscio rimasto aperto, e aveva voluto tornare indietro. Non c'era che ridire: Agnese, per non farle nascere qualche sospetto, aveva dovuto voltar con lei, e andarle dietro, cercando di trattenerla, ogni volta che la vedesse riscaldata ben bene nel racconto di que' tali matrimoni andati a monte. Mostrava di darle molta udienza, e, ogni tanto, per far vedere che stava attenta, o per ravviare il cicalìo, diceva: - sicuro: adesso capisco: va benissimo: è chiara: e poi? e lui? e voi? - Ma intanto, faceva un altro discorso con sé stessa. "Saranno usciti a quest'ora? o saranno ancor dentro? Che sciocchi che siamo stati tutt'e tre, a non concertar qualche segnale, per avvisarmi, quando la cosa fosse riuscita! È stata proprio grossa! Ma è fatta: ora non c'è altro che tener costei a bada, più che posso: alla peggio, sarà un po' di tempo perduto". Così, a corserelle e a fermatine, eran tornate poco distante dalla casa di don Abbondio, la quale però non vedevano, per ragione di quella cantonata: e Perpetua, trovandosi a un punto importante del racconto, s'era lasciata fermare senza far resistenza, anzi senza avvedersene; quando, tutt'a un tratto, si sentì venir rimbombando dall'alto, nel vano immoto dell'aria, per l'ampio silenzio della notte, quel primo sgangherato grido di don Abbondio: - aiuto! aiuto! - Misericordia! cos'è stato? - gridò Perpetua, e volle correre. - Cosa c'è? cosa c'è? - disse Agnese, tenendola per la sottana. - Misericordia! non avete sentito? - replicò quella, svincolandosi. - Cosa c'è? cosa c'è? - ripeté Agnese, afferrandola per un braccio. - Diavolo d'una donna! - esclamò Perpetua, rispingendola, per mettersi in libertà; e prese la rincorsa. Quando, più lontano, più acuto, più istantaneo, si sente l'urlo di Menico. - Misericordia! - grida anche Agnese; e di galoppo dietro l'altra. Avevan quasi appena alzati i calcagni, quando scoccò la campana: un tocco, e due, e tre, e seguita: sarebbero stati sproni, se quelle ne avessero avuto bisogno. Perpetua arriva, un momento prima dell'altra; mentre vuole spinger l'uscio, l'uscio si spalanca di dentro, e sulla soglia compariscono Tonio, Gervaso, Renzo, Lucia, che, trovata la scala, eran venuti giù saltelloni; e, sentendo poi quel terribile scampanìo, correvano in furia, a mettersi in salvo. - Cosa c'è? cosa c'è? - domandò Perpetua ansante ai fratelli, che le risposero con un urtone, e scantonarono. - E voi! come! che fate qui voi? - domandò poscia all'altra coppia, quando l'ebbe raffigurata. Ma quelli pure usciron senza rispondere. Perpetua, per accorrere dove il bisogno era maggiore, non domandò altro, entrò in fretta nell'andito, e corse, come poteva al buio, verso la scala. I due sposi rimasti promessi si trovarono in faccia Agnese, che arrivava tutt'affannata. - Ah siete qui! - disse questa, cavando fuori la parola a stento: - com'è andata? cos'è la campana? mi par d'aver sentito... - A casa, a casa, - diceva Renzo, - prima che venga gente -. E s avviavano; ma arriva Menico di corsa, li riconosce, li ferma, e, ancor tutto tremante, con voce mezza fioca, dice: - dove andate? indietro, indietro! per di qua, al convento! - Sei tu che...? - cominciava Agnese. - Cosa c'è d'altro? - domandava Renzo. Lucia, tutta smarrita, taceva e tremava. - C'è il diavolo in casa, - riprese Menico ansante. - Gli ho visti io: m'hanno voluto ammazzare: l'ha detto il padre Cristoforo: e anche voi, Renzo, ha detto che veniate subito: e poi gli ho visti io: provvidenza che vi trovo qui tutti! vi dirò poi, quando saremo fuori. Renzo, ch'era il più in sé di tutti, pensò che, di qua o di là, conveniva andar subito, prima che la gente accorresse; e che la più sicura era di far ciò che Menico consigliava, anzi comandava, con la forza d'uno spaventato. Per istrada poi, e fuor del pericolo, si potrebbe domandare al ragazzo una spiegazione più chiara. - Cammina avanti, - gli disse. - Andiam con lui, - disse alle donne. Voltarono, s'incamminarono in fretta verso la chiesa, attraversaron la piazza, dove per grazia del eielo, non c'era ancora anima vivente; entrarono in una stradetta che era tra la chiesa e la casa di don Abbondio; al primo buco che videro in una siepe, dentro, e via per i campi. Non s'eran forse allontanati un cinquanta passi, quando la gente cominciò ad accorrere sulla piazza, e ingrossava ogni momento. Si guardavano in viso gli uni con gli altri: ognuno aveva una domanda da fare, nessuno una risposta da dare. I primi arrivati corsero alla porta della chiesa: era serrata. Corsero al campanile di fuori; e uno di quelli, messa la bocca a un finestrino, una specie di feritoia, cacciò dentro un: - che diavolo c'è? - Quando Ambrogio sentì una voce conosciuta, lasciò andar la corda; e assicurato dal ronzìo, ch'era accorso molto popolo, rispose: - vengo ad aprire -. Si mise in fretta l'arnese che aveva portato sotto il braccio, venne, dalla parte di dentro, alla porta della chiesa, e l'aprì. - Cos'è tutto questo fracasso? - Cos'è? - Dov'è? - Chi è? - Come, chi è? - disse Ambrogio, tenendo con una mano un battente della porta, e, con l'altra, il lembo di quel tale arnese, che s'era messo così in fretta: - come! non lo sapete? gente in casa del signor curato. Animo, figliuoli: aiuto -. Si voltan tutti a quella casa, vi s'avvicinano in folla, guardano in su, stanno in orecchi: tutto quieto. Altri corrono dalla parte dove c'era l'uscio: è chiuso, e non par che sia stato toccato. Guardano in su anche loro: non c'è una finestra aperta: non si sente uno zitto. - Chi è là dentro? - Ohe, ohe! - Signor curato! - Signor curato! Don Abbondio, il quale, appena accortosi della fuga degl'invasori, s'era ritirato dalla finestra, e l'aveva richiusa, e che in questo momento stava a bisticciar sottovoce con Perpetua, che l'aveva lasciato solo in quell'imbroglio, dovette, quando si sentì chiamare a voce di popolo, venir di nuovo alla finestra; e visto quel gran soccorso, si pentì d'averlo chiesto. - Cos'è stato? - Che le hanno fatto? - Chi sono costoro? - Dove sono? - gli veniva gridato da cinquanta voci a un tratto. - Non c'è più nessuno: vi ringrazio: tornate pure a casa. - Ma chi è stato? - Dove sono andati? - Che è accaduto? - Cattiva gente, gente che gira di notte; ma sono fuggiti: tornate a casa; non c'è più niente: un'altra volta, figliuoli: vi ringrazio del vostro buon cuore -. E, detto questo, si ritirò, e chiuse la finestra. Qui alcuni cominciarono a brontolare, altri a canzonare, altri a sagrare; altri si stringevan nelle spalle, e se n'andavano: quando arriva uno tutto trafelato, che stentava a formar le parole. Stava costui di casa quasi dirimpetto alle nostre donne, ed essendosi, al rumore, affacciato alla finestra, aveva veduto nel cortiletto quello scompiglio de' bravi, quando il Griso s'affannava a raccoglierli. Quand'ebbe ripreso fiato, gridò: - che fate qui, figliuoli? non è qui il diavolo; è giù in fondo alla strada, alla casa d'Agnese Mondella: gente armata; son dentro; par che vogliano ammazzare un pellegrino; chi sa che diavolo c'è! - Che? - Che? - Che? - E comincia una consulta tumultuosa. - Bisogna andare. - Bisogna vedere. - Quanti sono? - Quanti siamo? - Chi sono? - Il console! il console! - Son qui, - risponde il console, di mezzo alla folla: - son qui; ma bisogna aiutarmi, bisogna ubbidire. Presto: dov'è il sagrestano? Alla campana, alla campana. Presto: uno che corra a Lecco a cercar soccorso: venite qui tutti... Chi accorre, chi sguizza tra uomo e uomo, e se la batte; il tumulto era grande, quando arriva un altro, che gli aveva veduti partire in fretta, e grida: - correte, figliuoli: ladri, o banditi che scappano con un pellegrino: son già fuori del paese: addosso! addosso! - A quest'avviso, senza aspettar gli ordini del capitano, si movono in massa, e giù alla rinfusa per la strada; di mano in mano che l'esercito s'avanza, qualcheduno di quei della vanguardia rallenta il passo, si lascia sopravanzare, e si ficca nel corpo della battaglia: gli ultimi spingono innanzi: lo sciame confuso giunge finalmente al luogo indicato. Le tracce dell'invasione eran fresche e manifeste: l'uscio spalancato, la serratura sconficcata; ma gl'invasori erano spariti. S'entra nel cortile; si va all'uscio del terreno: aperto e sconficcato anche quello: si chiama: - Agnese! Lucia! Il pellegrino! Dov'è il pellegrino? L'avrà sognato Stefano, il pellegrino. - No, no: l'ha visto anche Carlandrea. Ohe, pellegrino! - Agnese! Lucia! - Nessuno risponde. - Le hanno portate via! Le hanno portate via! - Ci fu allora di quelli che, alzando la voce, proposero d'inseguire i rapitori: che era un'infamità; e sarebbe una vergogna per il paese, se ogni birbone potesse a man salva venire a portar via le donne, come il nibbio i pulcini da un'aia deserta. Nuova consulta e più tumultuosa: ma uno (e non si seppe mai bene chi fosse stato) gettò nella brigata una voce, che Agnese e Lucia s'eran messe in salvo in una casa. La voce corse rapidamente, ottenne credenza; non si parlò più di dar la caccia ai fuggitivi; e la brigata si sparpagliò, andando ognuno a casa sua. Era un bisbiglio, uno strepito, un picchiare e un aprir d'usci, un apparire e uno sparir di lucerne, un interrogare di donne dalle finestre, un rispondere dalla strada. Tornata questa deserta e silenziosa, i discorsi continuaron nelle case, e moriron negli sbadigli, per ricominciar poi la mattina. Fatti però, non ce ne fu altri; se non che, quella medesima mattina, il console, stando nel suo campo, col mento in una mano, e il gomito appoggiato sul manico della vanga mezza ficcata nel terreno, e con un piede sul vangile; stando, dico, a speculare tra sé sui misteri della notte passata, e sulla ragion composta di ciò che gli toccase a fare, e di ciò che gli convenisse fare, vide venirsi incontro due uomini d'assai gagliarda presenza, chiomati come due re de' Franchi della prima razza, e somigliantissimi nel resto a que' due che cinque giorni prima avevano affrontato don Abbondio, se pur non eran que' medesimi. Costoro, con un fare ancor men cerimonioso, intimarono al console che guardasse bene di non far deposizione al podestà dell'accaduto, di non rispondere il vero, caso che ne venisse interrogato, di non ciarlare, di non fomentar le ciarle de' villani, per quanto aveva cara la speranza di morir di malattia. I nostri fuggiaschi camminarono un pezzo di buon trotto, in silenzio, voltandosi, ora l'uno ora l'altro, a guardare se nessuno gl'inseguiva, tutti in affanno per la fatica della fuga, per il batticuore e per la sospensione in cui erano stati, per il dolore della cattiva riuscita, per l'apprensione confusa del nuovo oscuro pericolo. E ancor più in affanno li teneva l'incalzare continuo di que' rintocchi, i quali, quanto, per l'allontanarsi, venivan più fiochi e ottusi, tanto pareva che prendessero un non so che di più lugubre e sinistro. Finalmente cessarono. I fuggiaschi allora, trovandosi in un campo disabitato, e non sentendo un alito all'intorno, rallentarono il passo; e fu la prima Agnese che, ripreso fiato, ruppe il silenzio, domandando a Renzo com'era andata, domandando a Menico cosa fosse quel diavolo in casa. Renzo raccontò brevemente la sua trista storia; e tutt'e tre si voltarono al fanciullo, il quale riferì più espressamente l'avviso del padre, e raccontò quello ch'egli stesso aveva veduto e rischiato, e che pur troppo confermava l'avviso. Gli ascoltatori compresero più di quel che Menico avesse saputo dire: a quella scoperta, si sentiron rabbrividire; si fermaron tutt'e tre a un tratto, si guardarono in viso l'un con l'altro, spaventati; e subito, con un movimento unanime, tutt'e tre posero una mano, chi sul capo, chi sulle spalle del ragazzo, come per accarezzarlo, per ringraziarlo tacitamente che fosse stato per loro un angelo tutelare, per dimostrargli la compassione che sentivano dell'angoscia da lui sofferta, e del pericolo corso per la loro salvezza; e quasi per chiedergliene scusa. - Ora torna a casa, perché i tuoi non abbiano a star più in pena per te, - gli disse Agnese; e rammentandosi delle due parpagliole promesse, se ne levò quattro di tasca, e gliele diede, aggiungendo: - basta; prega il Signore che ci rivediamo presto: e allora... - Renzo gli diede una berlinga nuova, e gli raccomandò molto di non dir nulla della commissione avuta dal frate; Lucia l'accarezzò di nuovo, lo salutò con voce accorata; il ragazzo li salutò tutti, intenerito; e tornò indietro. Quelli ripresero la loro strada, tutti pensierosi; le donne innanzi, e Renzo dietro, come per guardia. Lucia stava stretta al braccio della madre, e scansava dolcemente, e con destrezza, l'aiuto che il giovine le offriva ne' passi malagevoli di quel viaggio fuor di strada; vergognosa in sé, anche in un tale turbamento, d'esser già stata tanto sola con lui, e tanto famigliarmente, quando s'aspettava di divenir sua moglie, tra pochi momenti. Ora, svanito così dolorosamente quel sogno, si pentiva d'essere andata troppo avanti, e, tra tante cagioni di tremare, tremava anche per quel pudore che non nasce dalla trista scienza del male, per quel pudore che ignora se stesso, somigliante alla paura del fanciullo, che trema nelle tenebre, senza saper di che. - E la casa? - disse a un tratto Agnese. Ma, per quanto la domanda fosse importante, nessuno rispose, perché nessuno poteva darle una risposta soddisfacente. Continuarono in silenzio la loro strada, e poco dopo, sboccarono finalmente sulla piazzetta davanti alla chiesa del convento. Renzo s'affacciò alla porta, e la sospinse bel bello. La porta di fatto s'aprì; e la luna, entrando per lo spiraglio, illuminò la faccia pallida, e la barba d'argento del padre Cristoforo, che stava quivi ritto in aspettativa. Visto che non ci mancava nessuno, - Dio sia benedetto! - disse, e fece lor cenno ch'entrassero. Accanto a lui, stava un altro cappuccino; ed era il laico sagrestano, ch'egli, con preghiere e con ragioni, aveva persuaso a vegliar con lui, a lasciar socchiusa la porta, e a starci in sentinella, per accogliere que' poveri minacciati: e non si richiedeva meno dell'autorità del padre, della sua fama di santo, per ottener dal laico una condiscendenza incomoda, pericolosa e irregolare. Entrati che furono, il padre Cristoforo riaccostò la porta adagio adagio. Allora il sagrestano non poté più reggere, e, chiamato il padre da una parte, gli andava susurrando all'orecchio: - ma padre, padre! di notte... in chiesa... con donne... chiudere... la regola... ma padre! - E tentennava la testa. Mentre diceva stentatamente quelle parole, "vedete un poco!" pensava il padre Cristoforo, "se fosse un masnadiero inseguito, fra Fazio non gli farebbe una difficoltà al mondo; e una povera innocente, che scappa dagli artigli del lupo..." - Omnia munda mundis, - disse poi, voltandosi tutt'a un tratto a fra Fazio, e dimenticando che questo non intendeva il latino. Ma una tale dimenticanza fu appunto quella che fece l'effetto. Se il padre si fosse messo a questionare con ragioni, a fra Fazio non sarebber mancate altre ragioni da opporre; e sa il cielo quando e come la cosa sarebbe finita. Ma, al sentir quelle parole gravide d'un senso misterioso, e proferite così risolutamente, gli parve che in quelle dovesse contenersi la soluzione di tutti i suoi dubbi. S'acquietò, e disse: - basta! lei ne sa più di me. - Fidatevi pure, - rispose il padre Cristoforo; e, all'incerto chiarore della lampada che ardeva davanti all'altare, s'accostò ai ricoverati, i quali stavano sospesi aspettando, e disse loro: - figliuoli! ringraziate il Signore, che v'ha scampati da un gran pericolo. Forse in questo momento...! - E qui si mise a spiegare ciò che aveva fatto accennare dal piccol messo: giacché non sospettava ch'essi ne sapesser più di lui, e supponeva che Menico gli avesse trovati tranquilli in casa, prima che arrivassero i malandrini. Nessuno lo disingannò, nemmeno Lucia, la quale però sentiva un rimorso segreto d'una tale dissimulazione, con un tal uomo; ma era la notte degl'imbrogli e de' sotterfugi. - Dopo di ciò, - continuò egli, - vedete bene, figliuoli, che ora questo paese non è sicuro per voi. ' il vostro; ci siete nati; non avete fatto male a nessuno; ma Dio vuol così. È una prova, figliuoli: sopportatela con pazienza, con fiducia, senza odio, e siate sicuri che verrà un tempo in cui vi troverete contenti di ciò che ora accade. Io ho pensato a trovarvi un rifugio, per questi primi momenti. Presto, io spero, potrete ritornar sicuri a casa vostra; a ogni modo, Dio vi provvederà, per il vostro meglio; e io certo mi studierò di non mancare alla grazia che mi fa, scegliendomi per suo ministro, nel servizio di voi suoi poveri cari tribolati. Voi, - continuò volgendosi alle due donne, - potrete fermarvi a ***. Là sarete abbastanza fuori d'ogni pericolo, e, nello stesso tempo, non troppo lontane da casa vostra. Cercate del nostro convento, fate chiamare il padre guardiano, dategli questa lettera: sarà per voi un altro fra Cristoforo. E anche tu, il mio Renzo, anche tu devi metterti, per ora, in salvo dalla rabbia degli altri, e dalla tua. Porta questa lettera al padre Bonaventura da Lodi, nel nostro convento di Porta Orientale in Milano. Egli ti farà da padre, ti guiderà, ti troverà del lavoro, per fin che tu non possa tornare a viver qui tranquillamente. Andate alla riva del lago, vicino allo sbocco del Bione -. È un torrente a pochi passi da Pescarenico. - Lì vedrete un battello fermo; direte: barca; vi sarà domandato per chi; risponderete: san Francesco. La barca vi riceverà, vi trasporterà all'altra riva, dove troverete un baroccio che vi condurrà addirittura fino a ***. Chi domandasse come fra Cristoforo avesse così subito a sua disposizione que' mezzi di trasporto, per acqua e per terra, farebbe vedere di non conoscere qual fosse il potere d'un cappuccino tenuto in concetto di santo. Restava da pensare alla custodia delle case. Il padre ne ricevette le chiavi, incaricandosi di consegnarle a quelli che Renzo e Agnese gl'indicarono. Quest'ultima, levandosi di tasca la sua, mise un gran sospiro, pensando che, in quel momento, la casa era aperta, che c'era stato il diavolo, e chi sa cosa ci rimaneva da custodire! - Prima che partiate, - disse il padre, - preghiamo tutti insieme il Signore, perché sia con voi, in codesto viaggio, e sempre; e sopra tutto vi dia forza, vi dia amore di volere ciò ch'Egli ha voluto -. Così dicendo s'inginocchiò nel mezzo della chiesa; e tutti fecer lo stesso. Dopo ch'ebbero pregato, alcuni momenti, in silenzio, il padre, con voce sommessa, ma distinta, articolò queste parole: - noi vi preghiamo ancora per quel poveretto che ci ha condotti a questo passo. Noi saremmo indegni della vostra misericordia, se non ve la chiedessimo di cuore per lui; ne ha tanto bisogno! Noi, nella nostra tribolazione, abbiamo questo conforto, che siamo nella strada dove ci avete messi Voi: possiamo offrirvi i nostri guai; e diventano un guadagno. Ma lui!... è vostro nemico. Oh disgraziato! compete con Voi! Abbiate pietà di lui, o Signore, toccategli il cuore, rendetelo vostro amico, concedetegli tutti i beni che noi possiamo desiderare a noi stessi. Alzatosi poi, come in fretta, disse: - via, figliuoli, non c'è tempo da perdere: Dio vi guardi, il suo angelo v'accompagni: andate -. E mentre s'avviavano, con quella commozione che non trova parole, e che si manifesta senza di esse, il padre soggiunse, con voce alterata: - il cuor mi dice che ci rivedremo presto. Certo, il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto. Senza aspettar risposta, fra Cristoforo, andò verso la sagrestia; i viaggiatori usciron di chiesa; e fra Fazio chiuse la porta, dando loro un addio, con la voce alterata anche
Inviato da LUIGI PALMASdomenica 27 settembre 2009 - 5.28
LA DERIVA: IL GIORNO DOPO… PER RINASCERE? di LUIGI PALMAS Il 13 e 14 aprile 2008 la sinistra è stata cancellata ed estromessa dal Parlamento Italiano, il 6 e 7 giugno 2009 dal Parlamento Europeo per scelta e strategia sinergica del P.d.L e del P.D.. Tanto è avvenuto, per la prima volta nella storia italiana, non per volontà degli elettori ma per gli sbarramenti antidemocratici inseriti perché vincesse il bipolarismo coatto. Questa formula, sbarramento e premio di maggioranza, è stata ideata da Prodi e amici dal 1994 e confermata nella forma che conosciamo dal P.D. nel 2008. Quando Berlusconi ha costruito il PdL e i catto-comunisti ex-D.C. ed-ex P.C.I. hanno dato vita al PD, molti dirigenti hanno abbandonato i rispettivi Partiti di appartenenza e si sono fatti inglobare nei due contenitori-fascio per avere posti in lista e incarichi di potere in cambio di obbedienza al “Capo”. La legge elettorale della maggioranza di destra, auto definita “porcata”, con sbarramenti antidemocratici, premio di maggioranza e liste bloccate con nomina dei parlamentari sudditi, combinazione micidiale non esistente in nessuna parte del pianeta, non era stata modificata durante il Governo Prodi, per i detti motivi. Il P.D di Veltroni, a “vocazione maggioritaria”, presidenzialista e non parlamentarista, come esattamente il P.d.L, hanno nella sostanza condiviso ed avallato l’eliminazione dei Partiti di cultura popolare, liberale, socialista , comunista ed ambientalista: attuando così, a modo loro, la teoria dell’ ”egemonia “ di cui tratta Gramsci”. Le culture politiche libere esistono in tutta Europa e nella storia di tutta l’Europa democratica occidentale hanno governato, bene, e oggi sono maggioranza in 15 Stati su 27. In Italia circa il 10% dei votanti non ottiene seggi e alcuni milioni di cittadini non vengono rappresentati in Parlamento. La coalizione vincitrice governa non con la maggioranza dei voti ma per i seggi-premio. Circa il 30% degli elettori ha rifiutato il sistema astenendosi o annullando il voto. Il P.d.L. e il P.D. vogliono imporre in modo coatto agli Italiani un sistema bipartitico presidenzialista, senza una legge sulle regole e il funzionamento dei Partiti, come in Germania e in molti Paesi Europei, dando attuazione alle norme dell’art.49 della Costituzione. Le proposte depositate in Parlamento sono tenute ben nascoste nei cassetti e nessuno oggi le tira fuori, per ben ovvi motivi: la conservazione e l’autoreferenzialità della casta e dei sui privilegi, senza regole democratiche di selezione né di controllo. Gli stessi proponenti sono stati emarginati dai rispettivi Partiti. Vedi, oltre a ciò, il testo illuminante di Salvi-Villone: I costi della democrazia, che descrive in un modo esauriente lo sfascio delle nostre istituzioni. Questo sistema bipolare e bipartitico, senza regole democratiche, senza bilanciamento dei poteri, senza controlli e contropoteri, come avviene in tutti gli Stati dell’Occidente, è ormai imposto e serve non a governare meglio ma per spartirsi i privilegi da parte di un gruppo scelto dal “Capo”: una nuova forma di fascismo, molto più sofisticata di prima, che svuota dall’ interno la Costituzione e che utilizza, per affermarsi, il monopolio, o, meglio, il duopolio, dei mezzi di informazione di massa, giornali, e, soprattutto, televisioni, pubbliche e private, di proprietà, finanziate dallo Stato: chi non si adegua e non obbedisce, fuori! Dopodiché il passaggio successivo, come in parte era già avvenuto sia in F.I. che nei D.S. è stato inglobare nel partito “fascio”, contenitore di tutto e del contrario di tutto, i singoli dirigenti dei Partiti che li hanno distrutti e si sono venduti per prebende, posti in lista e quant’altro. Purtroppo tutto ciò non è stato denunciato all’opinione pubblica con forza e in tempo e molti cittadini sono stati ingannati dalle sirene della governabilità e dell’efficienza delle istituzioni.. La realtà è, invece, oggi sotto gli occhi di tutti : un disastro. I risultati delle Elezioni Regionali in Sardegna del 15 e 16 febbraio del 2009 li conosciamo. La sconfitta della linea politica autoritaria di Soru e del PD chiuso e a vocazione veltroniana maggioritaria è stata netta. Alle Elezioni Europee ha partecipato al voto il 66,5% degli italiani, il 40,9% dei sardi e vince alla grande il centro-destra. Il 16% dei voti, circa 10 milioni di cittadini ( un intero Paese Europeo di media grandezza ), non ha rappresentanza politica. In una elezione, con voto proporzionale, nella quale non veniva posto alcun problema di governabilità, con metodo antidemocratico, a pochi giorni dall’apertura della campagna elettorale, mentre in Europa i Partiti proponevano le liste e i programmi, il P.d.L. e il P.D. decidevano lo sbarramento del 4% per eliminare le culture politiche di cui si parlava prima e i rispettivi Partiti. L’eliminazione dalla comunicazione politica nelle televisioni pubbliche da loro controllate e private, di loro proprietà, hanno chiuso il cerchio. Oltre che avanzare nel loro disegno autoritario bipartitico si aggiunge cosi anche la spartizione del rimborso elettorale dovuto a quel 16% di voti, circa 50 milioni di euro. Il P.d.L. perde il 2,2% rispetto alle elezioni di un anno fa e ottiene il 45,5% dei voti. Il P.D. perde più del 7% e dimostra quanto la sua “opposizione responsabile” abbia spinto ancora di più alla degenerazione dello spoils system veltrusconiano che devasta le istituzioni e le risorse del Paese. In Europa, rispetto al 2004, aumentano i voti dei Partiti di destra, di destra xenofoba e antieuropeista, perdono i socialisti, crescono i verdi. Intanto il “SI” al referendum sul bipartitismo del duo Segni-Guzzetta del 21 e 22 giugno 2009, sostenuto dal P.D., è stato cancellato con una valanga di oltre il 75% di astensioni dal voto. Il bipartitismo è stato veramente sconfitto. Anche le elezioni regionali in Abruzzo avevano dato un forte segnale in questa direzione. Il P.d.L. e il P.D. insieme non arrivano al 60%. Circa il 40% degli italiani non condivide e di fronte al rischio non firma cambiali in bianco. Chi, per scelta antidemocratica o per calcolo di bottega, non vorrà tenerne conto si assumerà responsabilità gravissime. Le ultime elezioni e il risultato del referendum hanno dato segnali incoraggianti a tutti quelli che ritengono, invece, che si debba, con tutte le forze e con tutti i mezzi disponibili, difendere la democrazia italiana contro tutti coloro che la vogliono imbavagliare in un bipolarismo e in un bipartitismo coatti e autoritari, illiberali. Nel Paese esiste un fronte formato non solo da forze di sinistra ormai del 20%, nella maggior parte non rappresentato, che è contro il duopolio P.d.L.-P.D. fatto di ammiccamenti, di scambi, di cortesie, di accordi, di reciproche protezioni, a volte inconfessabili. Questo fronte non è un’ opposizione compatta, sia per gli scopi che nei temi politici, che nel modo di concepire il funzionamento del sistema politico. Il fatto che non sia rappresentato è un grande problema per il futuro della democrazia in Italia. L’opposizione, con posizioni non omogenee è comunque presente nel Paese se pur parzialmente rappresentata sia in quantità che in qualità. Nel campo delle forze di sinistra, Sinistra e Libertà alle Europee ottiene il 3,1%, oltre un milione voti, voti puri, di opinione, risultato che negli anni dal 1948 al 1994 sarebbe stato considerato un successo. Le situazioni infami e le scelte vergognose in cui si sono svolte le consultazioni elettorali, con l’esclusione dai mezzi di informazione delle forze parlamentariste, antipresidenzialiste e antibipartitiche, lo sbarramento antidemocratico del 4%, calato come un macigno all’inizio della campagna elettorale, sono fatti indegni di una democrazia. Se la proposta del Partito Socialista fosse stata accolta dai Radicali questa coalizione sarebbe andata ben oltre il 4%. Ma i Radicali sono per il bipartitismo, americano, che è tutta un’altra faccenda e ha un’altra storia formata da regole, poteri, contropoteri, incompatibilità e controlli veri. I nostri, però, per convenienza e per rimborsi, si sono offerti ormai alla logica del contenitore “fascio”, prima del P.d.L., poi del P.D., come dimostrano le elezioni politiche. Speriamo che cambino linea, come è stato riproposto loro dal Segretario del Partito Socialista Nencini nel recente Convegno di Chianciano. Dopo la sconfitta del referendum sul bipartitismo è possibile la costruzione di una nuova sinistra, aperta, pluralista, federativa. Sinistra e Libertà deve accrescere il suo progetto riformista nei rapporti politici prima e poi elettorali: deve promuovere l’aggregazione di tutti quelli che vogliono sconfiggere la cultura berlusconiana per affermare le libertà e i diritti di tutti a riportare l’Italia sulla via della democrazia europea. Bisogna saper indicare agli Italiani, alle forze politiche e sociali, al mondo del lavoro e dell’impresa un progetto e un patto per uscire dalla crisi con un’Italia migliore di quella attuale. Questo è uno sforzo politico e culturale insieme: la nuova sinistra deve saper opporre alla furbizia e allo stravolgimento delle regole la visione di una società aperta, mobile, equa, fondata sulle conquiste liberaldemocratiche, su quelle del socialismo riformista, sulle esperienze dei movimenti per la difesa dei diritti e dell’ ambiente. Occorre saper proporre agli Italiani un concezione di una sinistra aperta al confronto con la realtà, dotata di concrete capacità progettuali e di gestione, saldamente ancorata alla difesa delle libertà e dei diritti individuali, civili e sociali. Cioè, semplicemente la ripresa dei principi su cui è fondata la nostra Costituzione. Occorre riportare al centro dell’attenzione pubblica l’etica del lavoro e della corretta amministrazione e considerare che senza la coesione e mobilità sociale, senza un progetto di società economica e politica che coinvolga tutti, questo Paese resterà sempre in ritardo rispetto agli altri sulla strada dell’uscita dalla crisi e, quando vi sarà, dello sviluppo. In terzo luogo occorre che il progetto di Sinistra e Libertà non sia la fotocopia in miniatura del tradizionale Partito di massa della sinistra italiana: non il Partito-persona, del “Capo”, di questi anni sciagurati, ma un luogo aperto, libero, costruito su un principio federativo e tale da poter accogliere quelle diverse storie della sinistra riformista italiana che riconosce il criterio generale delle libertà come premessa necessaria di ogni società aperta e giusta, attenta ai bisogni e ai meriti di tutti. In questo modo Sinistra e Libertà si potrà presentare alle prossime scadenze elettorali amministrative locali, provinciali e regionali del 2010 con i suoi rappresentanti per ricostruire la democrazia e migliorare l’Italia.
Inviato da Luigi Palmasdomenica 27 settembre 2009 - 5.23
IN ITALIA STRAVOLTA LA COSTITUZIONE REPUBBLICANA INTERVISTA AD ALDO PIRAS DIRETTORE EDITORIALE DEL RITROVO DEI SARDI di Luigi Palmas Perché il Ritrovo dei Sardi - periodico culturale è a diffusione gratuita? Il Ritrovo viene incontro all’esigenza di partecipazione alla vita politica creando uno spazio in cui si possa esercitare il diritto democratico di esprimere opinioni, sui valori e sulle scelte ideali, sulle decisioni che interessano la vita della comunità e sulla selezione della classe dirigente dei partiti e delle istituzioni. E’ quindi complementare rispetto ai partiti intesi come luogo della politica? Sarebbe questa la funzione ottimale per un giornale, se esistesse veramente la libertà di stampa e quindi quell’influenza sulla creazione delle opinioni e delle decisioni che è anche definita “quarto potere”, come negli Stati Uniti. Anche in Italia la stampa ha un grande potere… Certo, ne ha anche troppa e determinante. Ma è la voce dei padroni che gestiscono i partiti e le istituzioni come apparato di casta autoreferenziale. Ci sono rimedi a questo stato di cose? Si dovrebbe eliminare il finanziamento pubblico dei giornali e delle TV e quello ai partiti politici. Per farlo occorrerebbero leggi di riforma che il Parlamento non emana perché costituito da quella casta che perpetua se stessa con i danari dei cittadini ai quali di fatto ha impedito di interferire criticamente. Non è stata emanata la legge per il funzionamento dei partiti mediante statuti democratici con forza giuridica obbligatoria. Si tratta di provvedimenti che renderebbero l’Italia un paese coerente con principi che appartengono alle democrazie e che sono anche nello spirito della nostra Costituzione. Sotto questo aspetto l’Italia è quello che si dice un regime, non un paese libero. Si parla tanto, da parte di chi governa, di riforme da introdurre per modernizzare il paese. Si tratta di parole che purtroppo hanno creato grande confusione e addirittura consenso a favore di chi le dice! La modernizzazione per loro significa rafforzare il potere degli organi esecutivi e di governo e quindi ridurre il potere delle assemblee rappresentative a tutti i livelli istituzionali. Ecco perché finanziano la stampa e la TV. Chi vuole essere libero è costretto a pagare di tasca per dire queste cose, in una condizione di assoluto svantaggio concorrenziale. Anche perché la stampa finanziata è la stessa che potrebbe o dovrebbe reggersi senza il danaro pubblico e che invece ne usufruisce e non vuol rinunciarvi. Sembrerebbe di vivere in un paese non democratico… E, purtroppo, in una condizione di non consapevolezza da parte dell’opinione pubblica. Pensi che la grande stampa, quella letta dalla stragrande maggioranza degli italiani, non ha preso posizione decisa contro il tentativo di trasformare il sistema pluralista parlamentare, già gravemente mutilato dalle leggi elettorali vigenti, in una sistema bipartitico leaderistico che avrebbe poteri sul Parlamento ancora più padronali di quanto abbia oggi. Vede come è involuto e chiuso il sistema di potere. Per uscirne occorrerebbe una presa di coscienza da parte della pubblica opinione che invece è drogata dal sistema informativo illiberale, che non sostiene le riforme indispensabili, anche per entrare in Europa, come si dice. A proposito di elezioni… Tocchiamo il tasto più dolente. Con lo strumento elettorale si sta procedendo allo smantellamento della Costituzione, già ampiamente stravolta. Prima con le maggioranze parlamentari create con i premi di maggioranza (a chi non la raggiunge) e con gli sbarramenti che falsano la volontà popolare. Ora con un referendum, i cui costi sono contestati dagli stessi proponenti, ma che produrrebbe danni ancor più gravi di quelli economici perché taglierebbe la democrazia, che non ha prezzo per un paese civile, e che si potrebbe avvalere del sostegno dell’apparato che lo vuole solo per rafforzare le sue posizioni di comando sul popolo omologato e fuori dagli ambiti decisionali dei palazzi del potere.
Inviato da Matteodomenica 27 settembre 2009 - 5.01
beh, un lettura può essere questa: mentre Craxi si trastulla con il suo clandestino e organizza la sua marcia su Roma-davvero liberatoria per molti!- Nencini in qualche modo si dà da fare per costruire S e L. Bello e convincente ilò suo ultimo discorso a Bagnoli. Chi dice il contrario o non lo ha ascoltato o parla per partito preso. C'erano tutti i valori socialisti e la gente-tutta- applaudiva. Ieri a Trento si è tenuto il primo gazebo di Sinistra e Libertà. Ero presente anch'io a parlare con la gente ed è stato un successo oltre ogni immaginazione. Va detto poi che alcuni dei volantini distribuiti sono stati scritti da compagni socialisti: sono andati a ruba. In Europa qualcosa si sta muovendo: dalle elezioni tedesche uscirà una novità che non piacerà a molti socialisti del Craxi figlio. Un'avio di collaborazione-prima sotterranea e poi aperta- della SPD con la Linke. In Portogallo avverrà lo stesso: un PS che guarda a sinistra. Lentamente anche in altri paesi- francia compresa- si ridisegnano le alleanze di centro sinistra correggendole un po' più a sinistra, pur non sdimenticando il centro. Sinistra e Libertà non diverrà un partito della sinistra massimalista, ma si farà espressione di una sinistra concreta di governo molto più "riformista" del PD. Questo, cari compagni,avverrà anche se le dirigenze non muoveranno un dito perchè come testimonia il successo del gazebo di Trento è la gente a chiedere l'esistenza di un partito di sinistra laico, convinto delle proprie tesi, ecologista in maniera propositiva. Craxi- figlio- e i socialisti "autonomisti" pur motivati da giuste e sacrosante passioni rappresentano ora solo un anacronismo! Il popolo della sinistra- anche quello socialista- è stufo di aspettare.
Inviato da rosso malpelodomenica 27 settembre 2009 - 12.39
a nencini, le ferie sono finite!!!! o stai ancora davanti al telefono aspettando che qualcuno ti chiami? in compenso, almeno una cariatide ce la siamo tolta dai c........i: de michelis è andato a fare il consulente di sbrodolo (il nano ministro)- -1
Inviato da Emanuelevenerdì 25 settembre 2009 - 7.58
non scherziamo, il blog del socialista clandestino almeno è uno spazio di discussione serio, sta roba qui è da malati di mente
Inviato da riccardin dal ciuffo giovedì 24 settembre 2009 - 1.23
Ma chi è Sventola?
Inviato da riccardin dal ciuffogiovedì 24 settembre 2009 - 1.20
ma non ha vergogna quest'uomo?
Inviato da Matteomartedì 22 settembre 2009 - 2.18
purtroppo è inutile scrivere qui...un tempo aveva senso ora non più. Il blogb è morto. Perchè poi tenere in vita questo blog solo per dare all'esterno l'immagine disastrata di militanti che si ammazzano tra loro in un clima da "fratelli-coltelli"? Personalmente preferisco impegnarmi a livello locale per pcercare di creare S e L invece di continuare ad alimentare il "virtuale" dibattito interno. Comunque non mi pare che il blog del socialista clandestino faccia il pieno di commenti e partecipazione. Meglio uscire di casa e prendere una boccata d'aria: più salutare.
Inviato da giovanni lunedì 21 settembre 2009 - 8.58
Nencini, se ci sei batti un colpo E anche tutti gli altri che avete animato nei mesi scorsi il blog. Avete voglia di ripartire con i vostri pensieri o volete mandare tutto in malora, più di quanto è andato finora ?
Inviato da CHI VIVE SEMPRE AL SOLEdomenica 20 settembre 2009 - 7.52
Ma Sto Blogghe Le DECADUTO nu se scrive più nulla o tu Nencini nun te accorgi de nulla nun te curi dello blogghe guardi e passi o forse no lu guardi propria ma te eri un bravo omino ed ora sei proprio un bischerino maramma maiala a te piacciono solo le Frau e la notorieta' maremma boia!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Inviato da chi vive nell'ombramercoledì 16 settembre 2009 - 10.21
MA QUESTO NON E' IL TUO BLOG NENCINI....??? OPPURE TI SEI AUTO EPURATO............ DISDEGNI LE BASI.....
Inviato da chi vive nell'ombradomenica 30 agosto 2009 - 1.08
NULLA E' CAMBIATO VERO RICCARDO SEMPRE SORDO E SI CHE NE HAI SENTITE MA TU SORDO SEMPRE COERENTE NEL TUO ESSERE INCOERENTE DAI CI SEI QUASI.......
Inviato da Gianluca Ruggeridomenica 30 agosto 2009 - 2.13
Roma 30 agosto 2009 Errori di autorità Bolognesi. Molte autorità che provengono da Bologna o che sono a Bologna vogliono posti di potere anche senza le capacita e soprattutto pensano ai soldi. Usano in continuazione aerei e scorte anche speciali per andare non si sa bene dove. Da Roma a Bologna dall'America al resto del mondo. Cordiali Saluti Gianluca Ruggeri Via Marco Antonio n. 13 Cap. 40132 Bologna Tel. 051-388818
Inviato da www.termometropolitico.itmartedì 18 agosto 2009 - 5.29
Riccardo Nencini, 49 anni, presidente del Consiglio regionale della Toscana, è dal 2008 segretario del Partito Socialista. L'abbiamo intervistato, ponendogli le domande scelte dalla redazione e proposte da voi lettori. Il leader del PS conferma la continuazione del progetto di Sinistra e libertà, ma ammonisce: «dobbiamo cedere ognuno un pezzo di sovranità». Critica l'opposizione di PD e IDV, ma guarda con attenzione al congresso democratico (e alle piattaforme di Franceschini e Bersani). E difende Craxi, di cui dice: «non fu il principale referente politico di Berlusconi». Segretario, è previsto un passaggio congressuale per deliberare sull’adesione del PS a Sinistra e libertà o sancirne il distacco? «Il congresso è previsto dopo le elezioni regionali, c’è stato un consiglio nazionale a luglio che si è pronunciato sulla continuazione di questa esperienza. Il congresso poi, nell’estate 2010, deciderà definitivamente». Come vede i rapporti tra il PS e il resto del centrosinistra? «Da parte nostra c’è un’attesa forte per capire come si concluderà il congresso del PD, ci sono due linee non dissimili ma neanche uguali tra loro: quella di Franceschini e quella di Bersani». In realtà i candidati alle primarie sono tre. «Io sto parlando dei due antagonisti che presumo, non soltanto per ragioni di sondaggio, che si giochino la partita della segreteria, e quindi parlo di Franceschini e di Bersani. Due linee simili ma non uguali, dicevo. Dipende da chi prevarrà; già sappiamo però, ed è un fatto positivo, che entrambi ritengono superato l’isolamento veltroniano». Lei non esprime auspici sulla vittoria di uno, dell’altro o eventualmente del terzo candidato... «Assolutamente no. Non mi permetto di entrare nelle vicende interne di un altro partito». Ha parlato di ‘isolamento’ riferendosi alla scelta di Veltroni del 2008. A posteriori crede che sia stata una scelta giusta quella del PS di correre da solo o sarebbe stato meglio fare come i radicali, presentando candidati dentro le liste del Partito Democratico? «La nostra è stata una scelta di grandissima dignità, l’ultima scelta identitaria del Partito socialista italiano». Quindi quella radicale non è stata una scelta degna? «E’ stata una scelta fatta da un altro partito, che non mi permetto di giudicare». Qual è il suo giudizio sull’opposizione finora svolta in Parlamento contro il governo Berlusconi? «L’opposizione riformista si è vista poco ed è stata poco incisiva. Ha avuto molto più effetto, dentro l’elettorato di centrosinistra, l’opposizione di Di Pietro. Ma nessuna delle due ha avuto la forza della D’Addario». Al Parlamento europeo il Pse, seguendo gli auspici del Pd, ha dato vita all’Asde, l’alleanza dei socialisti e dei democratici. E’ una soluzione che la convince? «Noi abbiamo contrastato questa soluzione, perché non c’era dietro un disegno politico ma soltanto la logica dei numeri. Se avessimo avuto degli eletti al Parlamento europeo avrei proposto loro di fare una domanda: “dov’è la politica? O questo è solo un cambiamento di nome?”». I vostri eventuali deputati a Strasburgo sarebbero confluiti in questo nuovo soggetto? «Sì, sarebbero confluiti nel gruppo e avrebbero fatto la domanda che le dicevo». Lei ha confermato la continuazione del progetto di Sinistra e libertà. Però su molti temi esistono differenze significative tra il Ps e altri componenti come i Verdi. Penso alla politica estera, al giudizio su Tangentopoli... «Quando si mettono assieme forze politiche che hanno una storia importante alle loro spalle è difficile trovare delle convergenze. E’ necessario fare, sui diversi temi, ciascuno una cessione di sovranità. E’ quello che stiamo provando a fare, tenendo conto che Sinistra e libertà dovrà avere un taglio riformista; diversamente non avrebbe ragione di esistere». Alla luce del fatto che un progetto del 3%, come Sinistra e libertà, abbia questi problemi di identità non le sembra più comprensibile che analoghe difficoltà viva un soggetto dieci volte più grande, cioè il Pd? «Più comprensibile sì, ma non lo giustifica. Non giustifica un partito che si è posto l’obiettivo di essere il partito della maggioranza degli italiani; noi abbiamo un obiettivo più modesto». Che è quello di? «Alle Europee, era quello di superare lo sbarramento del 4%. Oggi è quello di dare un’anima alla sinistra riformista in Italia». Dal ‘93 in poi i socialisti italiani hanno sempre vissuto un po’ all’ombra della figura di Craxi. Non crede che sia giunto il momento di fare i conti con questa figura, riconoscendone i meriti politici e i limiti (non solo penali)? «Sono stato l’ultimo parlamentare europeo che è andato a trovare Bettino Craxi in Tunisia. Non rinnego quella storia, anzi è una bella storia della sinistra italiana e dell’Italia del Novecento. Noi dobbiamo prendere soprattutto un segno, che fu il segno distintivo dell’azione di Craxi: l’innovazione. La sinistra italiana ha bisogno di innovazione, e da lì possiamo prendere gli stimoli giusti». Resta il fatto che, dopo quasi cento anni di storia, il Psi è morto proprio sotto Craxi. «Questo getta ombre sul suo operato politico, perché dopo la caduta del Muro di Berlino anche lui commise degli errori. Questo è il punto, che precede Tangentopoli». L’aspetto giudiziario del percorso di Craxi va ignorato, rimosso, superato? Qual è l’atteggiamento che si deve avere di fronte a una verità accertata giudiziariamente? «Rimane ancora attiva una domanda, quella che Craxi fece al Parlamento italiano nel ‘92 e nel ‘93. E cioè: quali e quante fossero le responsabilità, e come avvenisse collettivamente il finanziamento ai partiti. Queste sono due domande cui la giustizia italiana ha già dato una risposta, la politica no». Traducendo: se tutti erano disonesti, se tutti si finanziavano illecitamente, allora nessuno era responsabile. «Le cito una pagina di un libro dello storico Luciano Cafagna, “La grande slavina”. Cafagna dice: tutto ciò che era stato consentito fino a un certo giorno da un certo giorno in poi venne ritenuto illegale». In realtà era illegale da molto tempo. «Sì, ma era stato ritenuto consentito. La domanda è: chi rientra in questo paradosso di Cafagna? Questa è la domanda che fece Craxi al Parlamento nel ‘93 e a cui la politica deve dare una risposta. Se vedo tutte le statistiche europee sul livello di corruzione in Italia, si potrebbe dire che la politica italiana abbia già dato una risposta. Anche dopo Tangentopoli l’Italia resta ai vertici di quelle graduatorie». Secondo lei, in un certo senso c’è una continuità Craxi-Berlusconi? Dopotutto Craxi fu, per anni, il principale referente politico del Cavaliere. «Questo non è vero, storicamente non è vero». Il decreto salva-televisioni del 1985, i 21 miliardi di tangenti per cui Berlusconi fu poi prescritto, Craxi fu persino testimone di nozze del Cavaliere nel 1990. Non proprio uno sconosciuto. «Berlusconi, per sua stessa ammissione, aveva anche nella Dc dei referenti molto precisi, o nei repubblicani. L’assioma Craxi uguale Berlusconi, se mi permette, è molto elementare. La verità è che quando Berlusconi scende in campo Craxi lo critica, a partire dalle elezioni romane, quando l’uno sosteneva Fini e l’altro Rutelli. E da lì in poi è un crescendo. Che poi ci siano stati buoni rapporti con l’imprenditore è un altro discorso». Quindi lei non crede che ci sia stata, negli anni Ottanta, quantomeno una contiguità di convenienza? «Vede, a quel tempo c’era chi sosteneva che la tv commerciale non dovesse esserci, e voleva la tv di stato senza telecomando: per esempio il Pci». La questione forse andrebbe posta in altri termini: non monopolio pubblico contro apertura ai privati, ma monopolio pubblico contro duopolio Rai-Mediaset. Questo, almeno, dice la storia. «Sì, ma la storia degli inizi. Quando la posta in palio era il diritto di cittadinanza dell’emittenza televisiva privata nel nostro Paese». Storia degli inizi ma anche cronaca di oggi. E non sono intervenute riforme, per esempio neanche quando il suo partito, segretario, ha avuto responsabilità di governo: dal 1996 al 2001 e dal 2006 al 2008. «Sa qual è stato l’ultimo ministro socialista? Angelo Piazza, alla Funzione pubblica con D’Alema, dieci anni fa. Nell’ultimo governo Prodi avevamo un sottosegretario e una decina di parlamentari, se ci sono state responsabilità vanno ripartite proporzionalmente con chi aveva dieci o venti volte i nostri deputati. Del resto sono cronaca recente le polemiche nel PD anche sulla mancata legge sul conflitto d’interessi».
Inviato da rosso malpelogiovedì 13 agosto 2009 - 11.25
Dal moralismo al riformismo Analizzando la si­tuazione creatasi in Puglia a segui­to delle inchie­ste sulla sanità che vedo­no coinvolti i partiti di cen­trosinistra, Antonio Maca­luso ( Corriere , 31 luglio) si è chiesto maliziosamente «… se i pesanti attacchi di tutto il fronte dell’opposi­zione nei confronti del pre­sidente del Consiglio e dei suoi comportamenti — si­curamente discutibili — non abbiano talvolta volu­to coprire i timori per quel­lo che l’inchiesta avrebbe potuto portare alla luce». È probabile che sia così. Ma la vicenda pugliese, se non fosse usata come mez­zo per regolamenti di con­ti interni, potrebbe diven­tare la dimostrazione del fatto che non tutto il male viene per nuocere. A patto che ci sia un leader abba­stanza coraggioso per prendere di petto il vero problema che attanaglia il Partito democratico, la ta­ra che impedisce a quel partito di darsi una credi­bile identità riformista. Mi riferisco al fatto che esso non è mai stato in grado di impostare in modo sa­no e corretto, di fronte a se stesso e all’opinione pubblica, la questione del rapporto fra morale e poli­tica. Detto così, lo riconosco, suona tutto un po’ astratto e accademico ma, in real­tà, mi riferisco a due con­cretissimi problemi di cui, non casualmente, nessu­no parla nel confuso dibat­tito precongressuale del Pd. Il primo riguarda il fat­to che la debolezza politi­co- culturale del Pd lo con­danna a essere un partito «eterodiretto», un partito che, nelle scelte che davve­ro contano, subisce il pe­sante condizionamento di alcuni «giornali di riferi­mento ». Il secondo riguar­da l’incapacità di sbaraz­zarsi dell'alleanza con Di Pietro: come potrebbe sba­razzarsene, tenuto conto che il Pd non dispone al momento delle armi cultu­rali necessarie per combat­tere quello che è ormai il suo più insidioso competi­tore? Le domande che il congresso del Pd dovreb­be porsi sono le seguenti: quale futuro politico può avere un partito che si pre­senta come riformista ma la cui componente identi­taria principale, quella che trasmette soprattutto di sé, è il moralismo? E, anco­ra: è il moralismo una ri­sposta giusta o sbagliata ai delicati problemi di etica pubblica che la democra­zia deve quotidianamente fronteggiare? All'origine della grande tara, della scelta del mora­lismo come elemento ide­ologico dominante della identità della sinistra italia­na, ci sono probabilmente gli eventi del quinquennio 1989-1994, il periodo che va dalla caduta del Muro di Berlino all'ingresso in politica dell’Uomo Nero, Silvio Berlusconi, passan­do per Mani Pulite. Orfana del comunismo, la sinistra non seppe far altro, anche aggrappandosi agli aspetti peggiori dell’eredità di Ber­linguer (la diversità antro­pologica, l’austerità), che mettersi a gridare «al la­dro ». In parte, per blandi­re le procure impegnate nelle inchieste sulla corru­zione, offrendo loro una al­leanza politica di fatto (e sperando così di limitare i danni) e in parte perché non aveva altra identità a cui aggrapparsi. Oltre a tutto, il passaggio dal comuni­smo al moralismo, dalla rivoluzione comu­nista alla «rivoluzione dei Santi», favorì il matrimonio dell’ex Pci con la sinistra de­mocristiana, anch’essa allo sbando dopo la fine della Dc. La ciliegia sulla torta fu l’arri­vo di Berlusconi: di fronte all’Orco, simbo­lo di tutti i vizi e le turpitudini del Paese, occorreva che i buoni, i santi, gli incorrotti, facessero blocco insieme: per lo meno, que­sta è stata la favola raccontata per quindici anni agli elettori del centrosinistra. Ma le favole funzionano solo se le si riconosce co­me tali. Se le si scambia per descrizioni del­la realtà portano alla rovina. Ancora una volta, quel genio della comu­nicazione che è Berlusconi, pur in grave dif­ficoltà a causa della sua disordinata e scon­siderata vita privata, li ha battuti usando quattro paroline magiche: «non sono un santo». Tutti sanno infatti che di santi, su questa terra, ne circolano davvero pochi, e nemmeno i moralisti lo sono (anche se fin­gono, per convenienza politica, di esserlo). Sposando il moralismo, quali che siano i vantaggi politici a breve, ci si scotta sem­pre. In primo luogo, non si possono affron­tare correttamente le questioni di etica pubblica. In termini di etica pubblica, il problema non è mai «combattere i corrot­ti » (l’accertamento dei reati di corruzione spetta alla magistratura penale). Il proble­ma è invece incidere sulle condizioni, sulle circostanze, che accrescono o diminuisco­no la propensione alla corruzione. Persino Madre Teresa di Calcutta, santa donna (uno dei pochi santi in circolazione nel XX secolo), avrebbe probabilmente avuto pro­blemi con la giustizia se le avessero affida­to un assessorato regionale alla Sanità in certe zone del Mezzogiorno. In secondo luogo, sposando il morali­smo, riducendo la politica a una questione di santi e di reprobi, ci si imbatte sempre, prima o poi, in qualcuno che si dichiara più santo di te. La principale ragione per cui il Pd subisce da mesi e mesi, senza rea­gire, l’offensiva di Di Pietro, è che, dopo quindici anni di confusione fra moralismo e etica pubblica, esso si ritrova con buona parte dei suoi elettori e militanti in sinto­nia ideologica con il dipietrismo. Eppure, prendere di petto queste que­stioni è vitale per il Pd. L’occasione per fare un salto dal moralismo al riformismo, per affrontare a muso duro il «partito morali­sta », potrebbe consistere nell'accoglimen­to della richiesta del presidente della Re­pubblica di un accordo bipartisan sulle in­tercettazioni. La politica moralista è sem­pre stata intrecciata con le questioni di giu­stizia. Imboccando la strada di un accordo con il centrodestra sulle intercettazioni, il Pd potrebbe cominciare a sciogliere quel­l’intreccio. Scegliendo di porre fine a una ventennale, opportunista, politica di fian­cheggiamento della Associazione Naziona­le Magistrati, scegliendo di non chiudere più gli occhi di fronte agli eccessi dell'attivi­smo giudiziario, il Pd comincerebbe a rego­lare i suoi conti anche con il dipietrismo e le sue finte virtù. In nome e per conto di una identità riformista finalmente in can­tiere. In un mondo di peccatori, quel poco di etica pubblica che è possibile salvaguarda­re richiede lucido e pragmatico riformi­smo. Lasciando alla Chiesa il compito di proclamare i santi. Angelo Panebianco
Inviato da all violetmercoledì 12 agosto 2009 - 11.51
Vendola non è accusato di nulla, eppure viene trattato nei mezzi d'informazione come un criminale. Ve lo siete chiesti perchè? Evidentemente Sinistra e Libertà comincia a dare un pò fastidio a qualcuno. Perlomeno questo è un buon segno.
Inviato da vendola come ghedini!!!mercoledì 12 agosto 2009 - 10.06
Leggetevi l'editoriale sul corriere della sra, bellissimo!!!
Inviato da Matteosabato 8 agosto 2009 - 9.43
Sì, la reazione di Vendola è stata imprevedibile e quasi berlusconiana...Forse Vendola non doveva scrivere..ed in fondo a me è parsa una sorta di richiesta di "pietà"...Però è sotto un tiro incrociato terribile. Non so francamente come andrà a finire anche se è chiaro che un'infòluenza sul voto alle regionalic i sarà e che la destra partirà favorita..
Inviato da rosso malpelosabato 8 agosto 2009 - 7.57
ah ragazzi miei, garantisti sempre... con tutti ma non possiamo essere dall aparte dei giudici secondo convenienza; e anche attribuire etichette politiche ai magistrati è proprio quello che da sinistra si è contestato a berlusconi e Co. la soluzione è semplice e avrebbe risolto un sacco di problemi: il vecchio manacto referendum radicale sulla responsabilità civile dei magistrati e una seria riforma del CSM: hai ingiustamente privato della libertà un uomo? risarcisci il danno e poi vai a dirimere questioni di confini fra proprietà agricola. possibile che solo in italia il "chi sbaglia paga" non debba mai esistere? quanto a vendola, caro matteo, esiste da sempre (è quello che abbimo sempre detto a Berlusconi) una sola sede per difendersi, cioè le aule di tribunale.. non con i mesaagi obliqui a mezzzo stampa
Inviato da Matteosabato 8 agosto 2009 - 3.59
Mentre parliamo Vendola è sotto attacco della stampa in un modo molto simile a come lo è stato Craxi. Vale la pena riflettere su questo fatto,m anche perchè sul blog concorrente c'è chi gioisce e dice in tono sprezzante che Vendola "ha perso l'orecchino". Purtroppo l'indagine , che ha coinvolto tutti i partiti di centro sinistra, è partita da un magistrato proveniente dagli ambienti di FI e vicino a Fitto. Il PD dal canto suo lascia Vendola sotto attacco, eliminando così un pericoloso avversario politico ed esponente più in vista della nascente S e L. Questo non è normale e va condannato! Se siamo garantyisti lo siamo per tutti! ed inoltre a Vendola non è stato contestato nulla. Ora la situazione per noi socialisti sio complica ulteriormente e settembre segnerà il nostro destino. Non vorrei avere l'amara sorpresa della fine di S e L e di quella del PS e una ritirata finale con la coda tra le gambre verso il PD.
Inviato da francesco mundosabato 8 agosto 2009 - 2.15
Il fatto stesso che tu ed io veniamo su questo blog ad esprimere dubbi e a commentare realtà talvolta amare, altre volte promettenti e pregne di speranza, significa che, se pur piccola e mal ridotta, la casa socialista esiste. Circa l’esistenza dei socialisti è altrettanto vero, ma pare che siano più quelli che abbiano mantenuto l’abitudine di usarla in modo improprio più che di averne cura, di manutenerla e anche di ampliarla. Per partecipare alle elezioni oggi, con questa legge elettorale, con questi mezzi di comunicazione e confrontarsi con gli avversari che conosciamo (e tu ed io sappiamo bene che quelli più pericolosi stanno proprio a sinistra più che a destra) non bastano il coraggio, un simbolo, un programma e la nostra identità, ma ben altro. Il vulnus? ... è proprio la nostra identità! Tutti si dichiarano riformisti, ma nessuno riesce ad esserlo, tranne ... i socialisti. E’ come fare la pasta con il grano tenero: la forma è la stessa, il colore pure ma ...è quando la si cucina ci si accorge della differenza. E coloro che non conoscono ne la consistenza, ne il sapore della pasta buona finiscono per credere che la pasta è ... tutta una schifezza! Adesso, prova a sostituire al grano tenero “gli altri” che stanno a sinistra (magari quelli che vorrebbero il bipartitismo); al grano duro i socialisti; sostituisci i consumatori della pasta con l’elettorato attuale che non ha modo di conoscere chi sono e cosa sanno fare in politica i socialisti ... e capirai molte cose. Ad esempio quanti danni facciano non soltanto alla Sinistra, ma soprattutto alla Polis quelli che si spacciano per ciò che non sono. Caro compagno, costruire alleanze e fare progetti politici è l’anima della Politica. Soltanto chi non si spende in questo non sbaglia mai. E la cosa si complica se, non soltanto il mondo politico, ma la realtà che ci circonda è sempre in continuo movimento. E’ questa che impone i propri tempi, il proprio ritmo anche alla politica. Proprio questo è il terreno che la sinistra di oggi (quella dei Veltroni e Dalema, dei Ferrero e Agnoletto, ecc., ecc.,) ha lasciato libero consentendo alla Destra di occuparlo e di coltivarlo seminandoci, ovviamente, il proprio seme che, con una certa proprietà di linguaggio, possiamo definire populismo. La conseguenza di ciò è che la Destra appare riformatrice e modernizzatrice, mentre la Sinistra appare statica, avvitata su se stessa, maledettamente conservatrice e incapace di produrre perfino proposte credibili al passo con i cambiamenti della Società imposti dal vortice tumultuoso della globalizzazione. Vogliamo fare qualche esempio? Il mondo del lavoro e il precariato; la pubblica amministrazione e le sue inefficienze; la Scuola e la sua incapacità di evolversi e stare al passo con i tempi. Non so a te, ma a me, queste tre sole realtà, fanno viene in mente un termine di ventennale memoria. Il termine è: CORPORAZIONI. A chi sarebbe spettato il compito di porre mano a queste realtà GOVERNANDOLE e non subendole passivamente, cercando di difendere l’indifendibile piuttosto che riformarle, come la Sinistra ha fatto negli ultimi venti anni? E non mi sembra che negli ultimi venti anni ai Socialisti gli sia stata data la possibilità di avere un “peso” nelle scelte fatte dalla sinistra! ... o mi sbaglio???? Visto che parli di ... coraggio, mentre scrivo queste righe mi tornano alla mente dei nomi: Brodolini e Giugni, ma anche altri più recenti. In quanto ai Socialisti in Europa, non mi sembra che ci siano altri stati in cui il potere della Magistratura sia stato letteralmente arruolato da una parte dei contendenti nello scontro tra partiti come è accaduto e come ancora accade in Italia. Salvo poi a lamentarsi/bearsi della dipendenza/indipendenza di essa. Mi piacerebbe confrontarmi sul conflitto d’interessi, ma la cosa si farebbe lunga. Preferisco concludere, anche perchè mi aspettano a tavola. Vedi, caro Marco, io penso che al punto in cui siamo, a Sinistra, più d’uno avrebbe dovuto capire che si sono create le premesse per superare, non i malumori del Fronte Popolare, il dramma di Palazzo Barberini, il fallimento dell’Unità Socialista degli anni “60, ecc., ma perfino la scissione di Livorno del “21, visto che il Muro non esiste più da decenni. Invece ... stiamo ancora a chiederci se siamo, se esistiamo, ..... Ciascuno di noi faccia propria questa proposta e con quel CORAGGIO a cui ti richiami, con un briciolo d’orgoglio per quella IDENTITA’ che la Storia ci ha affidato, la porti in Sinistra e Libertà e lavori per realizzarla. Ci riusciremo, non ci riusciremo, chi può dirlo a priori? Per intanto, noi, avremo la coscienza a posto per aver fatto il possibile nel tentare di far uscire il veliro dalla tempesta. E come sanno i marinai “esperti”, in questi casi, troppe vele fanno più danni che bene. A proposito. Un pensiero al Segretario: Riccardo non temere di dare qualche altra mano di terzaroli. Riduci pure la velatura. Prima o poi la tempesta dovrà finire. Con la consueta stima: Francesco Mundo
Inviato da Marco Carbonevenerdì 7 agosto 2009 - 4.51
In Italia esiste ancora il Partito Socialista? È questa la domanda che mi pongo. Se il PS esiste ancora, e se i socialisti sono ancora vivi e vegeti. E se sì, perché non abbiamo più il coraggio di presentarci alle elezioni con il nostro simbolo, il nostro programma, la nostra identità? Quale è il vulnus identitario socialista? Perché in tutta Europa e in tutte le democrazie i socialisti esistono e in Italia no? Se dobbiamo per ogni elezioni inventarci delle formule politiche, delle alleanze più o meno credili (sempre dell’ultima ora) e accorgerci ogni volta di aver sbagliato, di aver fallito. Che senso ha Sinistra e Libertà se non ci fa arrivare al quarto per cento? Se ci fa perdere non avendo il coraggio di combattere? Di affrontare il corpo elettorale con la nostra identità? Probabilmente la deriva populista e antipolitica ha messo radici anche nella sinistra riformista. E se si continua a perdere è per nostra incapacità e per delle scelte politiche sbagliate. Bisogna avere il coraggio di dircelo in faccia, e di voltare pagina.
Inviato da andreagiovedì 6 agosto 2009 - 4.50
correz. intendevo scrivere: "che tante risorse NON siano impiegate...."
Inviato da andreagiovedì 6 agosto 2009 - 3.08
oggi di un ieri di ormai tanti anni fa con una sola bomba furono cancellate a hiroshima migliaia di vite e le loro storie. il messaggio che porta il socialismo deve essere anche quello che tante risorse siano impiegate per la costruzione di queste armi di distruzione invece di perseguire il benessere collettivo.
Inviato da rosso malpelolunedì 3 agosto 2009 - 2.26
direi che il post accorato di matteo è una delle cose più belle e sincere che siano state scritte su questo blog. e che spazza via anche le parole grosse volate fra molti di noi nelle settimane scorse (e anche nei mesi). hai detto bene matteo: TUTTI, ognuno dal suo punto di vista aveva a cuore il PS, cosa che non sembrano avere invece i maggiorenti del partito. ed il silenzio del segretario sul SUO blog e le notizie di cancellazione di amicizie "scomodamente critiche" su FB sono semplicemente VERGOGNOSE e INDEGNE di un vero socialista. alle idee (giuste e sbagliate che sino) si risponde con altre idee, noN con il silenzio o l'arroccamento.
Inviato da chi vive nell'ombrasabato 1 agosto 2009 - 1.31
MI STUPISCI MATTEO!!!! CREDO CHE SE PUR MALE CONFEZIONATA LA TUA SINTESI IN PARTE ESPRIME LO SCOGLIONAMENTO GENERALE. MA IO ANCORA INVITO VOI GIOVANI A RITORNARE AI SACRI VALORI DELLA CIVILTA. UGUAGLIANZA LIBERATA' FRATERNITA' RITORNIAMO A FARE SCELTE SOCIALISTE E PRENDRE A CALCI IN CULO QUESTI SCIPPATORI DEL VOSTRO FUTURO
Inviato da Matteosabato 1 agosto 2009 - 11.33
Io comunque telefonerò sicuramente, non perderò l'occasione, anche se immagino sarà difficile prendere la linea. La mia domanda è semplice- e lo dico da persona che crede in Sinistra e Libertà-: perchè il PS ha aderito a s e l senza crederci o meglio, perchè alcuni hanno fatto finta di crederci? (la risposta è scontata ma la voglio sentire a voce) Perchè da quando sono iscritto comunque ed in ogni caso con buona pace delle vechie cariatidi delle quali parla l'uomo ombra a livello locale, di base, non è stato fatto nulla ma proprio nulla per rilanciare il Partito socialista? Anche qui mi spiego meglio: sono stati fatti proclami, Sollazzo si è adoperato per viaggiare in lungo ed in largo in tutta Italia per invitare all'attivismo,ma i dirigenti locali hanno spento tutto. E perchè il Segretario o le "alte sfere" non si sono attivate per cacciare questi riformisti/traformisti? (risposta scontata cnhe qui..) Bisogna dire che stando così le cose questa conduzione "senza meta, senza idealità, senza programmazione e con dorte improvvisazione" del PS non sta bene sia a chi vuole un PS autonomo , sia a chi lo vuole come pietra portante del progetto S eL. Quersto perchè, se non lo si è capito ancora, tra mille difetti ci sono personeche nella causa socialista a modo loro ci mettono il cuore e l'anima. Ci siamo spesso scannati su questo blog, insultati, sputati in faccia ma eravamo tutti in buona fede convinti nelòla bontà delle idee socialiste. Certo poi c'era e c'è chi si rifà a Craxi, chi ha altri riferimenti nel socialismo europeo, chi pensa a nuove soluzioni e chi vuole riesumarne di vecchie ma LA BUONA FEDE c'è sempre stata. Purtroppo, caro segretario, siamo noi la base con la quale la dirigenza si deve confrontare: un popolo di insoddisfatti, i più insoddisfatti della sinistra italiana e forse europea. Siamo quelli che si sentono deridere dalla gente quando si dicono socialisti, che si sentono dare a priori del furbacchione solo per errori fatti negli ultimi anni, siamo acnhe quelli che quando si dicono in giro d'essere membri del partito socialista si sentono alla meglio rispondere :" ma esiste ancora?". E nonostante tutto siamo qua e non abbiamo cercato sponde apparentemente facili. Siamo qua a complicarci la vita, non come Amato,non come Caldoro e Stefania Craxi che un posto da qualche parte lo trovano e hanno il muschio sullo stomaco più alto di quello che raccolgo per mettere sul presepe a Natale. Quindi meritiamo tutti rispetto e risposte. Io ripeto, Sinistra e Libertà deve nascere, ma non certo partendo da queste premesse fallimentari e cioè dal calcolo politico, dalle furbonerie. Si deve essere capaci di ascoltare il cuore, e se questo desidera un amore passato come il PSI autonomo, credere fino in fondo a questa idea, dare un taglio con il passato e liquidare il vecchio ceto dirigente. Impeganarsi sul territorio e non vagheggiare assurdità ridicole come una nuova rosa nel pugno, un papavero, un garofano,un geranio o un qualsiasi altro fiore rosso. I fiori non bastano. Ricordo a tutti che a novembre ci sono i crisantemi, viola. Vogliamo davvero a rrivare a questo?
Inviato da chi vive nell'ombra o meglio Flavio Ombrasabato 1 agosto 2009 - 8.51
Caro Riccardo Nencini segretario o speriamo ex segretario del partito dei socialistoidi. Ti voglio scrivere due righe in quanto ancora credo nell'intelligenza umana personalmente devo tirarmi fuori nel dire mio segretario in quanto sono sempre stato contrario sia alla costituente (ed il perchè è stato evidente) sia al PS considerandolo un groviglio di vecchie cariatide neurali.(anche in questo caso si capisce il perchè tu sei l'esempio eclatante) Caro Riccardo sostengo che una persona si ritiene intelligente nel momento in cui riesce a colmare le sue lacune contorniandosi da persone che lo possono fare nel tuo caso non è cosi. Ma la frecciata non può essere rivolta a te soltanto troppo comodo sparare sulla croce rossa.La frecciata deve essere rivolta in particolar modo ai militonzi che non son riusciti a scremare il fiore da quel latte acidulo che si ritrovavono, la verità e che non ci stanno più militonzi ma veri mercenari. Basta guardare l'involuzione del PSI morto Sansone muoiono tutti i filisdei........ E la capacità di rinnovarsi di combattere??? Guardiamo l'evoluzione post tangentopoli con sicerita bisogna prendere atto che il poco humus che era rimasto si è annacquato da diventare paradigma del cattivo esempio di partito. ORA IO TI CHIEDO RICCARDO COSA VUOI FARE? CONTINUARE UNA GUERRA POCO PROFICUO CON CHI INGIUSTAMENTE TI HA ELETTO SEGRETARIO. OPPURE DIMETTERSI CON ONORE E LASCIARE QUESTA MISERA BARCHETTA A QUEI QUATTRO COGLIONI CHE CREDONO ANCORA IN UN FUTURO DIVERSO ED IDEOLOGICAMENTE SOCIALISTA? TI CHIEDO COMUNQUE UN GRANDE FAVORE NELLA SECONDA IPOTESI PORTATI CON TE OPPURE RENDELI INOFFENSSIVI TUTTA LA DIREZIONE CHE E' STATA MESA IN PIEDE INDISTINTAMENTE DAI NOMI. ARRENDERSI CON ONORE CARO RICCARDO VALE PIU' DI MILLE VINCITE CONQUISTATE SENZA ONORE.
Inviato da Gabriele Ariolavenerdì 31 luglio 2009 - 11.49
Caro Isidoro,non te la prendere. Sai che anche io e molti altri socialisti siamo stati oscurati dall'oscurantista che da questo blog ci aveva invitati ad spostarci su fb. Ma lui intende solo essere plaudito senza sforzarsi di far nulla per meritarlo,tutt'altro. Ritiene,da presuntuosetto saccente qual è sia un suo diritto, a prescindere. Ma vedo che continui ad essere mooolto generoso: lo definisci addirittura mediocre!
Inviato da Isidoro, ormai ex tesserato PSvenerdì 31 luglio 2009 - 11.13
Caro Nencini,nel periodo iniziale della mia frequentazione su questo blog t'avevo scritto "Caro Segretario,se nn sei in grado di gestire questo blog, come pensi di gestire ilpartito?"...Ti sei incazzato come una bestia...Stasera ho scoperto che io e molti compagni siamo stati depennati dalla tua lista degli amici su facebook.Anzi,ci hai oscurati così che anche se ti cerchiamo non risulti sul social network.Pensavo avessi deciso di lasciare FB ma poi sembrandomi strana la cosa, sono entrato con l'account di un'altra persona (che non è tua "amica"),ho digitato il tuo nome nel campo delle ricerche e sei uscito tu con tutta la tua bella lista di amici...Naturalmente della tua "amicizia" su FB non me ne frega niente.Sappi solo che adesso ho la certezza che SEI UN MEDIOCRE.Parafrasando il titolo del tuo libro,sei la MEDIOCRITA' ASSOLUTA!!!
Inviato da chi vive nell'ombragiovedì 30 luglio 2009 - 5.04
E' GRAVE SE MATTEO RITIENE INDIFENDIBILE IL REUCCIO NENCINI SIGNIFICA ORMAI SIAMA IN PIENA DIGESTIONI
Inviato da Matteogiovedì 30 luglio 2009 - 3.24
Davvero complimenti per la bella decisione dell'introduzione dello sbarramento in Toscana. Ma perchè? Perchè? Perchè? Ho difeso Sinista e Libertà e la difendo anche ora, ma nencini sta diventando indifendibile. Qual'è la linea nazionale? E comunque: fare scissioni, inventarsi partitini da 0,0009% con a capo vecchie glorie non è la soluzione. Fa solo tristeza e vien fatto solo per quattro poltrone.
Inviato da rosso malpelogiovedì 30 luglio 2009 - 2.04
grazie lanfranco, era ora che oltre a mettere i piedi nel piatto rovesciassi il tavolo! e nessuno potrà accusare lanfranco turci di secondi fini o di arivismo come per altri "contestatori", visto che sino a ieri era nel progetto SEL. Occhio ai voti in CN: chiediamo gli osservatori ONU?
Inviato da francesco mundogiovedì 30 luglio 2009 - 12.09
"...non ti curar di lor ma guarda e passa" recitava il tuo sommo conterraneo. Riccardo, siamo con te. Vai AVANTI!
Inviato da Labgiovedì 30 luglio 2009 - 10.25
Complimenti nencini sei riuscito a far incazzare tutti!!!!
Inviato da chi vive nell'ombramercoledì 29 luglio 2009 - 9.55
UNA COSA E' SICURA IL NENCINI HA VINTO!!! COSA DICO HA SUPER VINTO!!!!!!!!!! IL PRIMATO DEL PEGGIOR SEGRETARIO DELLA STORIA DI TUTTI I PARTITI SOCIALISTI ITALIANI. SONO STATO IL PRIMO A GRIDARE ALLO SCANDOLO E ALLE DIMISSIONI DEL GRUPPO DIRIGENZIALE DI QUESTO FANTAMATICO PARTITO NENCINIANO MI AUTOCONGRATULO CON ME STESSO E CON GLI OMBROSI PER LA TEMPRA DATA........... AL GRIDO RITORNIAMO AL SOCIALISMO A CREDERE NEL TRINOMIO LIBERTA' UGUGLIANZA FRATERNITA' INVITO TUTTI I COMPAGNI D'INSORGERE CONTRO CHI CI VUOLE TOGLIERE LA DEMOCRAZIA
Inviato da gigliotti robertomercoledì 29 luglio 2009 - 9.50
in calabria ed in particolarmodo nella provincia di catanzaro, per far bene, occorre fare un po di pulizia dai soggetti coinvolti in parentopoli yow not ed altro, che oggi rappresentano la propria famiglia e risciano di non presentare la lista alle regionali e nei comuni dove si vota. la fine ingloriosa del congresso regionale calabrese, grazie ad un compagno più coraggioso come Carmelo Nucera ti fa capire come si viaggia in Calabria. Riccardo intervieni.330798459
Inviato da incollomercoledì 29 luglio 2009 - 9.15
E’ un tempo difficile per la sinistra italiana ed europea. Noi viviamo una stagione doppiamente delicata. Da oltre un anno fuori dal Parlamento italiano e da un mese senza rappresentanza all’europarlamento, la nostra voce troppo spesso non penetra i quotidiani e l’informazione televisiva. Eppure esistiamo. Negli enti locali, nelle comunità, nelle regioni, in molte associazioni municipali e nazionali, nella buona storia d’Italia. Esistiamo per la passione di tante compagne e di moltissimi compagni che non abbandonano un progetto e non tradiscono un’identità. Io sono tra questi. Da oggi senza qualche sassolino nelle scarpe e con la conferma di una missione da compiere in vostra compagnia: 1.In un partito piccolo, i doveri precedono i diritti. Di tanto in tanto leggo sfoghi, offese, accuse spesso senza né capo né coda che si accavallano in rete. A dir la verità, provengono quasi sempre dai soliti noti. Noti per la loro scarsa generosità e per le loro pretese. Opinioni offensive di chi non partecipa da mesi a riunioni degli organi del partito e si affida a un computer anziché al dibattito nei luoghi deputati. Compagni che portano più di altri responsabilità su quanto accaduto negli anni ’90 e si ergono ancora a Soloni e a Catoni. Non li ho mai visti preoccupati di come si paghi una bolletta telefonica del partito, di come si raccolgano firme per strada sulle nostre campagne pubbliche, acerbi perfino di un cenno di solidarietà. Vengano critiche e proposte e chi le fa sia disponibile a fare. 2.Tra le bugie che i soliti noti si scambiano, una domina sulle altre. ‘ Il 19 settembre il P.S. si scioglie’. Risposta: tutto falso. Si è aperto invece il tesseramento, procedono – e bene – gli abbonamenti a Mondoperaio, a gennaio tornerà l’Avanti della Domenica. Io il partito non lo chiudo e non lo preservo nella tristezza di un isolamento letale come fossimo appestati o, peggio, nobili decaduti. 3.La missione: salvare una storia, metterla al servizio di questa Italia e della sinistra riformista, darle un futuro. Il partito che abbiamo ereditato non era di sana e robusta costituzione. L’impegno che prendo, che segreteria e direzione hanno preso con il consiglio nazionale è di riportare i socialisti nel gioco delle alleanze, concorrere ai prossimi appuntamenti elettorali con ‘SeL’, guardare con attenzione alle trasformazioni del centro sinistra italiano per renderlo competitivo e vincente. Chi condivide questa strada è il benvenuto, chi la critica ma ci aiuta a costruire la casa è un ospite, chi ci giudica con presunzione, naviga tra le menzogne e non si arrotola mai le maniche si goda l’estate. Riccardo Nencini
Inviato da Fraternamentemercoledì 29 luglio 2009 - 8.53
Leggete la lettera aperta di nencini sulla home del sito ps. Chi sarà colui che non ha mai pagato le bollette?
Inviato da Isidoromercoledì 29 luglio 2009 - 8.03
Integro la considerazione precedente...Nencini&Co. sono riusciti ad inimicarsi pure chi inizialmente li sosteneva nel non convocare il Congresso e di andare avanti gradualmente nel progetto Sinistra e Libertà…Mi unisco ai ringraziamenti a Lanfranco rivolti dall’amico Gabriele…Oltre alla poltrona del Segretario, anche ciò che resta della nostra dignità è salva…
Inviato da Gabriele Ariolamercoledì 29 luglio 2009 - 7.26
Al segretario nazionale del PS Riccardo Nencini Alla presidente del CN Pia Locatelli Ai membri del Consiglio Nazionale Il voto dei socialisti toscani a favore della nuova legge elettorale regionale con lo sbarramento al 4% è un fatto di una gravità eccezionale ,perché avalla una legge che è peggio del porcellum di Calderoli e si avvicina al modello del bipartitismo obbligato proposto dal recente referendum.Tanto più grave appare questa scelta politica perché ne è protagonista il segretario nazionale del PS Riccardo Nencini. che così, con un atto personale, smentisce la linea decisa all’ultimo Consiglio Nazionale del partito e assesta un colpo micidiale al progetto di Sinistra e Libertà .Progetto che si era deciso invece di sostenere e di portare alla prova delle elezioni regionali del 2010.Questo voto conferma l’opzione non dichiarata di una alleanza col PD comunque e a qualunque condizione,salvo il mantenimento in una esistenza puramente virtuale di un simbolo socialista utile solo a farsi ripagare qualche riconoscimento negli assetti di potere.Dopo le elezioni europee avevo detto che pur con molti dubbi,davo la mia preferenza al tentativo di fare di SeL il soggetto nuovo di una sinistra riformista,ecologista e di governo,distinta e autonoma e in competizione/alleanza col PD.Per questo non avevo condiviso né le accelerazioni di chi irrealisticamente puntava a farne immediatamente un partito,né le posizioni di coloro che volevano bloccare il processo in nome di una autosufficienza socialista non più proponibile.Agli uni e agli altri,convergenti nel chiedere un congresso straordinario del PS,avevo obiettato di preferire una via graduale,ma chiara, di sperimentazione del progetto di SeL.Nel momento in cui il segretario Nencini butta a mare questa linea politica con un accordo di potere col PD toscano,non accetto di restare a fare da copertura di scelte non discusse e non condivise..Pertanto mi dimetto dalla Segreteria nazionale del PS e chiedo la convocazione urgente del Consiglio nazionale per esaminare la nuova situazione e convocare un congresso straordinario del partito.Aggiungo che il giorno che ritenessi che non ci fosse altro spazio per fare politica a sinistra che all’interno del PD,ci andrei libero dai vincoli e dalle prassi che condizionano questo PS. Lanfranco Turci 29-07-09------------------------RINGRAZIO TURCI PER AVER SALVATO QUANTO POTEVA DELLA DIGNITA' DEI SOCIALISTI
Inviato da pierinomercoledì 29 luglio 2009 - 6.07
quanta fuffa. per forza il segr. un' si presenta. Forza e coraggio, noi un'ce la faremo. La ditta chiude per mancanza di clienti e quelli che ci sono litigano fuori della saracinesca. Forza e chipuò coraggio...... (mamma mia! non me lo meritavo..)
Inviato da Isidoromercoledì 29 luglio 2009 - 5.02
Sbaglio o Nencini&Co. sono riusciti in un'impresa...?E' davvero incredibile ma hanno contro sia quelli che non sono d'accordo su Sinistra e Libertà sia quelli che invece intendono aderirvi.E con la porcata della legge regionale toscana c'hanno contro pure le altre componenti di SeL.Bisogna avere davvero capacità fuori dal comune per riuscire in tutto ciò...come al solito, a pagare saranno i militanti socialisti...Il rischio è che contemporaneamente, da un lato, si verifichi l'ennesima scissione dell'atomo mentre, dall'altra, ciò che resta del PS entri in SeL senza poter godere di alcuna credibilità nei confronti delle altre forze che vi partecipano. Non c'è che dire:un'impresa!!!
Inviato da Matteomercoledì 29 luglio 2009 - 4.27
Mi trovi sul sito di Craxi, per contestare e sobillare e rompere le palle a quelli come te, come sempre. Fraternamente, Matteo.
Inviato da paraponziponzipòmercoledì 29 luglio 2009 - 3.25
matteoooooooo...... andreaaaaa........ dove siete? non volete più cacciar via i poltronari per sostenere riccardino il magnifico? forza con la ramazza olio di gomito e spazzate via i socialisti toscani, coraggiooooooooo
Inviato da Cesare Battistimercoledì 29 luglio 2009 - 2.47
I Socialisti credono nel progetto di “Sinistra e Libertà” di f.b. I Socialisti del Canavese riuniti per l’analisi dei risultati elettorali e della situazione politica conseguente alle elezioni europee ed amministrative, hanno approvato il seguente Ordine del Giorno: I Socialisti guardano con attenzione all’esperienza di Sinistra e Libertà. Il milione di voti raccolti nella consultazione elettorale europea rappresentano un patrimonio che non deve essere disperso. I Socialisti si impegnano per costruire in Italia una nuova sinistra di governo aperta a tutte le forze riformiste della sinistra e del centro sinistra. Si deve sostenere il progetto di una forza che intende assumersi l’onere di governare le tante complessità del nostro Paese, costruendo una nuova sinistra italiana, laica e pragmatica, ambientalista ed innovatrice nella scia della migliore tradizione del movimento democratico e socialista europeo. Partendo dai valori di fondo della lotta alle disuguaglianze sociali che oggi si caratterizzano in modo diverso dal passato, i Socialisti sono pronti a confrontarsi con i rappresentanti territoriali delle altre componenti di Sinistra e Libertà, per individuare insieme il percorso da attivare per dare impulso al progetto, per una politica alternativa a quella che oggi immiserisce la vita civile e sociale del nostro Paese.
Inviato da Gabriele Ariolamercoledì 29 luglio 2009 - 12.51
Signori che ancora vi ostinate a litigare su questa "si loca"....... dopo i sitin del signor Nencini al Quirinale per ripristinare la preferenza e quelli contro lo sbarramento alle europee, ieri in Toscana è passato lo sbarramento senza nemmeno il voto di preferenza. Il consigliere regionale Nencini non ha avuto nulla da ridire. Siccome i Verdi in Toscana già si sono tirati fuori da oltre una settimana da SL, o Nencini è certo-ma egualmente avrebbe dovuto farne una questione di principio,se ne avesse- che con quello che resta si supera il 4% (allora è folle) o per la sua cadreghina si è già accordato col PD. Io propendo per questa seconda ipotesi,ma qualcuno è ancora convinto che SL esista? E qualcuno pensa ancora che Nencini sia credibile?
Inviato da Isidoromercoledì 29 luglio 2009 - 11.37
Caro segretario, grazie per questa bella pagina scritta insieme al compagno di merende Ciucchi...è quello che mi aspettavo per decidere definitivamente di NON rinnovare la tessera ad un partito in cui avevo (ingenuamente) creduto e che invece mi appare privo di ogni ambizione politica e pieno di ambizione per le poltrone e poltroncine varie…Il PS attuale è quanto di più antitetico ci sia rispetto all’idea di socialismo…I miei più vivi complimenti da un (ormai ex)iscritto… P.S. In bocca al lupo per le prossime elezioni regionali.Spero almeno che dopo tutto questo casino sollevato la poltrona la salvi!
Inviato da Isidoromercoledì 29 luglio 2009 - 11.33
Terra solleva il caso e in Toscana divampa la polemica. Pietra dello scandalo la nuova legge elettorale regionale presentata dal Pd e appoggiata da Pdl e socialisti: soglia di sbarramento al 4%, cinque candidati nei listini e ricalcolo dei resti a solo vantaggio dei partiti maggiori. Come “incentivo” all’approvazione, il Pd lancia una lista bloccata, “Toscana democratica”, dove Riccardo Nencini, presidente del Consiglio regionale dal 2000, sarebbe rieletto. Ma Nencini è anche il segretario del Ps, protagonista a livello nazionale del progetto di Sinistra e libertà. «Vogliamo andare a vedere se si tratta veramente di superare l’isolamento veltroniano per sostituirlo con una strategia delle alleanze che faccia della Toscana un laboratorio politico nazionale. Se così non fosse non metteremo nelle mani di nessuno la nostra libertà», risponde a Terra Pieraldo Ciucchi, segretario regionale del Ps. «E'un errore politico rispetto al quale bene hanno fatto i Verdi e altre forze di sinistra a opporsi con forza», commenta Grazia Francescato. «La legge elettorale della Regione Toscana non diventerà una pericolosa occasione di scontro dentro Sinistra e libertà, a meno che non la si voglia prendere a pretesto rifuggendo dalla ricerca di soluzioni intelligenti e utili a tutti, visto che l’ambizione di Sl è anche di governare le istituzioni locali e nazionali ». Parola di Pieraldo Ciucchi, segretario regionale dei socialisti, che così replica al corsivo pubblicato ieri da Terra. Ma il caso, al momento, sembra tutt’altro che risolto. E in Toscana il pericolo è il naufragio di Sinistra e libertà. Nonostante l’articolata difesa dell’esponente del Ps, che spiega: «A maggio una parte di Sl, con i socialisti contrari, respinge una proposta di nuova legge elettorale presentata dal Pd basata sui collegi uninominali. La proposta avrebbe obbligato Pd e Sl a un accordo preventivo, programmatico e politico, e avrebbe costituito il cuore di ogni altra futura alleanza di governo della Regione. Primo errore. Voglio ricordare – aggiunge Ciucchi - il caso Puglia. Poche settimane fa il presidente Vendola ha promosso un rimpasto che durante il seminario del 3 luglio lasciò un diffuso amaro in bocca a molti leader di Sl. Nessuno, però, fiatò, in omaggio alle ragioni esposte da Vendola e per non complicare ulteriormente una situazione delicata. Due pesi, due misure, pare. Con la responsabilità della rottura che sta da un’altra parte. Ancora: il Pd, a fronte dello sbarramento elettorale, propone a Sl un’alleanza “qui ed ora” che si candidi al governo della Toscana. I partiti dovrebbero presentarsi sotto un simbolo evocativo di Toscana Democratica, la coalizione che guida la Regione dal 2000 e sotto il cui simbolo molti tra noi sono stati eletti in passato. Parte di Sl dà risposta negativa». Poi Ciucchi conclude: «Ci sono problemi aperti dentro Sl? Sicuramente sì, ma qualunque organizzazione politica ne ha. Per risolverli non c’è altra strada che quella del dialogo... anche perché non penso che Sl senza i socialisti avrebbe un futuro più luminoso». Questione chiusa quindi? Tutt’altro. Ieri, in una conferenza stampa a cui ha partecipato un ampio fronte composto da Udc, Sd, Pdci, Prc, Verdi («assente il “traditore” Nencini», commenta caustico il verde Roggiolani), è stata illustrata una proiezione secondo la quale, se passasse la proposta di legge Pd-Pdl-Ps, il prossimo Consiglio regionale vedrebbe assegnati 29 seggi al Pd, 16 al Pdl, 4 all’Idv, 2 all’Udc, 2 alla Lega e 2 a Prc-Pdci. Di fatto, sparirebbe Sl. E la Sinistra insorge: «Se approvata si configurerebbe un vulnus per la democrazia». Aggiunge Roggiolani: «Ma Nencini non è lo stesso che qualche mese fa si incatenò contro la proposta del Pd nazionale di stabilire il quorum al 4%?». Il rischio naufragio di Sl fa reagire i vertici nazionali. La portavoce dei Verdi Grazia Francescato è chiara: «Siamo fermamente contrari allo sbarramento del 4% anche per l’elezione del Consiglio regionale toscano». Claudio Fava, leader di Sd, rimane ottimista: «La legge al 4% rassomiglia più al Pd che a noi ma ciò non vuol dire che diventeremo ostili nei loro confronti. Spero che la vicenda con i socialisti possa trovare una composizione».
Inviato da chi vive nell'ombra ORIGINALEmercoledì 29 luglio 2009 - 9.28
Naturalmente credo che l'avete capito non è il mio stile Chiedo io scusa per loro.L'educazione diventa un optional. COMUNQUE IL TUTTO IN QUESTO BLOG SI E' RIDOTTO AD UNA FALSA CON ANDREA E MATTEO Che vivono in illusioni utopiche ed il SEGRETARIUCCIO SEMPRE PIU' SOLO A CONTEMPLARE "L'IMPERFETTO ASSOLUTO" CHE BRUTTO SOGNO PER I SOCIALISTOIDI.Cari due come giustificate l'appoggio del Reuccio in Toscana all'ennesimo esproprio della democrazia al popolo coglione? (il famoso 4% regionale) capisco che per RICCARDO dopo il cinghialorum (non lg porcata !!)toscano da lui voluto questa altra per la conbricola di Nenci è normalità, ma allora non doveva scandalizzarsi dei vari veltrusconi andando in parlamento a volantinare..... e bhe!!! si il fondo non ha mai fine. MENO MALE CHE MATTEO E ANDREA C'E!!!!
Inviato da paraponzipozipòmercoledì 29 luglio 2009 - 1.56
prrrrrrrrrrr....firmato chi vive sempre al sole
Inviato da puzzailsignorvincenzomercoledì 29 luglio 2009 - 1.27
Il professore esimio Vincenzo Puzza è lieto del risultato conseguito dalla lista Sinistra e Libertà, ed è sempre più convinto della necessità di continuare in questa direzione
Inviato da chi vive sempre al solemartedì 28 luglio 2009 - 9.08
Paraponzipo' ma chi ti credi di essere per scrivere in quel modo,prendersela con Andrea e Matteo ognuno su questo blog può esprimere i propri giudizi politici e le proprie idee con educazione e rispetto,mi dispiace ma sei solo un povero sfigato che passa il suo tempo a scrivere su questo blog,a prendersela con quello e con questo,se non ti piace il PS- S e L etc cambia aria,perché non vai un po' in ferie,poi magari al ritorno se ti va continua a scrivere ma con garbo ed educazione altrimenti il blog sta bene anche senza di te e dei tuoi stupidi interventi.CAPITOOOOO ARIA CAMBIA ARIA ed abbi il coraggio di firmarti con il tuo vero nome e cognome specie quando insulti la gente.SFIGATO
Inviato da paraponziponzipò cresce matteo andrea mauromartedì 28 luglio 2009 - 6.24
Inviato da Mauromartedì 28 luglio 2009 - 5.37
paraponziponzipò, non credi che dovresti darti te una regolata...quì ognuno a diritto ad esprimere le proprie opinioni, senza essere offeso.... un Socialista simpatizzante di SeL
Inviato da Matteomartedì 28 luglio 2009 - 4.06
Alla fine è vero, se si arrivasse ad una microsecessione- per quanto io non la condivida- se ne andrà la parte del partito più "poltronara" della quale non sento la mancanza. La cosa divertente sarà vedere la futura collocazione di questi socialisti clandestini! Dove andranno? Si scioglieranno nel PD? Alcuni- sono pronto a giurarci!- se ne andranno pure nel PDL alla facci dell'autonomia e Caldoro già si sfrega le mani (Stefania Craxi è al settimo cielo!). Io ringrazio Riccardo per il lavoro fin qui fatto. Mi aspetto ora la convocazione di un congresso e non vedo l'ora di votare e far votare per S e L!
Inviato da andreamartedì 28 luglio 2009 - 3.00
che bello vedere far pulizia di certa teppaglia politica.grande riccardo.
Inviato da paraponziponzipò matteo andreamartedì 28 luglio 2009 - 1.21
e chi cazzo sono matteo e andrea? andrea e matteo........matteo e andrea ....chi? paraponzipozipò andrea matteo
Inviato da Matteomartedì 28 luglio 2009 - 11.22
Mi lasci indifferente mio caro "paraponziqualcosa" come tante teste fine saccenti che scrivono sotto falso nome su questo blog e che si dicono depositarie della verità socialista. La cosa più triste di voi è questa, lasciate indifferente chi vi legge, se non per gli insulti che vi danno un po' di colore come il vino lo dà alle guance dell'ubriaco. Comunque ora avente il vostro blog "vincente" : quello di Bobo Craxi e di altri spellacchiati quattro gatti socialisti autonomisti, pronti a fondare un proprio partitino per difendere la propria cricca di potere locale e il poltronismo "poltrone" deei nostri cari eletti consiglieri, assessori e quant'altro. Cosa non si fa per rendersi INUTILI!
Inviato da andreamartedì 28 luglio 2009 - 10.37
qui qualcuno si deve dare una discreta regolata, sia in fatto di educazione che in termini di linguaggio verso chi ci scrive, nel rispetto di ogni idea, altrimenti cosa ci fa nel blog del segretario del ps?
Inviato da paraponziponzipòmartedì 28 luglio 2009 - 1.27
"Gli ex DS devono avere il coraggio di dirsi socialdemocratici! Se un giorno decideranno di entrare in S e L io non metterò la pregiudiziale della loro provenienza politica dal PCI"........Matteoooooo,non è che ti sei troppo montato la testolina? Tu non metti pregiudiziali,ma chi cazzo credi di essere diventato,scribacchiando su questo ridicolo blog? ma chi cazzo se ne strafotterebbe delle tue pregiudiziali? datti una regolatina,presuntuosetto lo sei sempre stato,ora sei fuori di testaaaaaaaaaaa
Inviato da Massimo Lottilunedì 27 luglio 2009 - 6.15
da LABOURATORIO N. 50 - Tommaso Ciuffoletti A Malta i socialisti vanno alla grande. Alle Europee il Partit Laburista, guidato dal 35enne Josep Muscat, ha preso un bel 54,77%. Festa! Champagne! Ricchi premi e cotillons! In attesa che da La Valletta parta la riscossa socialista in Europa e in Occidente, a qualcuno vien tuttavia il fondato dubbio che si sia giunti al capolinea. A lanciare nuovamente il sasso nello stagno è stato Bernard-Henri Lévy, che in una recente intervista sul Journal du Dimanche ha serenamente affermato che il partito socialista francese deve scomparire. Stavolta non si tratta di furberie retoriche o di un dibattito strumentale tipo quello a cui abbiamo assistito in Italia ai tempi in cui nasceva il Partito Democratico. Stavolta, pur conoscendo il radicalscicchismo di Bernard-Henri Levy, la provocazione arriva in un momento in cui l’imbarazzato silenzio seguito al disastro delle Europee rischiava di diventare la prova provata che sì, quel capolinea era ormai stato raggiunto. Non solo in Francia, ma, appunto, in tutta Europa. Un capolinea che sta nelle parole d’ordine dei socialisti d’Europa, prima ancora che nelle urne. Per lunga parte dello scorso secolo la socialdemocrazia ha rappresentato il compromesso più lungimirante realizzato tra la borghesia capitalista e la classe operaia*. Le conquiste di quel periodo hanno significato maggiori tutele, maggiori garanzie, maggiori diritti per larga parte delle società in cui quel compromesso è stato più o meno compiutamente realizzato. Oggi però quelle società non esistono più. Quanto meno non sono più rappresentabili da quel compromesso. Non accettare questa evidenza è ciò che sta facendo scomparire i socialisti d’Europa, molto più che le asserzioni di Levy. Il modello di stato sociale costruito in quegli anni, soprattutto nell’Europa settentrionale, ha garantito crescita e progresso, ma non calza più per una realtà mutata. Insistere nella sua difesa tout-court significa attestarsi, di fatto, sulla linea di conservazione di un’esistente che non può più resistere di fronte ai suoi costi, alla parzialità delle tutele che può garantire, così come manca di ricette per affrontare credibilmente le sfide della globalizzazione, dell’immigrazione e dei suoi effetti. E per favore, non ci si illuda che le risposte stataliste alla crisi abbiano rilanciato le ragioni di un rinnovato “socialismo” de facto. Quello che abbiamo visto all’opera di recente è un atteggiamento prettamente emergenziale, si tratta di uno statalismo di salvataggio, che non ha nulla di programmatico a lunga scadenza, né di ideologico e che non può avere né l’uno, né l’altro**. Se oggi il socialismo ha da essere è bene che sia altro da quello che si nasconde dietro slogan inneggianti al socialismo europeo (quando poi di fatto non esiste, ma esistono piuttosto socialismi europei). Anche perché là dietro sta nascosto niente più che un cadavere. Ma anche ai cadaveri c’è chi è affezionato e chi ancora s’affeziona, senza che ciò porti grande giovamento né a costoro, né al cadavere. Diverso è invece rimanere affezionati al ricordo di ciò che era prima di quel cadavere. Libertà e uguaglianza, meriti e bisogni, diritti e doveri. Per rinnovare quell’affetto, e se proprio vogliamo credere che esista un socialismo europeo, allora forse varrebbe la pena ripartire di lì e magari recuperando dall’oblio il Libro Bianco per l’occupazione e lo sviluppo proposto da Jacques Delors. Altrimenti ci si accontenti di continuare a morire a stento. Del resto a noi socialisti d’Italia una simile sorte è stata ormai di fatto consegnata da una storia tanto infame quanto pietosa. Infame per come ha archiviato un assassinio politico e moralista, pietosa nel consentirci oggi, magra consolazione, di morire a stento, ma canticchiando in rima.
Inviato da andrealunedì 27 luglio 2009 - 2.45
matteo spero, mi augoro, tifo per S&L che superi il 4% e che vada anche oltre e l'apporto del ps sia cospicuo, ma il confronto con il pd è impari. alle recenti amministrative , colpa anche di sd e la sinistra che sono andati per la loro strada, qui hanno imposto il simbolo e altre cose, forti dei loro voti , con molta supponenza,per essere alla loro pari bisogna avere il 10% perlomento.
Inviato da Matteolunedì 27 luglio 2009 - 1.27
Secondo me S e L in una fase successiva aderirà a pieno titolo tutta al PSE, mentre per il PD io mi auguro che risolva le sue contraddizioni interne. parliamoci chiaro, se gli ex DS si dichirassero socialdemocratici , S e L potrebbe collaborare strettamente con loro per lavorare ad un nuovo centro-sinistra da contrapporrre a Berlusconi. Io credo che S e L supererà il 4% sin dalle prossime votazioni, ne sono convinto. Poi sarà tutto un ridisegnare gli equilibri della politica italiana e anche i socialisti come membri fondanti di S e L avranno molto da dire. Forse addirittura il centro sinistra tornerà vincente.
Inviato da Gabriele Ariolalunedì 27 luglio 2009 - 1.25
mentre nencini tace,i compagni parlano......ma non qui,chè tanto è inutile....http://www.facebook.com/home.php#/note.php?note_id=113619436335&ref=mf
Inviato da Matteolunedì 27 luglio 2009 - 1.23
http://www.14luglio.it
Inviato da andrealunedì 27 luglio 2009 - 1.01
matteo, la mia paura è che di fronte a un partito che viaggia intorno al 30% come facciamo ad opporci con lo 0,90% o il 3,10% di S&L se vuole proporsi con sigle socialdemocratiche? finora la ns. speranza di rinascita è il pse , ma se il pd o chi per esso si mette sulla stessa strada (considerando che l'apporto dell'ex margherita è ai minimi e molti si sono gettati nell'udc)con cosa ci opporremo? spero di sbagliarmi ma la vedrei male matteo. noi dobbiamo andare avanti evidenziando le contraddizioni che ci sono nel pd, ma il giorno che non ci fossero piu'?
Inviato da chi vive nell'ombralunedì 27 luglio 2009 - 10.46
SI VOCIFERA CHE IL "DEMOCRATICO" NENCINI HA DECISO DI SCIOGLIERE IL PS IN SeL NO COMMENT..........
Inviato da Matteolunedì 27 luglio 2009 - 10.33
da te Andrea non mi aspettavo un post come questo! Gli ex DS devono avere il coraggio di dirsi socialdemocratici! Se un giorno decideranno di entrare in S e L io non metterò la pregiudiziale della loro provenienza politica dal PCI, pur covando rabbia per le loro scellerate decisioni politiche di questi anni.
Inviato da andrealunedì 27 luglio 2009 - 9.04
leggo adesso il post di riccardo su bersani che il l'auspicata svolta del pd dichiarandosi socialdemocrato.a parte il fatto che il rimasuglio di quello che resta dei margheritini non so come lo accetterebbe, ma non significherebbe la fine dell'identita socialista vera che deriva dal psi?sarebbe la parola fine del vero socialismo , per consegnare definitivamente il tutto nelle mani degli excomunisti.per questo S&l deve rafforzarsi e radicarsi per rappresentare una vera identità socialista.
Inviato da Chi vive sempre al soledomenica 26 luglio 2009 - 12.36
Scusate c'e' qualcuno di voi che parte per Jesolo dal 29-07 al 12-08 ho restate tutti all' ombra a parlare sempre e solo di politica????Basta una tessera al giorno ed il problema non torna!!
Inviato da Francesco Mundosabato 25 luglio 2009 - 1.19
Notizie da Bitonto. Giovedì 16 Luglio alle ore 19, la sezione bitontina del Partito Socialista assieme a Sinistra e Libertà, ha promosso un Incontro Pubblico con i cittadini di Palombaio (una frazione di Bitonto con oltre 3000 abitanti) per discutere e affrontare i problemi ancora irrisolti della Comunità Palombarese. Sin dalla campagna elettorale il Partito si è messo in ascolto del grande disagio misto a rabbia della stragrande maggioranza dei cittadini della frazione più popolosa di Bitonto. In questo pezzo importante del territorio bitontino, l’astensionismo ha toccato quota 50 %. Questo ha avuto un preciso significato politico che il Partito Socialista e Sinistra e Libertà hanno voluto marcare. L’impegno preso con tutti i cittadini durante e dopo la campagna elettorale, in seguito a ripetuti incontri avuti con gruppi e singoli abitanti, ora ha preso una concreta fisionomia: si è dato vita a un laboratorio politico di cittadinanza per attivare sensibilità e partecipazione, impegno e speranza civile, atteggiamenti necessari al fine di uscire dallo stato di marginalizzazione e frammentazione che oggi sembrano pervadere cittadini, partiti e istituzioni nel nostro paese. Tutte cose che finiscono per allontanare i cittadini da una vera vita democratica e non ultimo dalle urne. L’incontro, svoltosi nella piccola piazza della frazione, ha visto la partecipazione attiva di oltre duecento persone, con più di una quindicina d’interventi per la maggior parte di donne. L’evento è durato circa tre ore e alla fine, quando l’assemblea si è sciolta, erano numerosi i capannelli di gente che è rimasta a discutere ancora a lungo delle varie questioni emerse. Il prossimo appuntamento è fissato nella seconda metà di settembre.
Inviato da Matteosabato 25 luglio 2009 - 1.13
Io a Cupra Marittima ci andrò in ferie dal 27 agosto: se c'è qualche socialista di lì avrei piacere di fare qualche chiacchierata. però , caro Ombra, mi pare che Cupra Marittima sia un posto piuttosto piccolo per rappresentare un trend nazionale..ma magari mi sbaglio.
Inviato da rosso malpelosabato 25 luglio 2009 - 12.34
dal sito ufficiale di SEL su FB: sondaggio (statisticamente non attendibile in quanto basato su campione non casuale di 100 persone che hanno risposto al questionario) Cosa hai votato alle politiche 2008? Sinistra Arcobaleno 72 72% Partito Socialista 10 10% Pd 12 12% IDV 3 3% non ho votato 2 2% altro 1 1% Total 100 Cosa hai votato alle recenti europee? Sinistra e libertà 91 91% Lista Comunista 3 3% PD 2 2% radicali 1 1% IDV 1 1% non ho votato 2 2% Total 100 Cosa vorresti per il futuro di Sel? Alleanza elettorale tra gli attuali partiti (Mps/Uls/Ps/Versi/Sd) 1 1% Alleanza elettorale allargata ad altri partiti (prc, radicali, idv, altri) 2 2% Federazione allargata ad altri partiti (prc, radicali, idv, altri) 2 2% Federazione tra La Sinistra (Mps/Uls/Sd), Verdi, Radicali, Socialisti 9 9% partito unitario con gli attuali partiti aperto alla sinistra diffusa 63 63% Partito unitario aperto ad altri partiti (prc, radicali, idv, altri) 19 19% ogni partito da solo 2 2% nessuna delle precedeti 2 2% Total 100 Quale collocazione europea vorresti per Sel? PSE-APSDE (socialisti/democratici) 34 34% GUE (comunisti/sinistra europea) 32 32% VERDI 5 5% autonoma 9 9% non so, per ora nessuna 17 17% nessuna delle precedenti 3 3% Total 100 Quale partito/movimento voteresti tra questi se Sel non esistesse? Mps 29 29% Sd 19 19% Verdi 3 3% Uls 1 1% Federazione di Sinistra di alternativa 11 11% PS 8 8% IDV 6 6% non voterei 14 14% nessuna delle precedenti 9 9% Total 100 Sei tesserato in qualche partito/movimento? Se si, quale? Ps 8 8% Pd 1 1% Verdi 3 3% Sd 18 18% Mps/ Uls 20 20% Non sono tesserato 48 48% altro 2 2% Total 100
Inviato da rosso malpelosabato 25 luglio 2009 - 12.30
dimenticavo al firma al mio precednete post
Inviato da unknownsabato 25 luglio 2009 - 12.29
scivo questo breve post solo per farvi presente che ormai questo blog serve solo per discussioni "ad personam" (ombra vs matteo, ombra vs andrea, etc etc) mentre in altri siti si parla di politica. qu sembra che ormai si aspetti solo l'ultima provocazione di ombra e la contoreplica di qualcuno dei giovani che animano (in assenza di post del legittimo proprietario) questo blog. la storia cgiarirà luci e ombre di ognino, persino di Craxi e concordo con quelli che hanno ricordato ai più giovani che non è stato solo "il mazzettaro" che ormai è passato nella vulgata ma cmq nel bene e nel male uno statista che è rimasto la prima (e forse unica) vittima del suo ego e della sua feme di potere. cmq continuate pure ad accapigliarvi su questioni futili; altrove si parla di scuola, immigrazione, diritti... da ultimo: caro segretario: E' VERGOGNOSO IL MODO CON CON CUI NON GESTISCI QUESTO BLOG; e non farti scudo dietro i tuoi impegni; glli unici che hai sono quelli di promuovere il tuo libto, visto che non hai incarichi di nessuna sorte e quanto a quelkli del ps, lasciamo stare che è meglio. Vendola guida una regione, partecipa alle attività di SEL e riesce pure a mantenere attivo il suo sito, con numerosi interventi che spesso servono da stimolo per il dibattito. se non sei in grado di dare una risposte di tanto in tanto su questo blog CHIUDILO, tanto così impostato E' INUTILE!!!!!!!!!
Inviato da chi vive nell'ombrasabato 25 luglio 2009 - 12.19
PD: NENCINI, BERSANI NON ABBIA PAURA A IMMAGINARE PD SOCIALDEMOCRATICO: GIUSTA AFFERMAZIONE.....MHA!!! DOMANDA? QUALORA IL PD SI DICHIARASSE SOCIALDEMOCRATICO LE POSIZIONI DEL PS O SEL QUALI SAREBBERO? AVREBBE SENSO CHE STIANO DUE PARTITI SOCIALDEMOCRATICI? NATURALMENTE D'ISPIRAZIONE SOCIALDEMOCRATICA. IL BLOG CARO NENCINI E' TUO ED ESSENDO SEGRETARIO DEL PS E' TUO COMPITO E TUA PREMURA TRACCIARE IL SOLCO E NATURALMENTE RISPONDERE ALLE TANTE ORMAI DOMANDE. IL BRAVO REUCCIO C'E' LA FARA'?
Inviato da chi vive nell'ombrasabato 25 luglio 2009 - 8.49
E PER FAR FELICI MATTEO E QUESTO ARGUTO PUGLIESE MUNDO "SOCIALISTA DOC" INVIO QUESTA LETTERA MOLTO ESPLICATIVA CHE HO RICEVUTO IN PRIVE' MA CHE TRANQUILLAMENTE TROVATE SU FB. ANCHE RODOLFO SMERALDI SBAGLIA? (resto sempre della mia opinione diffusa che i socialisti sono morti e che il "SOCIALISMO" e sano e vegeto e si sta evolvendo in una determinata elite'per poi essere diffuso ma questa è un'altra storia) Riporto qui in sintesi la "colorita" ma sentitissima nota che lo storico compagno romano Rodolfo Smeraldi ha pubblicato oggi su FB. http://www.facebook.com/mario.franc...88261835&ref=mf In essa Smeraldi si rivolge direttamente alla Segreteria nazionale PS facendo anche riferimento ad un nuovo e più che dubbio provvedimento di sospensione dal partito di alcuni compagni di Livorno. ---------------- Vergognatevi, non vi siete limitati ai mezzucci adoperati alle riunioni della Direzione e del Consiglio Nazionale, dove avete fatto passare con una sessantina di voti il vostro documento per mantenervi libertà di movimento alle prossime elezioni regionali, libertà necessaria per mantenervi o conquistare poltroncine. AVETE PASSATO IL SEGNO, AVETE GENERATO UN CLIMA INFAME CON I VOSTRI SPORCHI GIOCHI. Adottate procedure da ufficiale giudiziario, mandando lettere di sospensione dal partito ai compagni di Livorno, come notifica, recitando solo che sono stati sospesi fino al 31.12.2009, senza uno straccio di motivazione, senza uno straccio di contraddittorio,con uno stile burocratico aziendale, da padroni assoluti del vapore. Il vostro tempo è scaduto,dimettetevi e convocate un congresso straordinario,non mi scuso per la volgarità,a Roma si dice,"QUANNO CE VO',CE VO'" NE HO(FORSE NON SONO IL SOLO) LE PALLE PIENE DEI VOSTRI MISFATTI
Inviato da chi vive nell'ombrasabato 25 luglio 2009 - 8.38
CARO MUNDO credo che la tua post si inesatta oppure analizzi la situazione tipicamente da fattoria visto che parli d'asini e di lavar la testa etc... Se forse io sono distruttivo e ho malumori e naturalmente sbaglio, ollora sbagliano I LIVORNESI I PUGLIESI QUELLI DI CUPRA MARITTIMA tanto per citare qualcuno se poi citiamo la dirigenza Da DE MICHELIS a BOBO a SPINI a tutti quelli che in pratica prendono le distanze dal partito NENCINIANO tutti SBAGLIANO. Se poi invece come tu sostieni il SEGRETARIO avesse ragione perchè non porta le sue ragioni ad un congresso straordinario e li fà valere? E BHE!!! CARO MUNDO DELL MONDO voglio anche io citarti un proverbio a anzi due il 1) NON C'E' PIU' SORDO DI CHI NON VUOL SENTIR RAGIONI 2) GUAI AL MARINAIO CHE DURANTE IL SUO VIAGGIO PERDE LA SUA BUSSOLA PERCHE' NON TROVERA MAI IL PORTO D'APPRODO.
Inviato da Matteovenerdì 24 luglio 2009 - 11.13
Ombra, e tu ci sei o ci fai? Ha ragione Francesco Mundo: appena si cotruisce qualcosa subito c'è chi la vuole distruggere. Che pena essere socialisti oggi! Una pensa doppia essere di Sinistra e Libertà e tripla, essere semplicemente di sinistra. Non sono tempi facilie leggendo i tuoi post ombra non faccio che rendermene conto ogni giorno. Forse la destra qui è destinata a durare per 20 anni come in Giappone, prima di vedere un qualche cambiamento. E tutto ciò grazie a quelli che non trovano una sintesi tra le loro utopie e la realtà. Questa gente farebbe cadere le braccia a chiunque, ma ce li ritroviamo tutti noi nella sinistra. A destra almeno hanno idee chiare e una visione d'insieme del mondo e della società semplice ed efficace. Dalla nostra parte solo tanta, troppa confusione. Pensaci Ombra! Non tutti quelli che sono in disaccordo con la tua suprema verità sono dei coglioni.
Inviato da Francesco Mundovenerdì 24 luglio 2009 - 9.17
Cari Compagni, non di rado vengo su questa piazza virtuale per leggere commenti e riflessioni che dovrebbero scaturire dall’articolo di Riccardo e da come, in seno agli organi statutari del Partito, nelle sezioni e nei consessi nei quali lo stesso Partito è rappresentato, si sviluppa il dibattito politico sui temi dallo stesso Segretario indicati e, non ultimo, da come gli “altri”, amici e avversari, reagiscono alle nostre sollecitazioni. Insomma, per cogliere nuovi stimoli, capire, imparare, ...guardare avanti per andare avanti. Penso che questo dovrebbe essere stato lo spirito di chi, METTENDOCI LA FACCIA, abbia voluto questo blog non tanto per fare propaganda, ma soprattutto per far incontrare, in maniera virtuale, persone di esperienze comuni, di esperienze affini e anche di diversa provenienza con l’unico scopo di SAPERE e CAPIRE, OGGI, COME CI VEDIAMO, COME CI VEDONO GLI ALTRI, ma soprattutto COME SIAMO CAMBIATI NOI SOCIALISTI, quelli che non si nascondono, che non stanno alla finestra soltanto per guardare, che non vivono nell’ombra come i pipistrelli, non si celano dietro un nickname, ma che stanno tra la gente e operano alla luce del sole, mettendoci la passione politica di sempre, un pizzico di orgoglio, ma soprattutto due cose importanti più di tutte le altre: LA DIGNITA’ e LA FACCIA. Invece......???? Invece mi trovo spesso a leggere commenti di chi si è prefissato un preciso obiettivo: quello di portare la discussione e il confronto su temi che nulla hanno a che vedere con le riflessioni espresse e gli argomenti proposti dal Partito attraverso il suo Segretario e anche i suoi aderenti. L’intento, per me fin troppo evidente, è quello di chi di giorno assiste all’opera del muratore che faticosamente mette i mattoni uno sull’altro allettandoli con la calce, PER COSTRUIRE LA CASA e, di notte, approfittando che la calce è ancora fresca, distrugge il lavoro fatto dal muratore il giorno prima. Compagni guardiamo avanti e non polemizziamo con chi persegue questo intento. Al mio paese, Bitonto, si dice: “ a laveu la cheup au ciucc, s’ perd timb, acqu e sapaun!” Traduco: “a lavar la testa all’asino, si perde tempo, acqua e sapone!” Con simpatia. Francesco Mundo
Inviato da chi vive nell'ombravenerdì 24 luglio 2009 - 9.01
CARO MASSIMO GIAMMAI POLIMIZZEREI CONTE....MA PERDONAMI COSA HO DETTO D'INESATTO?NON HO PARLATO DEL DNA SOCIALISTA NE TANTOMENO SONO IN CERCA DEL SESSO DEGLI ANGELI!!! HO SOLO COSTATATO LA REALTA' DEI FATTI.NON SI CHIAMA SOCIALISTA CHI E' SOCIALCOMUNISTA NE LO PUO' ESSERE CHI E' SOCIALFASCISTA. SBAGLIO!!!NON CONDIVIDENDO L'IDEOLOGIA COMUNISTA ED ABBERRANDO QUELLA FASCISTA PREFERISCO VIVERE NELL'OMBRA INSIEME A I TANTI CHE CREDONO NEL TRINOMIO U.L.F. SOSTENGO CHE PER SOCIALISMO NON S'INTENDE UNA IDEOLOGIA ASFITTIUCA E STANTIA MA UNA IDEOLOGIA DINAMICA CHE SI ADEGUA AI TEMPI ED AI FABBISOGNI DELLA SOCIETA' QUINDI NULLA DI STRANA SUL PIANETA TERRA!!!
Inviato da Massimo Lottivenerdì 24 luglio 2009 - 6.26
* Ombra. Forse il caldo ha dato alla testa e quindi non voglio più polemizzare con te su chi sia il socialista perfetto (parafrasando il ventennio). Io sono e rimango un socialista-liberale che (citando Popper) non è "una persona che simpatizza per qualche partito politico, ma semplicemente un uomo che dà importanza alla LIBERTA' individuale ed è consapevole dei pericoli inerenti a tutte le forme di potere".
Inviato da chi vive nell'ombravenerdì 24 luglio 2009 - 6.00
MATTEO O CI SEI O CI FAI???!!!! DECIDI TU. AVRAI LETTO I POST PRECEDENTI? IL PS E' MORTO NON C'E' PIU' DIASPORA PERCHE' NON CI SONO PIU' DESASPARASIDOS IL FUGGI FUGGI E' SPETTACOLARE E COME DICEVO QUALCHE ANNO FA' DOVETE RINGRAZIARE IL REUCCIO NENCINI. A LIVORNO IL CIUCCHI SOSPENDE PER MOTIVI DI CUCINA E DI DARE L'ACCONTTENTINO A QUALCHE AMICO: E' QUESTO IL SOCIALISMO DEL XXI SECOLO? PREFERISCO L'OMBRA DEI CUGINI E FRATELLI IN QUESTO IMMENSO BOSCO DOVE TANTI CUCCIOLI VENGONO ALLEVATI PER SEDERSI E FAR PARTE DEL "NUOVO ORDINE MONDIALE" DEL VERO ED UNICO NUOVO SOCIALISMO DEL III MILLENIO (non intendete nuovo ordine come quello fascista o nazista , ma come una nuova forma di governace) CACCIATE I LUPI DALLE FORESTE
Inviato da Matteovenerdì 24 luglio 2009 - 5.24
Mi dispiace, io penso che Craxi abbia commesso gravi errori politici conducendo il PSi non rendendosi conto dell'arrivismo interno di alcuni e aprendo a chi non aveva nulla a che spartire con la storia socialista. Gravissimi sono stati gli errori di Berlinguer, ma resta il fatto che si deve esere obbiettivi di fronte alla storia e non leggere solo le pagine che più ci piacciono. Per quanto riguarda D'Alema e la Lega: ricordo che quando questo movimento venne fondato nessuno aveva ben chiaro in mente cosa sarebbe diventata. In parte il movimento di Bossi portava avanti una visione antipolitica populista simile a quella della Lega, in parte si schierava contro il centralismo romano per il federalismo. Va detto che una corrente interna alla lega era costituita dai sedicenti 2comunisti padani", denominazione che oggi ci fa solo ridere, ma che esprime bene la confusione ideologica del primo leghismo. Bossi in una intervista alle Iene si è definito "socialista" e ha detto di venire da una famiglia socialista. In più si tesserò per la prima volta con il PCI. Ora mi chiedo: ha senso parlare oggi di queste cose? La Lega è diventata un partito xenofobo tra i peggiori in Europa e la nostra desta è una delle peggiori del continente per populismo e antiliberalismo. Non penso che la sinistra attuale italiana- una delle peggiori in Europa- sia tanto meglio e appunto per questo credo sia tutto da reinventare. E S e L è un buon punto di partenza. Ho seguito molti dibattiti tar le varie componenti e ho visto finora un grande rispetto per la tradizione socialista e una voglia di fare politica del tutto slegata dalla "ricerca di poltrone" alla quale ci aveva abituato il PS in alcune regioni (compresa la mia). In particolare ho visto entusiasmo tra i giovani e quello che più mi impoorta TRA GIOVANI CHE NON HANNO MAI PRESO UNA TESSERA!! Credo sia ora di ripartire da zero con chi ci sta, anche se non ha trascorsi socialisti, verdi, o postcomunisti. Gli insegnamenti di Lombardi devono essere la stella polare di S e L e , nel blog di S e L mi sono stupito di quanti continuino a citare giustamente questa grande personalità del socialismo italiano. Sinistra e Libertà è l'unica soluzione immaginabile in questo momento storico in Italia per dare voce a chi si sente di sinistra ma non ha mai votato in assenza di un partito laico, antitotalitario, concreto e ambientalista pragmatico. Sicuramente S e L intercetterà più voti tra quelli che non hanno mai votato che non tra i vecchi militanti e questa sarà la sua forza.
Inviato da Isidorovenerdì 24 luglio 2009 - 4.53
Il compagno Montauti denuncia pubblicamente che "senza nessuna ragione statutaria il Segr. del PS Toscano Pieraldo Ciucchi ha sospeso tutti i membri della maggioranza Congressuale di Livorno-Collesalvetti ,solo ed unicamente per contrattare i posti nelle municipalizzate del nostro territorio a favore della minoranza congressuale che ha avuto il 37%". Penso che vista la gravità della denuncia, da iscritto (temo ancora per poco) del PS, esigo una netta ed inequivocabile posizione sulla vicenda. Tanto è dovuto a tutti gli iscritti del PS.
Inviato da Labvenerdì 24 luglio 2009 - 4.42
cosa è successo ai compagni di Livorno????? Pare che la sezione di Livorno sia stata sospesa senza neanche una motivazione!!!!!!!! Io non so qual'è la situazione livornese, qualcuno ha maggiori informazioni?? Uomo-ombra, tu ne sai qualcosa di più???? Qui si continua con le epurazioni, con le sospensioni, con i commissariamenti, stare con i comunisti vi fa proprio bene, avete già appreso i loro sanimetodi democratici!! devo rimpiangere boselli!
Inviato da DIMENTICAVO LA FIRMA chi vive nell'ombravenerdì 24 luglio 2009 - 3.31
Inviato da unknownvenerdì 24 luglio 2009 - 3.30
CARO MASSIMO domandi Ma come si può scindere i socialisti dal socialismo? TI RISPONDO CON LA STESSA DISINVOLTURA CHE SI HA DIVENTARE SOCIALCOMUNISTI O PEGGIO ANCORA NEL TUO CASO SOCIALFASCISTI............ La domanda esatta come essere diverso dall'essere socialista se si crede nel SOCIALISMO. La risposta è impossibile chi crede nel SOCIALISMO non può essere niente di diverso dall'essere SOCIALISTA. Di conseguenza impossibile ad avere SOCIALKOMUNISTI O SOCIALFASCISTILEGHISTI SOCIALISTA E' BASTA. UGUAGLIANZA LIBERTA' E FRATERNITA' SONO VALORI CHE NON POSSONO ESSERE ANNACQUATI GIGI poi rispecchia tranquillamente il trend post tangentopoli tra i giovani, ma è naturale conosce la storia distorta insegnata sui libri, quei libri dove viene raccontato che: SOCIALISTI = LADRI DI PIETRO = MOSCHETTIERE SENZA MACCHIA BERLUSCONI = SALVATORE DELLA PATRIA io aggiungo anche grande papi e ciullator do mundu. POI CARO MASSIMO COME TI HO GIA' DETTO I SOCIALISTI IN ITALIA SONO ORMAI MORTI ci stà una sottospecie a dx e sx che si chiamono socialseggiolari, ma quella è una storia a sè, o meglio è la vostra storia.
Inviato da Massimo Lottivenerdì 24 luglio 2009 - 12.27
Qualche domanda x Gigi: quale autocritica dovrebbero fare i socialisti? Posso concederti che qualche eccesso c'è stato, non sarei onesto. Ma come si può scindere i socialisti dal socialismo? è come dire la Juve dai juventini!!! Comunque su tale passaggio aspetto un accenno di chiarezza. Riguardo ai "mazzettari" e a "Craxi" ti ricordo che Bettino Craxi (tuo malgrado) è stato per 5 anni, circa, il Presidente del Consiglio dell'Italia il quale fu quello che si oppose a Reagan, fu quello che permise all'America (contro le manifestazioni dei comunisti) la possibilità di impiantare i missili contro l'URSS; fu quello che per primo intui la necessità (anno 1980) che andava riformato l'assetto costituzionale repubblicano; quello che ci permise di entrare nel G8 e il primo Presidente del Consiglio italiano a parlare di fronte al Congressi degli Stati Uniti d'America. Ecco se ci fosse un altro Craxi l'Italia sarebbe migliore.
Inviato da Fraternamentevenerdì 24 luglio 2009 - 11.32
peccato solo che il talento abbia saltato una generazione!
Inviato da fraternamentevenerdì 24 luglio 2009 - 11.29
GIGI NON CI INTERESSA IL TUO VOTO! Matteo tu parli di un sentire comune maggioritario, in sinistra e libertà intendi?? Certamente non nel PS che va fiero di aver avuto alla guida Bettino Craxi! Che riposi in pace, quella che non ha avuto in vita.
Inviato da Massimo Lottigiovedì 23 luglio 2009 - 10.34
Caro Matteo, scrivi che i giovani non debbano fermarsi a discutere del passato e devono guardare al futuro e che nel futuro ci sarà SeL e un PS socialdemocratico sotto Bersani con il quale stringere alleanze per un governo alternativo a quello delle destre. Innanzitutto, ti premetto che io credo di essere abbastanza giovane non avendo superato i 40 anni di età, e che nel 1992 (periodo TANGENTOPOLI) ero pocò più che maggiorenne. Parli di governo delle destre come se avessi una visione manichea della storia: noi i più buoni e belli; gli altri brutti sporchi e cattivi. Ti ricordo che qualche anno fa, D'Alema (sostenitore di Bersani e con il quale vorresti allearti) diceva che la Lega era una costola della SINISTRA, quando la stessa parlava ancora di secessione e non di federalismo e la Pivetti andava vestita come una suora laica. Oggi, queste destre (anche Berlusconi quest'anno) festeggiano il 25 aprile; Fini nel suo discorso di insediamente quale Presidente della Camere riconosce come date di tutti gli italiani quella del 25 aprile e del 1 maggio. Sono forse queste "le destre" che vi vogliono ancora propinare. Quando sento certi discorsi mi viene in mente Cossutta il quale (e lo posso capire data l'età) sta ancora con la nostalgia del muro di Berlino. Io non sono un per il "nuovismo" a tutti i costi, quasi che la STORIA (ed in special modo quella SOCIALISTA) debba essere messa in soffitta buona solo per dargli uno sguardo come si fa con le foto ricordo. La storia è ciò che siamo noi oggi. Io penso che in Italia esista ancora una QUESTIONE SOCIALISTA ancora non profondamente esaminata dai post-comunisti. E fino a che ciò non avverrà non potremo essere un PAESE NORMALE. Ti faccio una domanda, e vorrei che mi rispondessi sincera: Se tu avessi potuto votare nel 1984 sul referndum che aboliva la scala mobile come avresti votato? Ecco rivolgi questa domanda ai vendoliani ed ai sinistri-democratici vedrai cosa di risponderanno.
Inviato da chi vive nell'ombragiovedì 23 luglio 2009 - 9.00
SPIACENTE LA PRIORITA' PER IL PARTITO SOCIALISTA E RITORNARE AD ESSERE SOCIALISTA PER QUANTO RIGUARDA LA SANITA AMERICANA OBAMA DEVE RIFORMARLA IN UN PAESE DOVE o HAI L'ASSICURAZIONE O PUOI MORIRE DI CIVILE HA BEN POCO MENTRE PER L'ITALIA BISOGNA SOLO UNIFORMARLA AFFINCHE' L'ECCELLENZA SIA IN QUALSIASI REGIONE E NON SOLO IN LOMBARDIA O IN LAZIO. MA SENZA RICERCA SENZA DENARO AVREMO STRUTTURE PUBBLICHE D'ECCELLENZA? UN PAESE CHE INVESTE NEI PROPRI FIGLI E POI LI FA' SCAPPARE ALL'ESTERO E' UN PAESE CHE TENDENZZIALMENTE VA' VERSO LA DERIVA
Inviato da federico rocchigiovedì 23 luglio 2009 - 6.49
programma prioritario socialista deve essere la salute pubblica, come ha in programma in america il presidente Obama.
Inviato da chi vive nell'ombragiovedì 23 luglio 2009 - 6.01
FORSE QUALCUNO INIZIA A RICORDARSI D'ESSERE SOCIALISTA INIZIATE A RIFLETTERE SE ANCHE IL REUCCIO NENCINI VUOL PRENDERNE ATTO CI FA' PIACERE CARO MASSIMO FORSE QUALCHE OMBROSO A MESSO LA PULCE DENTRO L'ORECCHIO E BHE!! SI OGNI NODO AL PETTINE VIENE. CACCIATE I LUPI DALLE FORESTE.............. Cari Compagni, adempiamo al dovere di comunicarvi che il Partito Socialista, assecondando il deliberato unanime della Segreteria Regionale, con i Segretari Provinciali ed il Gruppo Consiliare della Regione, non intende mantenere l´impegno assunto per una conferenza stampa unitaria di Sinistra e Libertà, con ciò dichiarando di sospendere ogni iniziativa per la costituzione del nuovo soggetto politico. I Socialisti, rivendicando il primato della politica e il ruolo dei Partiti, non condividono la prassi che sempre più si è consolidata, a partire dalla formazione delle Liste fino alla formazione delle Giunte, dall´invadenza di rappresentanti istituzionali di qualunque livello (Taranto, Bari, ecc.) nella scelta dei candidati o designati nelle Giunte, fuori da ogni preventivo dibattito e a scapito dell´autonomia delle legittime rappresentanze dei Partiti organizzati. Le notizie riportate dai giornali, benché solo relativamente attendibili, aggravano la situazione, giacché è convinzione inderogabile dei Socialisti che la designazione del candidato Governatore del 2010 è prerogativa non rinunciabile di tutta la coalizione, più che di conventicole di palazzo, tantomeno di accordi per la definizione del congresso pugliese del PD. I Socialisti, per quanto ovvio, segnalano che il peso politico della tradizione del Socialismo Pugliese - la prima d´Italia in termini numerici - potrebbe essere determinante per il buon esito del progetto. Il percorso politico potrà riprendere solo dopo un chiarimento sui metodi e regole con le Segreterie Regionali e con la partecipazione innanzitutto del Presidente della Regione Vendola. Cordiali saluti. Bari,lì 21/07/2009 Il Segretario Regionale On. Lello Di Gioia
Inviato da andreagiovedì 23 luglio 2009 - 5.46
le critiche che fa gigi mi sembrano molto fuori luogo, forse doveva entrare nel sito del pd o dei verdi, forse avrebbe avuto delucidazioni su fatti recenti. quanto alle obre sono sempre in attesa di spiegazioni sull'ipotetico comunismo bizantino e del documento ombra presentato dalla fgs, meno burle e piu' fatti.
Inviato da Matteogiovedì 23 luglio 2009 - 3.56
Il post di Gigi rappresenta un sentire comune maggioritario sul quale vale la pena di riflettere.
Inviato da GIGIgiovedì 23 luglio 2009 - 3.45
Quando uscirete dall' ombra di craxi e degli altri mazzettari che hanno distrutto questo paese ... insomma quando ci sarà mediante un processo di auto critica una sostanziale scissione tra quei socialisti ed il socialismo, allora io vi voterò.
Inviato da Matteogiovedì 23 luglio 2009 - 1.58
Caro Lotti, fai bene a non fidarti, ma fino ad un certo punto! Credo che Sinistra democratica e Vendoliani abbiano avuto modo di riflettere ampiamente sugli errori e i drammi del regime totalitario dell'URSS e che non siano ideologicamente fermi alla condanna dell'invasione dell Ungheria. Parlo per i giocani che ho conosciuto e che sono sicuramente al 100% democratici. Come noi non santifichiamo Berlinguer, non possiamo pretendere da loro una santificazione di Craxi. Dovremmo invece operare per unirci su programi concreti per il futuro, anzichè dividerci per gli eventi del passato. Inutile comunque discuterne, io capisco le resistenze dei "vecchi" socialisti e le comprendo. Ma i giovani non possono fermarsi a discutere sugli eventi del passato e devono guardare al futuro in un'Italia rovinata da anni e anni di cultura- e non solo di governo- berlusconiana. E nel futuro ci sarà S e L e un PS socialdemocratico sotto Bersanio con il quale stringere alleanze per un governo alternativo a quello delle destre.
Inviato da Massimo Lottigiovedì 23 luglio 2009 - 1.30
Caro Maatteo, quando dici che i socialisti debbano aprirsi a chi condivide le nostre battaglie, credi mai che i "vendoiani", i "verdi" ed i "sinistri-democratici(?)" possano essere contaminati dalle nostre ideee. Tutte queste formazioni sono una risultante di ciò che fu il PCI il quale, vedi le parole di Veltroni, sono degli autentici camaleonti pronti a pugnalarti alle spalle per prenderti i vestiti e la identità (Intini docet). No. con i comunisti mai. Almeno finché non avrò la certezza che vogliano definirsi tout-court SOCIALISTI e facciano una dichiarazione che nel '56 la Ungheria stava dalla parte della LIBERTA' contro la dittatura sovietica. Quando diranno che l'eurocomunismo di Berlinguer era una grande stupidata; perché serviva ai comunisti italiani continuare ad essere finanziati da Mosca e intanto prepararsi al compromesso-storico. Quando diranno finalmente, penso ai Fava, agli Occhetto, ai Pecoraro Scanio, che Craxi è stato un grande statista (pur con le sue umane debolezze). Ecco fino a che i post-comunisti i finti ecologisti e i comunisti-democratici non faranno questo, io ho difficoltà a rapportarmi con loro. Aggiungo: ma quando Berlinguer proponeva la questione morale e i comunisti se ne facevano un vanto, come mai oggi nessuno di loro prende le distanze da Bassolino il quale si permette pure di pontificare di politica del Sud intervistato dai giornali???
Inviato da andreagiovedì 23 luglio 2009 - 12.01
certo andrea b., non posso che condividere il tuo pensiero.etichettare una formazione politica in scafandri ideologici credo che nel 2009 sia quantomeno fuori luogo.le elaborazioni filosofiche di questi grandi pensatori, sono la sorgente di un pensiero politico che ha percorso il secolo scorso e deve interpretare la società odierna nelle sue repentine trasformazioni, dando risposte alle tante contraddizioni sociali che emergono.e questo si fa cercando di vedere tutti questi problemi che affiorano stando dalla parte di chi è ai margini della società, colui che vive nelle case di periferia e fatica a pagare l'affitto avendo il lavoro precario, il disoccupato con problemi di inserimento nel mondo lavorativo, che la vora senza tutele, chi ha problemi di salute e gli serve assistenza sanitaria, lo studente che non frequenta atenei privati e vuole una scuola in grado di garantire un'istruzione con la I maiuscola e stando dalla parte dei milioni di persone che vivono nei paesi in via di sviluppo, ma che premono per chiedere una vita migliore senza doversi abbandonare nelle mani delle organizzazioni criminali che trafficano esseri umani. il pensiero di ha ispirato il socialismo e la sua storia non servono ad altro che a dare risposte oggi. poi stare o non stare in s&l, autonomia o non autonomia sono e rimangono discorsi che non interessano niente alla persona che passa per la strada, sono discorsi che restano qui e basta.saluti
Inviato da ANDREA_B.giovedì 23 luglio 2009 - 12.45
Caro Andrea, cerco di fare chiarezza,almeno per come la vedo io: intanto, distinguo tra pensiero Marxiano e pensiero Marxista(anzi pensieri marxisti), che sono due cose ben diverse, infatti non è detto che un'interpretazione possa coincidere del tutto con i pensieri che solo lui poteva conoscere nel profondo, cosi' come, il suo pensiero è legato al contesto in cui è vissuto(infatti io considero i MARX un punto di partenza e di riferimento,ma non di arrivo e circoscritto solo al suo pensiero. Inoltre per molti, almeno per marxisti come TURATI, che ha avuto corrispondenze sia con MARX che con ENGELS,MARX parla di Socialisti comunisti (non Comunisti e basta)che partono da un'analisi materialista della storia e dell'economia, per differirsi dai precedenti meno organizzati Socialisti utopisti, non per screditare pensieri antecedenti al suo di un movimento, quello Socialista, che ha radici molto antiche, ma per continuare in maniera piu' efficace le battaglie intraprese dal Socialismo. MARX tra l'altro, si batte, nella Seconda Internazionale, per allontanare l'anarchico BAKUNIN dalle nascenti organizzazioni Socialiste di tutta Europa: questo, (anche se, a mio parere, lo fece per allontanare dai partiti organizzati la pratica fallimentare e suicida degli attentati propugnata dagli anarchici di allora) finì per consolidare nei pensieri MARXISTI successivi alla sua morte (soprattutto quelli LENINISTI, non ortodossi) una schiacciante deriva statalista, ahimè denunciata proprio da BAKUNIN, deriva distante dalla stessa Societa' senza Stato a cui pensava MARX. E'falso quindi affermare che il Comunismo, deviazione per me del vero Socialismo, sia vicino all'anarchismo, semmai gli Anarchici, come visione di una societa' libera e pluralista senza le maglie di uno Stato oppressivo, sono vicini ai Socialisti.Detto questo, oggi alla maggioranza della gente oggi non frega niente dei Comunisti, ne' dei Socialisti, ha bisogno di aiuti concreti per uscire dalle difficolta' che sta incontrando in questo difficile periodo:per questo io vedo S&L come una federazione che possa attrarre a Sinistra anche persone non ideologicamente schierate in modo da avere i numeri per dare aiuti concreti e immediati ed anche per fare riscorprire alla gente il PS e i valori del Socialismo(ovviamente nel mio caso, per altri possono essere i valori del Comunismo o dell'ambientalismo dei VERDI).Tra l'altro, sciogliere ora il Ps in S&L,dove i valori del Socialismo Riformista non solo non sono ben compresi (figuriamoci condivisi!) ma molto spesso contrastati, significherebbe disperdere le nostre forze e rinunciare per sempre alla rinascita di una forza auenticamente riformista
Inviato da Matteomercoledì 22 luglio 2009 - 10.49
Ma caro lotti!Non ho pensato nemmeno un secondo che Ombra condividesse lòe battaglie della Lega a livello ideologico, ma che volesse dire: anche loro erano niente e ora sono diventati qualcosa di importante. Lo ribadisco: loro si possono permettere un linguaggio politico da Hammurabi, noi no e su questo siamo tutti d'accordo. Il fatto è che da soli non abbiamo la forza e i numeri per lanciare i messaggi riformisti, progressisti e quindi socialisti che giustamente ricordi anche perchè, stranamente, la gente comune è più interessata a risolvere presunte emergenze sicurezza, che alle leggi sul lavoro. In verità la maggior parte delle persone guarda solo il proprio portafoglio ed è sparito un senso comune di solidarietà e di "comunità". Visto che si tratta quindi di fare una battaglia culturale- da fare incentivando la scuola pubblica- credo sia opportuno uscire dal nostro 0,9 % e aprirsi a chi condivide i nostri principi e vuole battagliare con noi. Altimenti finiremo la fine di chi combatteva da solo mulini a vento. Cocludo dicendo di non semtirmi un "compagno nenciniano" e di non voler esser parte di alcuna corrente. Lugi da me il famigerato "corporativismo comunista" che non so nemmeno cosa voglia dire, essendo il corporativismo pratica notoriamente fascista e quindi di per sè antisocialista. Fosse per me cercherei di rispolverare la cogestione e le riflessioni di Lombardi per metterle al servizio di S e L e di tutti i socialisti di nome e di fatto.
Inviato da Massimo Lottimercoledì 22 luglio 2009 - 10.09
Qualcuno si sta fermando a guardare il dito e non la luna da esso indicata. E' mai possibile che si confonda un discorso di principi con discorsi di natura politica? E' mai possibile che non si voglia capire ciò che viene scritto? Eppure, a me, è sembra tutto chiaro. OMBRA, non ha mai inteso (sperando di interpretare bene la sua volontà) che i socialisti debbano comportarsi come i leghisti e quindi trovare un nemico da abbattere, anche perché tale comportamento non sarebbe SOCIALISTA. Ciò che si dice è che i Socialisti dovrebbero trovare la dignita e l'autonomismo per ragionare con la propria testa senza per questo pietire "passaggi" politici da improvvisati "mezzi" politici. Perché essi non possono fornire una piattaforma programmatica che penso sarebbe gradita alla maggioranza degli italiani. Penso per esempio: 1) riproporre e con forza la introduzione di una tassazione (oggi del 12,50%) sui capital gain intorno al 15%-18% (giusto per non far scappare i capitali all'estero) visto che tali profitti sono realizzati dai grossi speculatori di borsa e contemporaneamente far scendere la tassazione sul lavoro? 2) proporre una vera liberalizzazione in quei settori ancora dominati da nepotismo e monopolio (farmacie, notai, pedaggi autostradali, ecc. ecc); 3) proporre l'anagrafe patrimoniale di chi viene eletto in cariche pubbliche (oggi propugnata dai Radicali) in modo da sapere quanto dichiarano i deputati ed in generale chi va a ricoprire cariche pubbliche; 4) proporre l'abolizione del valore legale del titolo di studio (sempre battaglie Radicali) in modo da valorizzare, veramente i più bravi (come dice la Costituzione); 5) proporre una riduzione della misura del finanziamento pubblico ai partiti (così facendo ci si potrebbe emendare dal cliché appiccicatoci dai "comunisti"; Potrei continuare. Per me essere socialista significa avere cultura di governo. Mi sembra che i compagni nenciniani si stiano facendo attrarre dalle sirene del consociativismo "comunista". Saluti
Inviato da Matteomercoledì 22 luglio 2009 - 9.23
Caro "ombra" (premetto di non sapere quali siano le valli del Cavalese...forse alludi alla Val di Fiemme?), pensi giustamente alla Lega degli esordi, al fatto che Umberto Bossi da solo unito a pochi altri ha dato vita ad un partito radicato e organizzato partendo dal nulla con grande seguito di elettori (purtroppo...) Speri insomma che anche i socialisti si sveglino e che un manipolo di socialisti-rigorosamente riformisti d.o.c - passino all'azione da soli volantinando, dipingendo muri, inventando slogan etc etc..Ti faccio notare come la Lega abbia basato le sue forune politiche sulla semplificazione del linguaggio e da subito ha avuto chiari alcuni nemici, giacchè un partito secondo la lezione di Carl Schmitt, nasce sempre per confrontarsi con un nemico. nella fattispecie la Lega degli esordi ce l'aveva a morte con i socialisti e la cosiddetta Prima Repubblica e contro i "terroni". Tutto questo prima che arrivassero gli albanesi, che Calderoli voleva bombardare nel Mar Ionio, e le temibili orde di mussulmani (per l'occasione i Leghisti si scoprono cristiani ferventi dopo aver criticato aspramente il Papa e le sue regalie). Oggi , forti del loro successo, diffondono ovunque le loro attenzioni agli extracomunitari, salvando solo le povere badanti irregolari..che tanto sono loro care finchè , da brave criostiane, provvedono ad occuparsi dei loro vecchi mentre LORO fanno i comizi contro Roma ladrona oppure bevono al bar cantando inni antinbapoletani. Il successo della Lega deriva dalla semplificazione della realtà: tutto è bianco o nero, senza sfumature. La gente-in particolare quella meno istruita, come testimoniano i dati statistici- vota lega Nord. Per un attimo, caro obra, immagina un gruppo di socialisti riformisti arringare la folla: cercheranno di spiegare che il mondo è complesso e che non possono esistere osluzioni facili, che non tutto l'islam è malvagio, che il capitalismo va riformato, che devono pagare le tasse perchè i servizi funzionino come in Svezia, che l'Italia è e sarà un Paese multietnico. I socialisti giustamente daranno risposte conmplesse a questioni complesse... E chi li capirà?!In più in Italia la Lega ed altre forze hanno impresso bene nella memoria della gente il nome di un unico capro espiatorio simbolo del malaffare politico italiano: Craxi. In queste condizioni cosa fare? Noi non saremo mai come la Lega!Perchè è mille volte più facile predicare odio che messaggi di distensione!
Inviato da andreamercoledì 22 luglio 2009 - 6.25
certamente, ombra a giugno non hai votato S&L,mi dispiace che tu definisca marx con la parola ebreo, poi io non invito a leggere niente, il capitale l'ho letto e studiato a economia e ti posso garantire che è altamente rivoluzionario, nel senso sociale,marx politico non lo approvo l'economista lo stimo o dovrei stimare le teorie tremontiane del npsi? una cosa posso aggiungere; il comunismo così come viene definito frettolosamente non era certo, lo ripeto, le dittature staliniste tristemente note forse le prime comunità cristiane e qualche altra esperienza improponibile socialmente. aggiungo un'ultima cosa, anche se non approvo le ultime uscite di demichelis non lo critico, per il rispetto del socialista che è stato.ancora una cosa ombra, io non ho conosciuto come te bobo,ma un amico tunisino che ha lavorato nel suo albergo lo ha conosciuto e ha conosciuto anche sua sorella stefania, per questo, come ho già scritto in precedenza, mi spiace che stefania abbia fatto scelte diverse . saluti.
Inviato da chi vive nell'ombramercoledì 22 luglio 2009 - 5.57
Caro Andrea TI LASCIO NELLE TUE FRASI ORMAI DI CIRCOSTANZA considerando che mi hai sottolineato che l'ebreo MARX era prussiano magari m'inviti a leggere il CAPITALE tanto per cambiare,io invece ti ho chiesto allora il comunismo era bizantino e non a caso mi sono riferito al bizantivismo in quanto le radici sono profonde nell' essere bizantino, ma qui stiamo parlando di cultura storica .Mentre per il caro "obiettivo" MATTEO le sottolineo che la lega e nata dietro il magazzino di una tipografia dove il bravo Umberto andava a dormire poi i finanziamenti esponendo il suo progetto (giusto o sbagliato che era) parlo di progetto perchè tale l'era iniziarono ad arrivare fondi iniziando cosi a radicarsi prima nelle realtà della plebe e poi a scalare. MA I FINANZIAMENTI COSA SERVONO SE SI NAVIGA A NASO? SE LA PROGETTUALITA POLITICA E' ASSENTE? IL SOCIALISMO CARI PARGOLETTI NON E' MORTO SONO MORTI I SOCIALISTI E' QUESTA LA VERA REALTA'. MI PARLI DELL'AMICO BOBO che ho avuto il piacere di conoscere in Tunisia all'ex ambasciata bulgara o di NENCINI o di chi altro essi siano. MA QUESTI SONO SOCIALISTI? O CADEGRISTI? VENDOLA CHI E'? SE NON IL FAUTORE DELLA DISTRUZIONE DEL PRC SOLO PER VANTAGGI PRO DOMO. PENSI PER CASO CHE UN PERSONAGGIO DEL GENERE VUOL FARE IL SECONDO A QUALCUNO? SECONDO POI A CHI? A NENCINI!!ALLA FRANCESCATO!!O FAVA!!! MA FAMMI IL PIACERE MATTEO FATTI UNA PASSEGGIATA NELLE VALLATE DEL CAVALESE A SCHIARIRTI L'IDEE. DIMENTICAVO caro Andrea tu pensi che io posso schiarirti la confusione che ci stà nel PS quando il tuo mentore non ci riuesce?(fra l'altro non rientra nei miei pensieri il PS)
Inviato da Matteomercoledì 22 luglio 2009 - 12.04
Vendola è un povero illuso? Mahhh!! E che dire allora di Bobo Craxi! De michelis invece è un gran pragmatico, al quale preferisco di gran lunga gli illusi e i sognatori. La sinistra infatti ha smeso di far sognare da tempo e i socialisti almeno da due decadi. In queste condizioni cosa si può fare? caro ombra, pensi sia realista rilanciare l'aiutonomia socialista in questo momento, con un partito senza fondi da impiegare in campagne elettorali e di informazione? S e L va rielaborata e curata ma è l'unica soluzione possibile.
Inviato da andreamercoledì 22 luglio 2009 - 11.41
ombra marx era un prussiano e al momento di definire le sue teorie le improntò rifacendosi allo stato di polizia della prussia, diversamente dalle teorie socialutopistiche di proudhomme. S&L è un aborto? ripeto ombra, è da quando frequenti questo spazio di discussione che sei incalzato per spiegarci chi vorresti e con chi, ma risposte niente, altro che parafraseggi non decifrabili.che nencini non rientri nelle tue simpatie politiche si è capito, appunto tiraci fuori la grande personalità politica che faccia risorgere il socialismo allora, poi vedi la politia è ideali ed anche illusioni, almeno quelle lasciale , forse a un certo punto non abbiamo piu' neppure quelle però finché ci sono, in fondo questa alleanza è quella migliore in termini di numeri da 15 anni in poi, pensiamo al 2,00 rimediato dalla rosa nel pugno, vedendo i voti radicali delle europee si puo' capire che la maggioranza erano voti loro, per non parlare dell'alleanza con i verdi , un flop.allora non affossiamo subito questo progetto che , secondo me è quello che maggiormente riesce ad inserirsi nella stra del pse. poi continuate ad attaccare continuamente il segretario nel suo blog, ma di venire a sostenere le vs. teorie confrontandovi con i postcomunisti in fase di conversione sul blog di s&l no? forse rimane piu' semplice così, capisco.di nuovo saluti.
Inviato da chi vive nell'ombramercoledì 22 luglio 2009 - 10.53
ANDREA VANEGGI? MARXISMO PRUSSIANO? IL COMUNISMO BINZANTINO ALLORA COS'E'? PSI CON PS SON DUE COSE BEN DIFFERENTI NENCINI NON E' NENNI O CRAXI!!! SeL E' UN ABORTO TERAPEUTICO E BASTA? VENDOLA E' UN POVERO ILLUSO
Inviato da andreamercoledì 22 luglio 2009 - 9.36
allora da quando il psi è stato nel governo , le politiche nenniane sono state improntate a principi comunisti? che poi nemmeno nei paesi dell'est era comunismo , ma un socialismo di stampo marxista-prussiano, non libertario, il comunismo è qualcosa di simile all'anarchia.la riforma pensionistiche deve essere improntata sul calcoli seri non solo per parare i vari buchi del vestito rotto.
Inviato da andreamercoledì 22 luglio 2009 - 9.18
prima di parlare di ugaglianza nell'età pensionabile aboliamo tutte le riforme e riformine fatte solo per far cassa negli ultimi 15 anni e facciamo una vera riforma che tengo conto di tanti parametri sociali, secondo quanto fatto allora di quanto si sarebbe dovuto innalzare l'età media degli italiani?poi per i parlamentari? carabinieri? negli enti pubblici si lavora 36 ore settimanali e con l'inpdap ricevono quasi il 90 % dello stipendio, xché l'inps non lo eroga? cassa integrazione e malattie xché non fanno la gestione separata dalla previdenza? poi nei post di S&L si parla di rischio conti pubblici per il nucleare, la realizzazione del pontre di messina, tutela delle fasce deboli, bioetica, fondi alla scuola pubblica, alla sanità , ricerca, testamento biologico e tanto altro, e questo è comunismo? ma si scherza?allora il socialismo cosa è ? la politica di tremonti.ma analizziamo le politiche fatte in passato dove hanno governato i socialisti.
Inviato da Matteomartedì 21 luglio 2009 - 10.18
Ma che di parte!! Ora mi incavolo davvero! Non bazzico su questo blog da ieri ed in passato ho criticato duramente Nencini quando appena eletto parlava di un partito garibaldino e molti su questo forum pensavano stesse alludendo ad alleanze lòocali con l'UDC e perfino con la destra! L'ho criticato e lo critico ancora quando parla e santifica la parola "riformista": il riformismo è un'invenzione della stampa! Non è nè di destra nè di sinistra. Tremonti, come lui ama definirsi, è un conservatore eppure è riformista. Il suo riformismo però non mi piace e non mi convince. Tra l'altro anche sul mio blo: socialismotrentino@ilcannocchiale.it trovi una lettera che avevo inviato a Left quasiu un anno fa, nella quale esprimevo il mio parere: assoluta necessità di unire le forze non veterocomuniste della sinistra italiana per la creazione di un fronte "progressista" largo e senza i centrismi del PD. Ora ripeto la stessa cosa a sostegno di S e L in tutta coerenza, anche se consapevole delle difficoltà di tenuta del progetto. Credo che gli ideali socialisti non sono rappresentati unicamente dal nostro 0,9 %. credo inoltre che il nostro è un partito oramai stanco e spesso fuori controllo. In questo ti do perfettamente ragione, mio caro Ombra! Ognuno qui fa quel cavolo che vuole, dice quel che vuole, se ne frega delle decisioni collegiali e va avanti per la sua strada. De Michelis è capace di fare campagna contro il suo stesso partito in Abruzzo e favorire una scissione "locale" , Bobo Craxi e tanti, troppi!, dirigenti locali attaccati al loro micro-dominio dicono di non votare S e L e per questo non subiscono alcuna sanzione da parte del partito. Invece, chi si spende per l'idea viene considerato un pazzo, quando è chairo a tutti come S e L non sia la sinistra anticapitalista di Ferrero. Posso anche capire la posizione identitaria e aiutonomista, la grande volontà di ripartire da zero e fondare un grande PSI, ma poi ci si deve confrontare con la realtà dei fatti. In Italia non c'è sinistra, per sfiga abbiamo il PD e microbi di estrema sinistra antieuropeisti e per questo, dal mio punto di vista, particolarmente pericolosi. Cosa facciamo noi con il nostro 0,9 stretti tra questi due poli d'attrazione? Il PD è un partito di massa per le masse incoscenti, il PDRCI invece è un partito di massa degli animi. Inoltre tutte edue le formazioni dispongono a loro modo di più spazi sui Media del PS, dei verdi e di vendola. Capite che non c'è altra strada se non quella di unire le forze?! Chiaramente poi tanto dipendeà dall'evoluzoione del PD, ma non si può basare il proprio agire politco sull'aspettativa in attesa di tempi migliori che regolarmente per un mortivo o per l'altro non arriveranno mai! Parliamo di lavoro, di ambiente, forniamo delle alternative per l'interpretazione della realtà ...ma assieme! Da soli, ripeto, non ci fila più nessuno. Mi dispiace, nel PS avevo creduto e credo ancora, ma sono rimasto davvero deluso dalla pochezza di certi dirigenti locali e dalle loro ristrette vedute conservatrici, molto poco progressiste. Io ne ho abbastanza e penso sia ora di voltare pagina.
Inviato da MASSIMO LOTTImartedì 21 luglio 2009 - 8.57
Innanzi tutto un caro saluto ad Ombra. Intervengo su questo blog per avervi letto costantemente. Ombra si domanda cosa ci stiano a fare i Socialisti con lo 0,9% in SeL visto che la stessa diverrebbe una brutta fotocopia della nuova federazione comunista? Andrea risponde che i socialisti dovrebbero stare dove sono sempre stati "rimanere li dove la storia, da sempre , ci impone di stare, cioe' nella sinistra riformista, cercando il dialogo a pari dignità e identita' con chi condivide o dovrebbe condividere i ns. stessi ideali per continuare ad affermarli" e non invece "andare in altre direzioni, ideologicamente distanti a chiedere di allearsi per cercare poltrone". La domanda è caro Andrea di quali ideali parli!!! Gli ideali di Uguaglianza-Fraternità-Solidarietà sono concetti ovvii. Il problema è come farli diventare oggetto di politiche concrete. La differenza storica tra i comunisti ed i socialisti sta proprio in questo. Parlare di solidarietà per esempio non imporrebbe una solidarietà fra generazione e quindi un adeguamento dell'età pensionabile fino a 65 anni (fatte salve alcune categorie di lavori usuranti)? Ed in questo i "compagni" vendoliani secondo te come sono orientati? Parlare di uguaglianza non è forse avere un giudice imparziale e che si comporti in maniera imparziale? Parlare di uguaglianza non è forse inserire più meritocrazia (perché solo così potremmo aspirare ad avere anche noi un Obama italiano)? Leggo oggi un intervento di Ichino sul corriere della Sera sulla trasparenza dell'operato dei dirigenti pubblici divenuta legge col n. 15/2009 (anche con l'assenzo del Ministro Brunetta). In questo i vendoliani dove stanno? Se poi per democrazia (che dorebbe essere "partecipazione" - Gaber docet) intendiamo che il governatore da solo e senza il confronto con i partiti che l'hanno sostenuto decide di azzerare la propria giunta forse abbiamo un modo diverso (tra me e te) di intendere gli ideali socialista. Per chiarezza io non condivido Sinistra e Libertà. Parlare di
Inviato da andreamartedì 21 luglio 2009 - 1.04
io ribatto anche se il mio parere non è gradito. con i se e i ma non si va da nessuna parte. poi cosa si intende per essere di parte? io sono dalla parte delle idee socialiste xché ritornito ad essere incisive nella politica di questo paese in cui viviamo e ci dovranno vivere figli e nipoti, ritenendole giuste, piu' giuste di qualsiasi altre.io vedo formazioni postcomuniste a corto di ideali e con il fiatone, capaci solo di arroccarsi nella difesa di cio' che in passato queste idee socialiste al governo hanno fruttato alla società e una parte di questo mondo comunista cercare di ritrovarsi sulla strada del socialismo. allora, e questo lo capisce anche un ragazzo delle elementari, cosa dovrebbe fare lo 0'9% dei socialisti? andare in altre direzioni, ideologicamente distanti a chiedere di allearsi per cercare poltrone oppure rimanere li dove la storia, da sempre , ci impone di stare, cioe' nella sinistra riformista, cercando il dialogo a pari dignità e identita' con chi condivide o dovrebbe condividere i ns. stessi ideali per continuare ad affermarli?saluti
Inviato da chi vive nell'ombramartedì 21 luglio 2009 - 12.44
DOMANDA? SE' FERRERO E DILIBERTO E SALVI FONDONO UN PARTITO FEDERATO ALTERNATIVO ALLA SINISTRA ATTUALE. CONSIDERANDO CHE SEL DIVENTEREBBE UNA BRUTTA FOTOCOPIA DI QUESTO. VI DOMANDO COSA SERVE SeL? E I SOCIALISTI CHE RUOLO COPRONO CON 0.9 scarso? GRADIREI UNA VOSTRA RISPOSTA (escludendo MATTEO E ANDREA troppo di parte per essere obiettivi)
Inviato da pierinomartedì 21 luglio 2009 - 12.06
E' vero, i postumi dell'incidente dovrebberoe essere stati superati, sarebbe carino che il segretario si affaccaisse al Suo Blog (forse ci ascolta ma non ci parla). Su SeL sarebbe carino affrontare la questione in maniera un tantinino più condivisa.
Inviato da chi vive nell'ombralunedì 20 luglio 2009 - 7.45
CARO NENCINI QUESTO E' IL TUO BLOG DOVE DOVRESTI IN QUALCHE MODO INTERLOQUIRE CON I COMPAGNI O PRESUNTI TALI CHE S'AFFACCIONO QUI. DOVRESTI PRENDERNE ATTO DEI VARI MALUMORI E FAR BUON CONSIGLIO. MA INVECE IL TUO MUTISMO INSENSATO RENDE IL BLOG RIDICOLO E POCO COSTRUTTIVO. CAPISCO CHE SEI ANCORA INCOVALESCENZA, MA QUANTO DURA QUESTO STATO CONFUSIONALE? TI STIAMO ASPETTANDO CON ANSIA..................E SAPREMO FARTI LE GIUSTE DOMANDE E DARTI GIUSTE RISPOSTE.
Inviato da francescolunedì 20 luglio 2009 - 12.54
io non approvo ciò che il Consiglio Nazionale ha varato continuare con Sinistra e Libertà non ha senso, stiamo per l'ennesima volta richiudendo il nostro simbolo e le nostra storia dentro uno scatolone, ma forse ahime pultroppo si deve fare cosi, perchè? perchè in questo partito mancono le idee rinnovatrici e riformiste da almeno 15 anni, bisogna svegliarsi e riportare il PS nelle idee della gente e dei giovani. La politica si fa in mezzo alla gente.
Inviato da rosso malpelodomenica 19 luglio 2009 - 11.27
caro matteo, non avevo dubbi che un socialista, qualsiasi sia la sua età, potesse riconoscersi nel manifesto della FGS o nel documento turci. quanto all'organizzazione della FGs mi pare che recentemente ci siano stati cambiamenti al vertice ma nonostante tutto mi sembra che anche a livello giovanile regni la stessa inierzia di inizitiva poltica che caratterizza "il partito dei grandi" (il sito della FGS nazionale non è aggiornato da secoli). resta però quanto ti ho detto: vai in qualsiasi dei nascituri (?) circoli di SEL con quel programma e se riesci a portar a casa la pelle dovrai già ritenerti fortunato. al di là delle frasi di circostanza io non credo a gente che sino all'altro giorno voleva violare le zone rosse o che stava con tutti i gruppi organizzati "contro qualcosa" e ora si propone alla guida (meglio, si autocandida con il supporto dei media) di una forza riformista moderna. personalmente non ho niente contro Vendola (a parte il fatto che quando parla sembra che si rivolga ll'accademia della crusca) ma secondo me (non mi stancherò mai di ribadirlo) nessuno ha ben chiaro cosa SEL sia, nessuno che si ponga il problema dei valori comuni, delle politiche da attuare, delle stratgie di breve e lungo periodo. e ho il forte sospetto, mio caro amico, che non sia casuale. se leggo bene gli ultimi sviluppi della politica interna fronte centro-sinistra, l'importante è creare una forza politica che possa strimgere accordi con il Pd per una nuova stagione dell'Ulivo ( o come si chiamenrà). parlare di programmi e valori sarebbe, in questa fase, di intralcio alla costuzione di quel soggetto unico funzionale a tale progetto
Inviato da chi vive nell'ombradomenica 19 luglio 2009 - 10.55
FINCHE' NON SI RIESCE A CAPIRE CHE UN PARTITO NON DEVE FUNZIONARE IN VIRTU' PRO DOMO MA BENSI DEVE ESSERE UNIONE DI SCELTE CONDIVISE DEMOCRATICAMENTE E NEL NOSTRO CASO UN PARTITO SOCIALISTA FATTO NON PER I SOCIALISTI MA CON I SOCIALISTI. UN PARTITO CHE COME VERBO COME SLOGAN DEVE AVERE "PROGETTUALITA POLITICA" SPIACENTI NON SI CHIAMERA MAI PARTITO MA SOPRATUTTO NON SARA' MAI UN PARTITO CHE SI RICHIAMA AI SACRI VALORI DEL TRINOMIO LIBERTA' FRATERNITA' UGUAGLIANZA. SE TALI VALORI SARA' CAPACI DI PORTARLI Vittorio Craxi (ho grossi dubbi) OPPURE FRA MASCARPONE VA BENE' TUTTO INDISTINTAMENTE DAI NOMI COMUNQUE CARO MATTEO-ED ANDREA DOVRESTE PRENDERNE ATTO IL VOSTRO TUTOR ORMAI E' POLITICAMENTE MORTO E DEFUNTO. SOPRATUTTO NEL MOMENTO IN CUI NON HA VOLUTO IN SEDE CONGRESSUALE FAR VALERE LE SUE GIUSTE O SBAGLIATE RAGIONI POLITICHE (purtroppo il REUCCIO NENCINI si trova in confusione ideologica)
Inviato da Matteosabato 18 luglio 2009 - 9.46
Caro Rosso Malpelo, io il documento della FGS così come sopra riportato , da socialista lo sottoscriverei in toto! Il problema è questo: una persona che si iscrive alla FGS , paga la quota e non viene contattato da nessuno, come si deve definire? Ero arrivato a poter dare il mio contributo ad una vecchia tesi congressuale solo grazie agli amici del Labouratorio. per il resto purtroppo non ho mai ricevuto alcun invito di aprtecipazione a convegni e assemblee della FGS . Mi chiedo quindi se la FGS esiste e quali sono le sue attività. Da questo momento mi definisco in fase di riflesione fino a settembre per vedere le evoluzioni siu S e L se ci saranno.
Inviato da COMPLIMENTI MASSIMO L. SEI COSI TRASPARENTE........sabato 18 luglio 2009 - 6.19
Inviato da rosso malpelosabato 18 luglio 2009 - 5.46
Documento della Federazione dei Giovani Socialisti al CN del Partito socialista del 11/07/2009 Con il seguente elaborato la Federazione dei Giovani socialisti, movimento socialista che vive nella società, intende fornire il proprio apporto al Partito Socialista , secondo il principio che ispirò il nostro ultimo congresso : '' non servire il Partito ma servire al Partito''. Lo stesso principio sarà dai noi applicato nei confronti di Sinistra e Libertà aggregazione che se avrà vita ci vedrà protagonisti con la nostra specificità ,la nostra analisi i nostri riferimenti culturali e le nostre proposte. Noi giovani socialisti crediamo che Sinistra e Libertà sia una vera opportunità politica,ma crediamo anche che per trasformarla da cartello elettorale in un vero partito politico sia necessario darsi degli obiettivi specifici e chiari sulla meta finale , partendo dall'unica cultura vincente nella storia della sinistra italiana , quella socialista , laica e liberale. L'evoluzione dei conflitti all'interno del PD ci dimostra che le fusioni a freddo tra oligarchie sono destinate al fallimento e che se vogliamo fare di Sinistra e Libertà il primo seme di un grande partito socialista, come in tutte le democrazie europee, da risultati a doppie cifre, autonomo, libero, di governo non possiamo che partire da un netto , franco e profondo dibattito sulla cultura politica di fondo , con la massima attenzione ai contenuti e agli obiettivi politici più che ai politicismi sui contenitori,buoni solo per una tornata elettorale. Sinistra e Libertà deve essere un aggregato che già oggi spieghi come si voglia intervenire nel dibattito politico innescato da parti del PD (Bersani) sul futuro di un nuovo centrosinistra e che non finisca per essere soggetto subalterno o dipendente delle decisioni prese nel congresso Democratico di ottobre.. Come detto , prima di fare un partito bisogna capire quale base culturale vi sia al fondamento , e ci appare chiaro che di fronte alla confusa traversata nel deserto dei compagni post comunisti che ancora faticano a rivedersi nel socialismo europeo , e alla caotica situazione dell'ecologismo italiano , non si possa che ripartire dai fondamenti del socialismo italiano , dal concetto di merito,dalla valorizzazione del ruolo dell'individuo in una cornice di inclusività e uguaglianza sociale .Se non fosse cambiata la legge elettorale,staremmo ancora discutendo del partito socialista del 1% di sinistra democratica che fece una scissione in nome del socialismo europeo per poi appiattirsi sul vetero comunismo e di Nicki Vendola e della sua morale berlingueriana .Invece la politica ha tempi brevi ed eccoci qua con SEL. Il progetto risulta affascinante e ambizioso,ma proprio per non cadere in errore e riuscire a costruire un partito che rappresenti gli italiani,noi crediamo si debba lavorare con un altro spirito,ovvero quello della contaminazione,non solo quella tra le nomenclature logore,ma aprendosi a nuovi orizzonti,ad una galassia di associazioni,movimenti ognuna portatrice sana di una idea con aggregazioni che approfondiscano tematiche,ambientali,tematiche sui diritti civili,sull’emigrazione e sulle difficoltà delle nuove generazioni. In una società moderna ed in evoluzione continua come la nostra è utopistico pensare che un gruppo dirigente di un partito possa studiare tutte le fenomenologie e le problematiche. La forma partito radicale ci deve essere quindi da esempio , una struttura a ''galassia'' con al centro un partito forte che sappia confederare e confederarsi con circoli , associazioni, riviste e club tematici..Ecco perché la nostra proposta è quella di continuare il laboratorio SEL non cercando di fare subito un partito calato dall’alto secondo le logiche novecentesche dimostratesi fallimentari ma pensando di strutturarlo insieme a pezzi di società,a precari,a soggetti che quotidianamente vivono con problemi di sopravvivenza,e che un partito di sinistra deve garantire. Proprio in questa logica , come giovani socialisti che vivono nella società doniamo alla comunità socialista e a tutta la sinistra questo documento di analisi della situazione italiana e di proposte concrete sulle quali sviluppare il dibattito , nella consapevolezza che solo dibattendo sui contenuti è possibile trovare un punto più alto di unione per tutte le forze della sinistra del futuro , socialista , laica , riformatrice , liberale. La natura del regime In tutti i manuali di politologia il termine regime viene definito come '' un sistema di controllo sociale, ovvero, più specificamente, una forma di governo, specialmente quando è strettamente correlata ed identificata con una personalità politica che vi assume un ruolo dominante , oppure ad una determinata ideologia politica'' . Data questa definizione e detto fin da subito che non è nella nostra cultura , figlia di chi ha sofferto e donato la vita per combattere una vera dittatura , gridare vagamente al rischio ''regime'' , riteniamo che dopo sessanta anni di post-fascismo vi siano dati oggettivi che testimoniano una lenta ma continua metamorfosi della nostra democrazia in un regime ancora difficilmente definibile ma certamente non pienamente democratico . Alcune cause di questa metamorfosi sono endogene al sistema , naturali figlie di una costituzione che definisce i partiti ( art . 49) e di una legislazione assente o parziale che non garantisce il ''metodo democratico'' negli stessi. Sarebbe tuttavia banale seguire la linea pannellista che definisce ''partitocratico'' il regime , attribuendo al ruolo del partito la mancata compiutezza della democrazia. Tale analisi ha perso a nostro avviso ogni suo fondamento dopo la stagione di tangentopoli ,nella quale tutto il sistema partitico della cosiddetta prima repubblica è stato travolto, e dalla quale non è scaturito quella rinascita democratica che le deformazioni del sistema partitico sembravano bloccare. Si deve dunque risalire alle cause esogene della metamorfosi democratica , scoprendo quali poteri economici e sociali beneficiano di una politica debolissima che si regge solo grazie a un sistema mediatico chiuso e a modifiche in corsa delle regole ( vedi legge elettorale). In un suo saggio di metà anni cinquanta Ernesto Rossi definiva i potentati economici sui quali si resse il fascismo come ''i padroni del vapore , una classe imprenditoriale chiusa e ostile alla libera competizione del mercato che ,se durante la prima repubblica era succube del sistema partitico che si trovava costretta a finanziare, in questa seconda può manovrare agevolmente i burattini ai quali ha assegnato le leve del potere politico. In questo contesto, compito di un moderno Partito Socialista che non può che fondare ogni sua azione politica sui concetti di merito ,responsabilità dell'individuo e inclusione sociale , è quello di mettere in campo quelle politiche che affrontino radicalmente i potentati economici e sociali , valorizzando quindi il merito fin dall'istruzione , mettendo in campo proposte economiche e fiscali che responsabilizzino l'individuo e la sua capacità di impresa e tutelino il consumatore aumentando il suo potere d 'acquisto , entrando in sintonia con una società che è già di fatto ampiamente secolarizzata nonostante l 'azione delle gerarchie ecclesiastiche , praticando quella rivoluzione liberale e quindi profondamente laica , liberale e socialista che già Gobetti delineava 90 anni fa.. Preliminarmente ad ogni azione politica , per non sprecare le già esigue energie dell'area amplia che sta tra i Radicali e Sinistra e libertà è necessario affrontare la questione dei media e dell'informazione , il mezzo col quale questo regime partitico debole e eterodiretto si regge, per poi proseguire con l'analisi delle varie manifestazioni del regime , nell'istruzione , nell'economia , nella società. Informazione e Media , lo strumento del regime Tutta l' analisi sullo stato di media dopo l'entrata in politica di Silvio Berlusconi si è incentrata solo sulla sua figura, nell'illusione , o forse nella diffusione dolosa di questa illusione , che Berlusconi sia ''il regime'' e non parte e manifestazione dello stesso . Questo tipo di analisi è stato nel corso degni anni diffuso sopratutto da coloro che più hanno usufruito di spazi mediatici per il loro ruolo fasullo di '' anti-regime'' , ovvero dall'Italia dei Valori. Un analisi meno superficiale, oggettiva e laica non può fare a meno di constatare che da decenni la televisione pubblica è a totale controllo partitico , e se un tempo anche i partito della sinistra ne hanno beneficiato , ora i poteri economici ed ecclesiastici che tirano i fili della politica pongono barriere insormontabili all'accesso di forze eccentriche al sistema. Tutta la sinistra oramai quasi totalmente extraparlamentare dovrebbe affrontare alla radice il problema che sta a monte di ogni possibilità di rinascita proponendo poche semplici azioni che risolverebbero ogni conflitto di interesse , sosterrebbero il mercato e quindi garantirebbero la pluralità di opinioni. 1) Abolizione del canone RAI 2) Privatizzazione di due reti pubbliche su tre e contestuale divieto di possesso di più di due concessioni televisive per ogni gruppo su ciascuna piattaforma televisiva Istruzione , l 'educazione antimeritocratica: Il nostro sistema educativo dimostra ogni giorno le sue falle e dimostra che la cultura sulla quale si fonda , ossia quella post sessantottina, ha terminato la sua spinta innovatrice per ripiegare sulla tutela reazionaria dei docenti . Mentre i licei non svolgono più la loro funzione di preparazione metodologica e culturale per affrontare l’università, gli istituti tecnici non garantiscono più l’accesso al mondo del lavoro. I programmi universitari sono arretrati rispetto al resto dell’Occidente e non formano più al lavoro. Oggi la laurea non rappresenta più il compimento di una formazione culturale e professionale e l’unica soluzione partorita negli ultimi anni è stata quella di creare nuove occasioni e nuovi istituti di formazione ed introduzione al lavoro, posticipando sempre più l 'entrata sul mercato del lavoro. Il problema, oltre la qualità dell’insegnamento, è il preteso automatismo “titolo di studio-posto di lavoro”. E' necessario quindi mettere in campo politiche che premino la concorrenza tra istituti ed esaltino il merito dello studente valorizzato come singolo individuo e non appiattito nella massa dei grandi numeri. Proponiamo dunque 1).Nell’università: abolizione della validità legale del titolo di studio; 2).Nelle scuole: monitoraggio e valutazione degli istituti scolastici e dei singoli professori; conseguente pubblicazione dei dati; 3).Nessun finanziamento pubblico bensì agevolazioni fiscali per gli istituti privati paritari/parificati; 4).Nessun “incentivo” di denaro pubblico a chi decide di iscriversi in un istituto privato; 5).Abolizione dell’ora di religione cattolica; 6).Innalzamento dell’obbligo scolastico a diciotto anni; 7)Possibilità di entrare nelle scuole di specializzazione con il conseguimento della laurea di base; 8)Laurea specialistica abilitante all’esercizio della professione; Politiche fiscali del lavoro e dell’impresa , liberare le energie , garantire il cittadino consumatore Negli ultimi anni la FGS ha sempre cavalcato prospettive liberal-socialiste , specialmente in materia di riforme delle norme e dei criteri per l’accesso alle professioni. Per quindici anni il dibattito progressista sul mondo del lavoro è stato bloccato dalle forze della Reazione sia alla nostra destra che alla nostra sinistra. A parte la legge 30, con le sue deficienze, tutto è rimasto fermo. Si parla di ''quotare'' le donne, di pari opportunità eccetera ma le vere ed uniche soluzioni per la giustizia sociale nel lavoro sono l’abolizione della validità legale dei titoli di studio, l’impresa privata, e la riforma dei sindacati Proponiamo: : 1Abbattimento delle restrizioni al mercato del lavoro imposte da ordini professionali e corporazioni; 2.Flexicurity, miglioramento, completamento e applicazione della Legge Biagi ; 3.Reddito minimo garantito per un anno a chi perde il lavoro; 4.Esami psico-attitudinali preliminari all’assunzione; 5.Alleggerimento della burocrazia necessaria per aprire e mantenere le imprese; 6.Forti sgravi fiscali alle imprese private che investono in ricerca e in riconversione ecologica della produzione ; 7.Riduzione della tassazione sul lavoro straordinario; 8.Aumento del salario in base all’andamento dell’azienda ed ai risultati ottenuti; 9.Età pensionabile a 65 anni per uomini e donne da raggiungere gradualmente entro il 2015 esclusi i lavori usuranti; 10.Agevolazioni fiscali per chi fa ricorso alla previdenza privata; 11.Ritorno al voto segreto per l’elezione dei Consigli Sindacali; 12 Abolizione del sostituto di imposta e quindi delle trattenute alla fonte sui salari dei lavoratori dipendenti 13 Abolizione delle trattenute sindacali coatte su pensioni e buste paga Diritti Civili : legalizzare la società “Pari opportunità” è una maniera assai discutibile di chiamare la via di mezzo tra “Emancipazione” e “Solidarietà”. Parlando di pari opportunità si finisce sempre, purtroppo, a venire meno all’unica discriminazione giusta, quella per Merito. Parlando di “Pari Opportunità” la sinistra americana è arrivata alle “Affirmative actions”. Loro le chiamano “promozione dei gruppi socio-politici non dominanti” o “discriminazione positiva”. Nell' Unione Europea, dove tutte le soluzioni banali a problemi complicati sono ben accette, le “affirmative actions” sono giunte soprattutto in forma di “quote” per quanto riguarda le donne, e di reclutamento mirato (se non addirittura creazione di corsie preferenziali) per le minoranze. Sempre in America è nato il movimento dei Libertarians contro questa pratica che affossa la libertà di competizione e mette da parte il Merito. Le garanzie dell’eguaglianza sociale, e più in particolare dei diritti all’educazione ed alla carriera, non devono creare ibridi come queste “Donne-panda”, specie protetta da regolamentazioni che di fatto minano la loro credibilità e la loro autorevolezza sul posto di lavoro. Come se non bastassero simili palliativi, oggi le politiche sociali sono passate in retroguardia , guai a parlare di diritti degli omosessuali, ricerca scientifica, eccetera. La realtà va nella direzione opposta rispetto a quella percorsa dalla politica su indicazione vaticana , e si assiste dunque a uno scisma sempre più netto tra la società vera e quella disegnata dalla politica , con conseguente pratica illegale di azioni ( ad esempio l 'eutanasia) di fatto socialmente accettate dalla maggioranza dei cittadini. Un grave errore sarebbe quello di pensare che si tratti di questioni marginali , sia perché come sosteneva Filippo Turati ''le libertà sono tutte solidali, non se ne offende una senza offenderle tutte'' , sia perché l 'assenza di determinati diritti si fa sentire concretamente sulla vita di milioni di cittadini , basti pensare a una delle vedove del disastro della Tysshen Gruop che non si vede riconosciuta la pensione di reversibilità perché convivente col marito tragicamente scomparso. Proponiamo dunque: 1.Matrimonio per le coppie dello stesso sesso e riconoscimento delle unioni civili; 2.Divorzio breve e semplice; 3.Possibilità di ricorrere all’aborto farmacologico e diffusione dei metodi di contraccezione; 4.Istituzione del testamento biologico e regolamentazione dell’eutanasia; 5.Garantire ai disabili il diritto di votare e di usufruire delle proprie libertà civili; 6.Fecondazione assistita aperta a tutti; Compagni il percorso verso Sel ,verso un nuovo partito di sinistra e di governo non sarà semplice, ma io e la comunità che rappresento siamo pronti a dare il nostro contributo da socialisti,laici,liberali e radicali .Con un po di presunzione, magari legata anche all’età ,crediamo che la nostra storia ormai ultracentenaria ci imponga di non tradire la denominazione di giovani e di socialisti. La FGS esiste,e pone al centro del dibattito tutti i temi sopraindicati, cercando attraverso la proposta politica di tenere ferma la direzione di questo progetto politico nel solco del socialismo riformista e liberale. L’auspicio è che questo elaborato non venga percepito come ostruzione politica, non ne abbiamo interesse e non è questo il nostro compito, ma semplicemente come un leale contributo di un movimento giovanile nel quale convivono serenamente da sempre sensibilità diverse unite dai valori di giustizia e libertà. Sinistra e libertà potrà divenire un partito di massa ,in grado di governare il paese soltanto se saprà attraverso la democrazia interna,il ricambio della classe dirigente ed una seria e credibile proposta politica, dare risposte al paese. Noi,con i nostri limitatissimi mezzi economici ma con l 'apporto culturale e di proposte esplicitato in questo documento ,vogliamo che ciò accada, per riformare e modernizzare la società italiana , per dare vita alla nuova Sinistra , al socialismo del nuovo millennio.
Inviato da rosso malpelosabato 18 luglio 2009 - 5.17
ma ancora avete voglia e forza di parlarvi addosso? questo doveva essere un blog ma di fatto non è altro che un wall dove ognuno di poi posta i suoi pensieri in libertà aspettando il prossimo intervento del titolare del blog. tutto bene, lo scambio di idee è il sale della democrazia e strumento di crescita collettiva; ma qui resta strumento sterile in quanto ridotto a diatriba dialettica fra pochi attori ormai consolidati. e intanto gli venti avznanao sopra le nostre teste. leggo dai resoconti su Facebook di votazioni quantomeno naif durante la DN che havisto prevalere l'indicazione dirigenziale di andare avanti con SEL. ma la di là di questo il problema di fondo resta: andara avanti con cosa? quelli che sponsorizzano SEl come l'unoico strumento di rinascita della sinistra riformista vedono solo il nuovo partito: "prima facciamo il contenitore, poi lo riempiano di contenuti" (sintesi brutale di numerosi commenti sul sito di SEL). e anche i commenti a favore su questo blog non sono da meno. caro matteo, ti inviterei (visto che ti dici iscritto alla FGS) di andare a vedere come il documento della FGS sia stato accolto dai "compagni" sui gfruppi ufficiali di SEL. e lo stesso hanno fatto con la nota di lanfranco turci. inutile dire: al di là del risultato elettoraloe, SEL non esiste in quanto manca un sentimento comune su cosa voglia dire essere riformisti oggi. anche gli interventi di cento sul ritiro delle truppe in Afghanistan o quello acritico di Fava sull'innalzamento delle pensioni per le donne ("la CGIL è contraria, SEL è contraria£ - altra sintesi brutale me vera) sono la prova provata di quanto molte componento di SEL siano ben lontane da una visione moderna del riformismo di sinstra. ma probabilmente l'idea di fondo è qualla di fare al più presto il soggeto politico per avere forza contrattuale maggiore quando (indipendemente da chi vinca il congresso PD) ci si dovrà confrontare col PD per le allenza (e le relative cadreghe). il resto è noia. e forse è perchè il buon riccardo è pienament cosciente di ciò che non scrive una riga a piegare ai suoi sostenitori che si accapigliano su questo blog cosa andiamo a fare in SEL e cosa portiamo in questa allenza (partito gimmai)!!!
Inviato da chi vive nell'ombrasabato 18 luglio 2009 - 10.46
FINCHE' NON SI RIESCE A CAPIRE CHE UN PARTITO NON DEVE FUNZIONARE IN VIRTU' PRO DOMO MA BENSI DEVE ESSERE UNIONE DI SCELTE CONDIVISE DEMOCRATICAMENTE E NEL NOSTRO CASO UN PARTITO SOCIALISTA FATTO NON PER I SOCIALISTI MA CON I SOCIALISTI. UN PARTITO CHE COME VERBO COME SLOGAN DEVE AVERE "PROGETTUALITA POLITICA" SPIACENTI NON SI CHIAMERA MAI PARTITO MA SOPRATUTTO NON SARA' MAI UN PARTITO CHE SI RICHIAMA AI SACRI VALORI DEL TRINOMIO LIBERTA' FRATERNITA' UGUAGLIANZA. SE TALI VALORI SARA' CAPACI DI PORTARLI Vittorio Craxi (ho grossi dubbi) OPPURE FRA MASCARPONE VA BENE' TUTTO INDISTINTAMENTE DAI NOMI COMUNQUE CARO MATTEO-ED ANDREA DOVRESTE PRENDERNE ATTO IL VOSTRO TUTOR ORMAI E' POLITICAMENTE MORTO E DEFUNTO. SOPRATUTTO NEL MOMENTO IN CUI NON HA VOLUTO IN SEDE CONGRESSUALE FAR VALERE LE SUE GIUSTE O SBAGLIATE RAGIONI POLITICHE (purtroppo il REUCCIO NENCINI si trova in confusione ideologica)
Inviato da Maurizio Liberosabato 18 luglio 2009 - 9.13
Se ci sarà una scissione, non è per volere di Bobo o altri. E' la linea dell'attuale dirigenza che la provoca per andare in altri lidi. In sostanza chi se ne va o dovrebbe andarsene non è Bobo od altri ma Nencini e C. IL TUTTO NEL RISPETTO DELLE SCELTE ED IDEE.
Inviato da andreavenerdì 17 luglio 2009 - 5.31
già! strano, o no? cmq. farebbe piacere a qualsiasi socialista poter vedere la parola fine a tutte queste cose che non fanno che male al partito.a dimostrazione , basta leggere gli svariati commenti di questo blog. io, personalmente non è che bobo mi ispirasse particolarmente come politico.molto di piu' stimo la personalità di stefania, che purtroppo ha fatto scelte che non condivido, ma quello che dice e anche scrive nei libri mi piace, pero' purtroppo..
Inviato da Matteovenerdì 17 luglio 2009 - 3.26
è un caso che Veltroni santifichi post mortem Bettino Craxi nel giorno in cui Craxi (figlio) lascia la segreteria del PS?
Inviato da andreavenerdì 17 luglio 2009 - 12.39
con queste calure è meglio restare all'ombra, si puo scioglire il gelato e si prendono colpi di sole.
Inviato da Matteogiovedì 16 luglio 2009 - 9.30
Bene! bravo! Evviva! Bobo Craxi è il nuovo che avanza? Noi ripartiamo da tre e lui da due (Zavattieri e Craxi)In verità come scrive Fraternamente il Sig. Craxi è pronto a dare anche le mutande al Pd, come i compagni di Albenga hanno già fatto.La scissione era nell'aria da tempo! Del resto Craxi non ha fatto altro che continuare a remare contro anche in piena campagna elettorale contro sinistra e libertà, senza ritegno, come molti segretari di partito della periferia italiana. Parliamo di gente abituata a indossare varie casacche e soprattutto ad attorniarsi di pessime compagnie. Se non avesse fatto una campagna elettorale di second'ordine a quest'ora forse S e L ce l'avrebbe fatta e anche i socialisti avrebbero eletto qualcuno al Parlamento europeo in ttta onestà, senza ricorrere a candidati fantoccio pornostar di boselliana memoria oppure ad alleanze improbabili. Craxi ha colpe GRAVI ed è un bene si sia dimeso dalla segreteria, dalla quale andava probabilemnte espulso. Non si tratta di stalinismo: se il partito decide una linea, la si deve seguire a maggior ragione se ci si trova in posizioni di vertice. Altrimenti che razza di dirigenti si crede di essere? Le contestazioni vanno fatte, ma quando la decisione è presa si agisce di conseguenza! Il PS in S e L si è comportato in maniera esemplare! Di Lello e Locatelli hanno dato il loro contributo in maniera ammirabile! per molti giorni abbiamo assistito ad un vivace dibattito interno a S e L e ad una vera voglia di rinnovamento della sinistra italiana. Forse troppo per alcuni, come Craxi , ancora ancorato su posizioni vecchie che hanno portato nel tempo i socialisti all'1 % dei consensi. Ora,non si sa dove andrà a finire Craxi.Va detto che Nencini ha il merito di aver riportato il PS al centro del dibattito politico della sinistra italiana, sebbene extraparlamentare. Si parla certamente di più dei socialisti sui vari giornali di sinistra ora che nel passato. Il rilancio d Mondoperaio è una ottima iniziativa. Io credo che a conti fatti , in modo più o meno consapevole, a volte anche solo subendo gli eventi in corso, Nencini abbia fatto del bene a chi si sente ancora attacato agli ideali socialisti in Italia. Il fatto di non aver mai proclamato la resa al PD è un altro merito.Per questo, anche se privo di grande carisma, Nencini è l'unico che può portare il PS o meglio dgli ideali socialisti fuori dal baratro.
Inviato da chi vive nell'ombragiovedì 16 luglio 2009 - 9.27
CARO AMFRACOMPAGNO SONO pronto ad entrare IN FB SARO' GRADITO OSPITE? SEMPRE NELL'OMBRA RICEVO IL TUO MESSAGGIO UN ABBRACCIO (fammi sapere se l'erba è alta)
Inviato da SANSONgiovedì 16 luglio 2009 - 8.40
DOPO I MALUMORI DEL RICCIOLUTO INOZ ,ADESSO ANCHE BOBO......E POI? RICOMINCIAMO DA TRE? ANDREA-FRATERNAMENTE E MATTEO? OPPURE NON CI RESTA CHE PIANGERE MI SEMBRAVA CHE ERA VERO AMORE ED INVECE ERA UN CALESSE
Inviato da Fraternamentegiovedì 16 luglio 2009 - 8.15
Non devi dimetterti riccardo! Bobo vuole solo il tuo posto! Tieni duro e FAI IL DURO. Un pò di più.
Inviato da chi vive nell'ombragiovedì 16 luglio 2009 - 6.32
DIMETTITI SEGRETARIO FINCHE' SEI IN TEMPO CON L'ONORE DELL'ARMI FAI MOLTO PIU' FIGURA TI SAREMMO GRATI
Inviato da chi vive nell'ombragiovedì 16 luglio 2009 - 5.59
La lettera ai membri della segreteria ” BOBO CRAXI SI DIMETTE DALLA SEGRETERIA DEL PARTITO SOCIALISTA PER DISSENSI POLITICI ED ORGANIZZATIVI” Di Redazione Categorie: Senza categoria Condividi Comunicato Stampa : ” BOBO CRAXI SI DIMETTE DALLA SEGRETERIA DEL PARTITO SOCIALISTA PER DISSENSI POLITICI ED ORGANIZZATIVI” Bobo Craxi ha inviato una lettera al Segretario nencini con la la quale si dimette dall’organo di segreteria del Partito. -------------------------------------------------------------------------------- Cari Compagni, Nell’ultimo C.N. del Partito é stato approvato un documento presentato a nome della Segreteria. Mi spiace che ciò sia avvenuto senza che né il Segretario , La lettera ai membri della segreteria ” BOBO CRAXI SI DIMETTE DALLA SEGRETERIA DEL PARTITO SOCIALISTA PER DISSENSI POLITICI ED ORGANIZZATIVI” Di Redazione Categorie: Senza categoria Condividi Comunicato Stampa : ” BOBO CRAXI SI DIMETTE DALLA SEGRETERIA DEL PARTITO SOCIALISTA PER DISSENSI POLITICI ED ORGANIZZATIVI” Bobo Craxi ha inviato una lettera al Segretario nencini con la la quale si dimette dall’organo di segreteria del Partito. -------------------------------------------------------------------------------- Cari Compagni, Nell’ultimo C.N. del Partito é stato approvato un documento presentato a nome della Segreteria. Mi spiace che ciò sia avvenuto senza che né il Segretario , né il Coordinatore della stessa aves se sentito il dovere di sottoporre il documento alla mia approva zione o ad una eventuale disapprovazione. Un gesto politico di cui devo prendere atto e conseguentemente , anche in ragione di crescenti dissensi di carattere politico ed organizzativo, rassegnare le mie dimissioni dal suddetto organo. Fraternamente Bobo Craxi né il Coordinatore della stessa aves se sentito il dovere di sottoporre il documento alla mia approva zione o ad una eventuale disapprovazione. Un gesto politico di cui devo prendere atto e conseguentemente , anche in ragione di crescenti dissensi di carattere politico ed organizzativo, rassegnare le mie dimissioni dal suddetto organo. Fraternamente Bobo Craxi
Inviato da pierinogiovedì 16 luglio 2009 - 12.44
Veltroni? Nobile o ignobile? Sicuramente campione di ignobiltà, 4 febbraio 2009. Veltroni shame on you. (A. Sordi "..e statte zitto, statte zitto, statte zitto!" per i cinefili; per i maleducati ".. e vatten' aff'an c...)
Inviato da andreagiovedì 16 luglio 2009 - 9.35
verbo volant.
Inviato da unknownmercoledì 15 luglio 2009 - 8.02
http://www.facebook.com/home.php#/note.php?note_id=108656766335&ref=mf
Inviato da chi vive nell'ombramercoledì 15 luglio 2009 - 5.01
CARO REUCCIO NENCINI STAI RIUSCENDO NEL PROGETTO DI SGRETOLAMENTO DEI SOCIALISTI DOPO IL COLPO DI SPUGNA AL CN DOVE DI FATTO FAI E DI SFAI NON ASCOLTANDO LE SIRENE DELLA BASE SOCIALISTA DI FAR VALIGIE ADESSO ARRIVA ANCHE LA NOTIZIA SARDA-(allegata NATURALMENTE SBATTERAI I PIEDI E DA BIRICCHINO CHE SEI NON VORRAI SENTIRE RAGIONE...... DLa sezione albenganese del Partito socialista entra in blocco nel Partito democratico. L’annuncio è stato dato ieri dal segretario comunale Mauro Testa, sindaco di Albenga negli anni Settanta ed Ottanta, al primo cittadino Antonello Tabbò ed ai vertici locali dei democratici. L’ingresso nel principale movimento di centrosinistra arriva dopo la mancata elezione dei candidati socialisti alle elezioni nazionali ed europee, unita al risultato dell’ultima tornata provinciale, dove l’assessore Vincenzo Damonte ha raccolto 173 preferenze (1,4%), in calo rispetto ai 216 voti personali delle comunali. Il garofano ingauno conta nelle sue file anche Tullio Ghiglione (consigliere comunale eletto nel 2005 con 230 segnalazioni), Euro Bruno (presidente di Eco Albenga) e Giovanni Timo (presidente dell’associazione nazionale partigiani). “Entrare nel Pd in questo momento è il modo migliore per sostenere e portare avanti i valori socialisti e la loro storia amministrativa locale. Negli ultimi quindici anni, ad Albenga abbiamo condiviso tutte le esperienze, le obiettivi e le scelte degli esponenti del partito democratico, prima in maggioranza, poi all’opposizione e adesso di nuovo al governo della città. Quindi la nostra è una scelta naturale”, ha spiegato Testa. SEI GRANDE NENCINI
Inviato da chi vive nell'ombramercoledì 15 luglio 2009 - 4.47
CHI LO DISSE FORSE ERA L'UNICO VERO SOCIALISTA!!! E TU MISERO... RIESCI A RIBATTERE SUL VERBO DEL NAZARENO DETTO GESU' SEI POVERO DI CUORE E DI SPIRITO MA SOPRATUTTO SEI BIECO................... COSA ABBIAMO E STIAMO CRESCENDO...............
Inviato da andreamercoledì 15 luglio 2009 - 4.42
l'ultimo tuo commento intacca non poco i principi socialisti "non tutti possono" forse dopo il congresso volete allontanarvi da chi ha scritto la storia?
Inviato da chi vive nell'ombramercoledì 15 luglio 2009 - 4.31
CARO ANDREA SEI UN OMBROSO? NON TUTTI POSSONO BERE DA QUESTA SORGENTE...........(qualcuno disse!!!)
Inviato da Matteomercoledì 15 luglio 2009 - 3.53
Sono iscritto alla FGS (anche se la tessera non è mai arrivata) e ho pure scritto in parte una delle mozioni presenti all'ultimo congresso, ma nessuno ha dato notizia dell'interessantissimo convegno che si svolgerà in Ungheria! Quindi purtroppo non ci sarò...
Inviato da andreamercoledì 15 luglio 2009 - 3.06
allora questo ennesimo bluff ombroso non arriva in rete?
Inviato da veltroni su craximercoledì 15 luglio 2009 - 12.32
Craxi? «Interpre¬tò meglio di ogni altro uomo politico come la società italia¬na stava cambiando». La sua politica estera? «Fu grande. Ci fu l’episodio di Sigonella ma anche la scelta di tenere l’Ita¬lia nella sfera occidentale, sen¬za intaccare autonomia e di¬gnità del Paese». Parole di Walter Veltroni (dirigente per trent’anni di Pci, Pds, Ds, ex segretario pd) davanti a Stefa¬nia Craxi, la figlia del leader socialista che fu capo del go¬verno dall’83 all’87. Occasio¬ne, il libro di Stefano Rolan¬do, Una voce poco fa. Politica, comunicazione e media nella vicenda del Psi dal 1976 al 1994. Veltroni, asciutto e disteso, in attesa dell’uscita a fine ago¬sto del suo nuovo romanzo, effettua, nella Sala della Mer¬cede della Camera, un altro strappo con il suo passato. Ri¬corda che Craxi aveva di fron¬te due grandi partiti, uno sem¬pre al governo — la Dc — e uno sempre all’opposizione — il Pci — in un sistema che stava bene a entrambi: massi¬mo di stabilità e massimo del debito pubblico: «Craxi deci¬se che bisognava cambiare gioc